Burkina Faso
Da quando sono cittadini di una nazione indipendente (1960) i burkinabè hanno modo solo ora di eleggere liberamente parlamento e presidente. Ma quello del 29 novembre è un primo passo: il “sistema Compaoré” è ancora solido.

Domenica 29 novembre 2015, si potrebbe dire finalmente!, 5,5milioni di burkinabè vanno al voto per eleggere i loro 127 deputati e il presidente della repubblica. Quattordici sono i candidati per la poltrona di capo dello stato, di cui due donne. Queste elezioni si tengono al termine di un anno di transizione seguito alla cacciata del presidente Blaise Compaoré, il 31 ottobre 2014, e dopo un tentativo di colpo di stato, per fortuna abortito, il 16 settembre scorso, ma che ha obbligato il paese a dilazionare elezioni inizialmente previste per l’11 ottobre.

Si tratta di elezioni inedite nel “paese degli uomini integri”, come si traduce Burkina Faso. Che si possono a ragione definire anche “storiche” perché in verità è proprio la prima volta che i burkinabè hanno il sentimento di partecipare a uno scrutinio libero, indipendente e pluralista. È insomma la prima volta che in Burkina si va a votare senza sapere in anticipo il nome dell’eletto!

Vero che ai tempi della Terza repubblica, il 28 maggio 1978, c’era stato un ballottaggio vinto dal presidente-generale Sangoulé Lamizana contro il civile Macaire Ouédraogo, in una elezione che aveva visto più del 65% degli elettori astenersi, ma dopo l’arrivo al potere di Blaise Compaoré (1987), che aveva eliminato fisicamente il suo compagno d’armi, il presidente-capitano Thomas Sankara, cioè dall’inizio della Quarta repubblica, si era assistito solo a simulacri di elezioni, senza alcuna sorpresa: si conoscevano i risultati ben prima dell’apertura dei seggi elettorali! Questa volta la sorpresa non mancherà e ci sarà di certo un secondo turno, cosa appunto “storica” per il Burkina.

I burkinabè si aspettano dunque che il paese superi una tappa importante verso il suo funzionamento democratico. Non dimenticano però che molti dei candidati in lizza sono cresciuti nel “sistema Compaoré”, sia quelli della maggioranza che quelli dell’opposizione più o meno radicale. Bastano i nomi di Roch Marc Kaboré, Ablassé Ouédraogo, Zéphirin Diabré, Ram Ouédraogo o anche Saran Sérémé. La mentalità della classe politica non cambierà certo per effetto di questa elezione, come se si trattasse di un colpo di bacchetta magica. Queste elezioni rappresentano più una tappa che un esito finale. Dalla chiusura delle urne bisognerà continuare il cammino, che non si annuncia per niente facile, verso una democrazia più compiuta.

Trasparenza

I burkinabè non si aspettano evidentemente miracoli. Non ci hanno mai creduto, del resto. Difficile immaginare che venga fuori dalle urne il nome di una personalità che non c’è, capace di cambiare radicalmente il sistema. Il “sistema Compaoré” ha dominato per 27 anni la scena politica, economica e sociale del paese: oggi il suo padrino è in esilio, ma il sistema è ancora lì, molto presente. Ci vorranno anni per disfarsene perché la classe politica, anche escludendo quanti apertamente avevano sostenuto “l’usurpatore” Blaise Compaoré fino alla fine, è pur sempre composta in gran parte da persone che di quel sistema hanno approfittato, e che quindi hanno le stesse abitudini intellettuali e le stesse pratiche di governo.

La posta in gioco è enorme. E la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) non può sbagliare. Un passato troppo recente può infatti creare tensioni. A settembre, poiché il Codice elettorale non permetteva la partecipazione allo scrutinio dei cacicchi del regime Compaoré, Gilbert Diendéré aveva tentato il colpo di stato, fatto fallire dalla pronta reazione del popolo burkinabè, esercito compreso. La gente teme che uno scrutinio imperfetto possa creare ancora tensioni. Barthélémy Kéré, il presidente della Ceni, ha deciso dunque di fare tutto con trasparenza e rapidità. Promette di annunciare già lunedì i risultati del voto. Sarebbe un miracolo! Anche perché la legge concede un termine di sette giorni. Permetterà questo di evitare contestazioni?

Una delle sfide del 29 novembre è rappresentata anche dai timori riguardanti la sicurezza. Le autorità non nascondono il timore di atti destabilizzanti e di sabotaggio il giorno dello voto. Dal colpo di stato, del resto, non è trascorso molto tempo e i jihadisti maliani non sono poi così lontani. Le forze di difesa e di sicurezza sono sul piede di guerra. I candidati hanno ricevuto tutti una protezione da parte dello stato.

A questa “terra degli uomini integri” l’augurio di godere, da uomini maturi, una democrazia autentica e il tanto sognato “cambiamento”.

120 osservatori Ue

 La missione di osservazione elettore dell’Unione europea è composta di 120 osservatori, dislocati nelle 13 regioni del Burkina Faso. Una parte di questi, 48, sono presenti dal 7 di novembre e altri 48 sono arrivati il 24 novembre. Nella fase dello scrutinio, cioè il 29 novembre e i giorni seguenti, il dispositivo di osservazione sarà rafforzato da 6 parlamentari europei, da un gruppo di diplomatici delle delegazione dell’Ue o di stati membri dell’Ue.

Gli osservatori hanno monitorato l’ultima fase della campagna elettorale e ora si dedicheranno alle operazioni di apertura dei seggi elettorali, alle operazioni di voto, allo spoglio e alla centralizzazione dei risultati.

«Siamo lieti di accompagnare i burkinabè in queste storiche elezioni», afferma Cécile Kashetu Kyenge, eurodeputata italiana, capo osservatore della missione Ue. E aggiunge: «Il 1° dicembre presenteremo le conclusioni delle nostra missione ed entreremo nel merito di tutte le fasi del processo elettorale».