Il presidente Salva Kiir di etnia denka (a sinistra) e Riek Machar, vicepresidente di etnia nuer (Reuters)

Quanto è solida questa pace? Il presidente e i suoi vice hanno davvero a cuore la pacificazione?

Bisogna riconoscere il reale impegno del presidente Salva Kiir nella formazione del nuovo governo di unità nazionale, operativo dallo scorso febbraio, che ha comportato l’accettazione di alcuni compromessi. Il compromesso più grosso è stato quello di ritornare alle 10 regioni esistenti nel 2013, prima del conflitto, cancellando di fatto le 32 istituite dal presidente negli ultimi anni. A causa di questa risoluzione molte persone al potere hanno dovuto accettare di rimanere senza lavoro, e molte comunità che avevano ottenuto una certa autonomia hanno dovuto ritornare ad essere amministrate insieme ad altre. Spesso le relazioni tra comunità vicine non sono così facili perchè ci sono sempre dei problemi pendenti che riguardano l’uso delle risorse.

In generale nel paese, indipendente dal 9 luglio 2011 dopo una lunga guerra con Khartoum, c’è tranquillità. Il cessate il fuoco (accordo firmato a Roma nel gennaio del 2020, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, che ribadisce l’accordo di pace del settembre 2018) è per lo più rispettato. La gente si muove liberamente e porta a termine le proprie attività. Ma la pace rimane sempre fragile perchè il processo ha davanti a sè una lunga strada con tanti ostacoli. Il popolo sudsudanese guarda al futuro con speranza, pur sapendo che ci sono problematiche che possono in ogni momento far compiere al paese un passo indietro.

Per esempio, la formazione di un esercito nazionale unico è ancora di là da venire. Le diverse fazioni sono ancora nei loro campi militari e non è facile integrare i diversi gruppi in un solo esercito. Ognuno infatti risponde al proprio comandante piuttosto che al presidente o al governo. Questo fatto è causa d’incertezza nella popolazione. I 2 milioni di rifugiati in Uganda, Kenya, Etiopia e Sudan non rientrano perché dove sono trovano migliori opportunità. E i 400mila sfollati che vivono nei campi di protezione dei civili gestiti dall’Onu sono ancora combattuti e non si fidano di ritornare nelle proprie case e proprietà.

Nonostante gli accordi in merito, il parlamento non è stato ancora dissolto. L’intenzione era quella di formarne uno che comprendesse rappresentanti dei tre gruppi firmatari: Splm (Movimento di liberazione del popolo del sudsudanese), Splm in opposizione e Ssoa (South Sudan Opposition Alliance). Questa negligenza dà fondamento all’idea che il parlamento non sia davvero operativo e che non gli sia permesso di compiere la sua azione legislativa che favorisca la pacificazione. Tutto sembra in mano al governo e il parlamento sembra avere un ruolo consultivo.

Il governo di unità nazionale sta funzionando?

Ci sono ancora gruppi di opposizione, come quello del generale Thomas Cirillo per esempio, che pur avendo accettato il cessate-il-fuoco non ritengono che questo governo di transizione porti le dovute riforme e garantisca la pace. Perciò rimangono arroccati con le proprie forze militari in alcune aree del paese. In alcuni casi sono stati attaccati dai militari del governo, come ultimamente è successo a Lirya e Lobonok a sud della capitale Juba. Non è una sorpresa che gli scontri avvengano in aree ricche di risorse. Lobonok per esempio è un’area dove ci sono giacimenti auriferi.

Negli ultimi mesi abbiamo sperimentato violenti scontri intertribali nello stato del Jonglei, parte della diocesi di Malakal. Tutto è cominciato con gli spostamenti di una tribù seminomade, i murle, nei territori delle etnie nuer e denka, seguiti da furti di bestiame, rapimenti di bambini, uccisioni e villaggi bruciati. Sono crimini che accadono proprio perché le comunità murle sono rimaste isolate e marginalizzate, senza possibilità di sviluppo. Le comunità denka e nuer, quando attaccate, reagiscono provocando una spirale di violenza difficilmente arrestabile. In seguito alle violenze dei murle, si sono formati gruppi di giovani nuer e denka che sono entrati nei territori Murle per recuperare del bestiame e dare loro una lezione. Il governo ha subito instituito una commissione che è andata a incontrare le diverse comunità con l’intenzione di risolvere il conflitto inter-ribale senza ulteriore violenza. Allo stesso tempo però bisogna riconoscere che gli scontri intertribali hanno anche radici in una politica corrotta. È comune infatti che siano proprio i politici o ufficiali militari di una determinata area rendere disponibili armi alla propria gente. In una nazione che non sa garantire la sicurezza ai propri cittadini, ogni gruppo tribale o clan deve in quale modo preservare sè stesso e garantirsi la propria sopravvivenza. E questo a volte anche alle spese dei vicini.

