Milizie anti-balaka durante un'incursione nella provincia di Nord-Ubangi, nell'ottobre 2019 (Credit: linterview.cd)

Preannunciata a fine luglio, la Lettera pastorale dei vescovi del Centrafrica in occasione delle elezioni è stata pubblicata domenica 6 settembre. Così la Conferenza episcopale centrafricana (Ceca) si fa sentire a meno di quattro mesi dallo scrutinio elettorale fissato per il prossimo 27 dicembre.

Ad aprire la lettera, la fotografia di un paese in grave difficoltà sotto ogni aspetto: politico, amministrativo, giudiziario, economico, sociale e securitario. I vescovi incalzano con domande sferzanti, perentorie, stringenti ad ogni passaggio. E anche i barlumi di speranza, a cui fanno cenno nell’incipit del primo dei tre paragrafi di cui è composta la lettera, si dissolvono immediatamente all’irrompere dell’analisi dell’aspetto politico del paese, con la descrizione delle violazioni sistematiche dell’Accordo politico per la pace e la riconciliazione in Repubblica Centrafricana (Apprca), firmato il 6 febbraio 2019 a Bangui tra il presidente Faustin-Archange Touadéra e quattordici gruppi armati.

La denuncia della Ceca è veemente e senza sconti: “I gruppi armati sono coinvolti in crimini di guerra, in crimini contro l’umanità, in crimini ambientali e saccheggi su larga scala delle risorse minerarie”. E si elencano gli ultimi fatti di sangue avvenuti nei villaggi delle regioni nord-occidentale e orientale.

Accordo violato

Se l’Apprca prevede il disarmo, lo scioglimento dei gruppi armati e la cessazione del reclutamento di nuovi combattenti, compresi bambini e stranieri, nella pratica quotidiana si constata invece esattamente l’opposto. I gruppi armati, sicuri della protezione dei loro complici, sostengono e installano ovunque la transumanza armata, conquistando nuove località, e impiantano un’amministrazione parallela, opponendosi alla restaurazione dell’autorità dello stato.

I vescovi: “I signori della guerra godono di tutti i privilegi, in particolare la piena libertà di movimento e l’impunità. È loro garantito l’accesso agli organismi dello stato. Approfittano del business di guerra, eretto a modello economico sul sangue innocente”. Tutto questo si ripercuote sui villaggi che sono in una condizione di degrado e abbandono. Villaggi che i vescovi conoscono bene, avendo percorso il lungo e in largo il paese, nonostante l’insicurezza e le strade dissestate.

Quasi facessero una cronaca dei loro viaggi, così scrivono: “Quando si percorre la Repubblica Centrafricana è terrificante vedere interi villaggi abbandonati dalla popolazione o incendiati da criminali impuniti. Lo stato di insicurezza rende migliaia di case inabitabili. Le famiglie preferiscono vivere in esilio o rimanere nei siti per sfollati, talvolta situati a un centinaio di metri dalle loro abitazioni”.

Le domande dei vescovi nette: “Cosa dire ai giovani che rischiano di passare tutta la loro giovinezza nei campi profughi nel loro proprio paese? Quali leader potranno far uscire il popolo centrafricano dall’oppressione, dalla miseria, dall’ignoranza?”.

Dopo aver presentato Mosè come prototipo del vero leader politico, che Dio ha scelto per essere strumento della sua azione liberatrice fondamentale del popolo d’Israele da oppressione, miseria e schiavitù, la Ceca sostiene che il paese ha bisogno di “leader carismatici e di un sostegno efficace della comunità internazionale per questa parte di mondo che Dio ha scelto di salvare attraverso l’apertura della Porta Santa, inaugurando il Giubileo della misericordia il 29 novembre 2015.

A confermare a Nigrizia la disastrosa situazione politica e sociale del paese è anche Juan Jose Aguirre Muños, vescovo di Bangassou.

Voto trasparente

Il terzo paragrafo della lettera pastorale è interamente dedicato al ruolo che i diversi attori implicati nel processo elettorale devono adempiere perché le prossime elezioni legislative e presidenziali siano trasparenti, credibili e libere.

Se al governo è chiesto di evitare l’ingerenza del potere pubblico nel processo elettorale rispetto ad attività di competenza dell’Autorità nazionale delle elezioni (Ane), di creare le condizioni necessarie perché il paese possa esprimere massivamente il proprio diritto di voto, garantendo la sicurezza dei diversi attori dello scrutinio elettorale, all’Ane spetta il compito di preservare la propria indipendenza, senza cedere a pressioni nazionali e internazionali, mettendo in atto un sistema solido, trasparente ed efficace di gestione dei risultati elettorali, rifiutando favoritismo, corruzione e compromesso politico.

Ai partiti politici e ai candidati è chiesto di attenersi a un codice di buona condotta per sostenere un processo elettorale credibile al fine di garantire la stabilità e di presentare un progetto politico che definisca aspetti imprescindibili, quali l’unità nazionale, la sicurezza, il buon governo, la giustizia sociale e la riparazione delle vittime, la salute, l’educazione, lo sviluppo umano integrale.

Ai partner internazionali è chiesto di essere imparziali, onesti ed indipendenti per rafforzare la trasparenza delle elezioni in vista di un autentico sviluppo della Repubblica Centrafricana.

Ai gruppi armati, che dal 2012 tengono in ostaggio il paese, i vescovi rivolgono un pressante appello perché non ostacolino l’esercizio di questo diritto civico fondamentale e lo svolgimento del processo elettorale, astenendosi dall’alimentare un clima di paura, intimidazione, repressione o l’imposizione dei loro candidati.

Richiamo ai giovani

I vescovi si rivolgono anche ai giovani, che rappresentano la risorsa più importante del paese, affinché capiscano che il buon governo non si fonda sulla violenza, ma su valori, ideali, un progetto di società, convinzioni politiche ben radicate. E che sulla base di questi valori esprimano il loro diritto di voto.

Se la situazione del paese, occupato per l’80% da gruppi armati, perdura così drammatica, “cosa ci resta da fare?” Risuona ancora attuale la domanda che Barthélémy Boganda, padre fondatore della Repubblica Centrafricana, poneva al capo della regione in una sua lettera del 27 novembre 1950.

I vescovi non tardano a dare la loro risposta: “I cantieri che dobbiamo affrontare sono immensi: la promozione umana, il consolidamento delle istituzioni dello stato, la messa in pratica del programma Ddrr (disarmo, smobilitazione, reintegrazione, rimpatrio) e della Commissione Cvjrr (verità, giustizia, riparazione, riconciliazione), la gestione delle risorse naturali, il rinforzo della cooperazione internazionale”.

Tuttavia, ricordano, è il processo elettorale che richiede l’impegno di tutti nell’immediato. E concludono: “Abbiamo bisogno di riunire le competenze e i talenti dei centrafricani per costruire una società che ci faccia uscire dai ripetuti fallimenti dei decenni passati e incamminarci in un processo di liberazione sociale, economica e politica”.