Msf chiude le attività in Sudan
Bianca Saini

Il comunicato diffuso giovedì da Msf (Medicine Sans Frontiere) Belgio getta finalmente una luce vivida ed autorevole sulla drammatica situazione della popolazione civile in alcune zone del Sudan, e precisamente in Darfur, Blue Nile e Sud Kordofan, tre regioni dove il conflitto tra il governo centrale di Khartoum e le minoranze etniche e politiche non è di fatto mai cessato e si è tremendamente acuito nel corso dell’ultimo anno . 

La sezione belga di Msf dichiara di essere costretta a lasciare il paese perché  non può più raggiungere la popolazione civile – parliamo di centinaia di migliaia di persone – costretta ad abbandonare i villaggi e i campi coltivati dalle azioni militari dell’esercito governativo e delle milizie sue alleate nelle tre aree dove erano concentrate le sue attività.
Il comunicato dichiara esplicitamente che «il totale divieto di accedere allo stato del Blue Nile, la chiusura forzata delle attività nello stato del Darfur orientale, i blocchi e gli ostacoli amministrativi nel Darfur meridionale hanno reso impossibile per Msf rispondere alle emergenze mediche» della popolazione che ne avrebbe estremo bisogno.

Il direttore delle operazioni di Msf Belgio, ha rilasciato dichiarazioni durissime: «L’approccio del governo sudanese verso la presenza umanitaria internazionale nelle aree del conflitto si è rivelato in modo chiaro la scorsa settimana, quando un jet della Forza aerea sudanese ha bombardato deliberatamente un ospedale Msf gestito dai nostri colleghi nello stato del Kordofan meridionale». E non è la prima volta; in giugno c’era stato un altro bombardamento denunciato ad alta voce dalla struttura francese di Msf, che gestisce l’ospedale, unico presidio sanitario in un territorio vastissimo. Bart Janssens prosegue affermando che «il governo ha molti modi per impedire il nostro accesso alle persone che ne hanno maggiormente bisogno e li utilizza. Dalle riunioni di alto livello cui abbiamo partecipato è emerso chiaramente che l’assistenza umanitaria alle popolazioni maggiormente colpite dal conflitto nello stato del Blue Nile e nelle aree meridionali del Darfur continueranno a essere bloccate e limitate finché le operazioni militari avranno la priorità sull’assistenza umanitaria».

Quanto descritto nel comunicato di Msf è denunciato quotidianamente dalle organizzazioni della società civile sudanese, dagli attivisti, sudanesi e non, che si occupano di diritti umani. Sudo Uk, un’organizzazione attiva nella denuncia puntuale di abusi contro i civili nel paese, e specialmente in Darfur, da settimane diffonde quasi quotidianamente liste di episodi gravissimi: persone uccise, villaggi razziati e bruciati o bombardati, donne stuprate per ore fino alla morte, migliaia di civili in fuga senza poter essere raggiunti dai soccorsi.

Human Rights Watch, dal canto suo, nel suo rapporto annuale, reso pubblico proprio ieri, denuncia ancora una volta il fatto che nessuno paga per i propri atti criminosi contro la popolazione civile.
Nella conferenza stampa di presentazione, Daniel Bekele, responsabile per l’Africa, ha dichiarato: «I civili portano il peso delle brutali tattiche contro-insurrezionali e della repressione politica sudanese. In mancanza di una qualsiasi forma di accertamento delle responsabilità, questi abusi sono diventati più diffusi nel corso dell’anno (riferendosi al 2014 n.d.r)».

D’altra parte, le dichiarazioni del presidente Bashir non lasciano adito a dubbi: l’obiettivo di quest’anno è venire a capo a ogni costo delle forze ribelli in Sud Kordofan, nel Blue Nile e in Darfur. A questo scopo è stata data mano libera alle milizie, le ormai famigerate Rapid Support Force, organizzate l’anno scorso dal servizio di sicurezza nazionale, il Niss, altrettanto famigerato per i suoi abusi contro gli oppositori.

Ormai dunque non tiene più la cortina del silenzio costruita sapientemente dal governo di Khartoum attorno alle zone di conflitto, impedendo l’accessibilità non solo ai mezzi d’informazione, ma anche agli operatori umanitari, sempre e comunque scomodi testimoni. Ma questo ancora non basta per avere l’attenzione della comunità internazionale, che sembra non voler vedere. In fondo, Khartoum non è così male, e di quello che succede a Tabit, dove decine e decine di donne sono state stuprate da militari dell’esercito regolare, o nel Jebel Marra, bombardato quotidianamente nelle ultime settimane, o a Talodi, nei Monti Nuba, o a Yabus, nel Blue Nile dove la gente è alla fame perché i raccolti sono stati distrutti dai bombardamenti degli Antonov governativi, è troppo lontano per essere preso in considerazione come una minaccia alla stabilità complessiva del paese.

È la diplomazia miope, e anche canaglia, che tanti danni ha fatto in giro per il Medio Oriente e l’Africa. Fino a quando? Forse è il caso di interrogarsi in proposito e di chiedere con forza un cambiamento di direzione. Il rispetto dei diritti umani è fattore politico; i governi che li violano tanto platealmente sono fautori di instabilità che si diffonde ben oltre i loro stessi confini. Questo è ormai dimostrato dalla storia contemporanea e dall’attualità. Dunque un cambio di paradigma nella gestione di queste crisi, che solo apparentemente sono locali, si impone.