Ecco allora che il governo deve essere impegnato non solo a risolvere problemi sociali ed economici che contribuiscono a esacerbare le differenze e i conflitti, insieme a una cultura che dopo tanti anni di conflitti è segnata profondamente dalla violenza.

Le sfide sono davvero tante. E il timore è che questo governo di transizione abbia serie difficoltà a risolvere le problematiche andando alle radici, alle cause.

Riguardo alla divisione dei poteri, il presidente, i suoi cinque vice e i ministri parlano spesso di comunione e collaborazione e dicono di avere a cuore il bene comune. Ma poi, quando si scende nel concreto, ci sono divergenze importanti. Le vicende attuali della regione dell’Alto Nilo, di cui Malakal è la capitale, sono solo un esempio. Il governo, il 17 giugno, ha nominato i governatori di nove regioni su dieci senza riuscire a raggiungere un accordo su quello che dovrà amministrare Malakal. La nomina era stata affidata all’opposizione, ma il presidente sembra non essere in grado di accettare il nome proposto poiché si tratta di una persona con un passato militare che ha acuito le divergenze fra le tribù. Non sembra facile trovare una persona che invece sia capace di unire e garantire la sicurezza di tutta la popolazione senza distinzione.

In una situazione già precaria, come è stato affrontato il Covid-19?

L’emergenza coronavirus non è del tutto risolta. Nonostante il numero di contagiati non sia stato pesante come in Europa o nelle Americhe, comunque rimane un problema che sta incidendo negativamente sulla vita del paese in questo momento già delicato. Dal punto di vista sanitario il Sud Sudan non era certamente pronto ad affrontare questa epidemia. In seguito al primo caso di coronavirus, il 20 marzo il governo ha annunciato il lockdown. L’aeroporto internazionale chiuso e così le frontiere. Poi è stata la volta delle scuole e dei centri di aggregazione, comprese le chiese. I movimenti interni fra regione e regione sono stati limitati soprattutto quelli aerei, ma non più di tanto quelli via terra.

Dopo un mese si sono dovute allentare le misure per non creare una crisi alimentare ed economica ancora più grande. Il Sud Sudan infatti dipende dai prodotti importati e l’economia era già compromessa a causa della guerra civile. L’unica via di acesso passa per l’Uganda. Oltre a questo, non è stato possibile ottenere che la popolazione rimanesse a casa quando invece doveva provvedere quotidianamente al cibo. Perciò la gente, già in una situazione molto difficile, non ha preso in seria considerazione la gravità del virus. È comune sentir dire: “Moriamo già di tante malattie e di fame, il covid è solo una patologia che va ad aggiumgersi alle altre”. Quindi tutto continua come sempre o quasi. Vedremo nelle prossime settimane l’evolvere dei contagi. Per ora, sembra che i sintomi che si sono presentati nelle persone malate non siano stati così gravi come in altri continenti.

Le divisioni etniche sono una condanna inevitabile?

Le divisioni sono sempre una condanna. Ma questa non è la realtà che viene vissuta dalla popolazione. Le diverse etnie del Sud Sudan si conoscono bene e hanno molte risorse per vivere insieme pacificamente. Conoscono i confini dei loro territori, nessuno è diretto a provocare l’altro, c’è una naturale inclinazione alla solidarietà, a condividere e vivere insieme nel rispetto delle differenze. Le diverse tribù, lingue e culture, sono una grande risorsa. Il problema etnico nasce da una cattiva politica: leader che fanno leva sul proprio gruppo per ottenere e mantenere il potere e il controllo sulle terre, il bestiame e alcune aree ricche di risorse naturali. Interessi privati o di alcuni gruppi tengono il paese bloccato mentre avrebbe bisogno di una buona politica per svilupparsi e consentire a tutti l’accesso ai servizi basilari.