AL-NUQTA – MARZO 2019
Elena Balatti

Il 3 gennaio, abbiamo saputo che il papa aveva nominato il vescovo per la diocesi di Torit, una delle sette del Sud Sudan. L’elezione a vescovo di don Stephen Ameyu è il primo passo per correggere la situazione anomala della Chiesa cattolica in questo paese dove era rimasto un solo vescovo pienamente in carica, quello della diocesi di Tombura-Yambio. Nelle rimanenti sedi operano, anche da dieci anni, vescovi emeriti o amministratori apostolici.

Avere un solo vescovo “effettivo” in Sud Sudan, paese dall’estensione territoriale doppia di quella italiana e milioni di fedeli cattolici, era una situazione insostenibile. Nel disastro della guerra civile, della conseguente crisi economica e del proliferare delle sette religiose, si è fatta sentire la mancanza di una forte guida nella Chiesa cattolica, confessione cristiana di maggioranza.

Il clero diocesano e missionario, i religiosi e le religiose, oltre ai catechisti responsabili del lavoro pastorale su gran parte del territorio, spesso non sanno a chi rivolgersi per direttive e appoggio. Chi può “fa da sé”, con conseguenti rischi, non ultimo quello legato alla ricerca di risorse finanziarie. È inoltre un dato di fatto che le centinaia di nuove “Chiese” sorte nelle maggiori città hanno abbondantemente assorbito membri fra i fedeli cattolici.

Ciò, beninteso, non significa attribuire solamente alla mancanza di vescovi i problemi che la Chiesa cattolica sta attraversando, ma il compito di insegnare, santificare e guidare il popolo di Dio, compito specifico dell’ordinario di una diocesi, ha comunque la sua importanza.

Com’è possibile che la gerarchia cattolica in Sud Sudan sia arrivata a una situazione tanto deficitaria? Il contesto certo non aiuta, e le aspre divisioni etniche e politiche della guerra civile (che si trascina da oltre 5 anni senza essere definitivamente risolta nonostante la firma di vari accordi di pace) hanno un’influenza negativa anche sui fedeli e sul clero. Nella scelta del vescovo l’appartenenza a un’etnia piuttosto che a un’altra ha un peso rilevante, mentre una prospettiva più universalista della comunità cristiana è ancora in via di maturazione.

Comunque, oltre ai fattori locali appena menzionati, ci si chiede per quali ragioni il processo duri così a lungo: dieci, otto anni senza risultato. Cosa c’è che non va? Forse Roma, che ha l’ultima parola sulla scelta di un candidato, è troppo lontana. Sentiamo di documentazione che viene compilata in loco, che quindi passa attraverso la nunziatura per arrivare finalmente in Vaticano; e tale ciclo in una consultazione può naturalmente ripetersi varie volte.

Nel frattempo i fedeli attendono. Il ruolo quasi esclusivo del clero nella scelta dell’ordinario può essere un altro elemento che non aiuta. A questo proposito ci sono però direttive recenti dell’attuale pontefice per un coinvolgimento maggiore di laici, uomini e donne, nella scelta del pastore.

Scrivo da non esperta nelle varie questioni legate all’elezione dei vescovi, ma nel mio servizio missionario ho risentito negativamente della lunga mancanza di un ordinario diocesano, il che mi ha condotta a questa riflessione. Importante, a mio parere, valutare sintomi di malessere e disfunzionalità, in vista di riformare tutto il processo o parti di esso.

Nella foto la parrocchia cattolica di Nostra Signora del Santo Rosario a Torit (facebook)

 

Diocesi del Sud Sudan
Juba (2016): cattolici 760.000, 77,2% della popolazione.
Malakal (2016): 968.000, 19,7%.
Rumbek (2014): 157.600, 3,2%.
Tombura-Yambio (2014): 1.072.000, 64.3%.
Torit (2014): 1.085.000, 70%.
Wau (2014): 2.800.000, 70%.
Yei (2014): 410.200, 49,2%.