Luca Peloso

Si è chiusa ieri domenica 8 settembre la diciassettesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, con altri due ospiti africani: Ahmed Mourad, egiziano, e Binyawanga Wainaina, kenyano.

Mourad ha presentato il suo ultimo romanzo al Teatro Bibiena (Polvere di diamante, un giallo ambientato nel suo paese), e ha spiegato come intende il rapporto tra narrativa e società: il racconto è ciò dà corpo e voce a una realtà lacerata, e chi scrive – nonostante in Egitto, come da noi, pare si legga poco – compie il primo passo per una rinascita della società stessa.

Questo, secondo Mourad, sta avvenendo nella sua terra, questo lo induce ad essere ottimista per il futuro: e nonostante qualche dichiarazione un po’ ingenua (come quando ha impiegato espressioni da palingenesi sociale – non proprio aderenti alla realtà – riguardo l’attuale ruolo della donna), le sue conclusioni sul panorama politico egiziano hanno generalmente concordato con quelle della più rigorosa Ahdaf Soueif.

Ma la parte del leone è toccata al simpatico Binyavanga Wainaina, protagonista di uno degli incontri più belli e divertenti del festival: innanzitutto perché l’autore si è messo al servizio dell’evento, piuttosto che fare di questo solo una vetrina per il suo libro (Un giorno scriverò di questo posto, appena tradotto). In secondo luogo perché mentre altri, da Taiye Selasi allo stesso Mourad, si sono mostrati piuttosto compiaciuti del proprio ruolo di scrittori (come se lo dovessero solo a se stessi e al loro talento, anziché in gran parte alla classe borghese da cui provengono), Wainaina con umiltà e senza alcun sussiego ha portato la sua testimonianza di kenyano, di lettore, di cittadino e uomo comune.

Non è un caso che sia stato l’ospite che più ha parlato dell’Africa, più ha dimostrato di conoscerla e di essere consapevole delle distorsioni di cui è vittima (insistendo in particolare sul modo in cui si ricorre, in Occidente, alla categoria “tribù” per spiegare i fatti africani). Ha detto di non riconoscersi nell’aggettivo “afropolitan”, un’etichetta di cui non afferra il significato né il senso; il compito di uno scrittore africano è raccontare l’Africa senza luoghi comuni, punto e basta (inequivocabile, a questo proposito, la risposta data a una signora che affermava di non aver trovato, in un suo “viaggio” in Kenya, testi di autori africani in libreria, ma Karen Blixen e poco altro: se si va in Africa per i safari e da lì non si esce, ha detto nella sostanza Wainaina, questo si trova).

Che Wainaina fosse una personalità fuori dal comune ce lo dovevamo aspettare: lo testimonia tanto la sua attività giornalistica, quanto la scelta di dedicare a Chinua Achebe il primo evento che lo ha visto protagonista a Mantova. Il Festival non poteva chiudersi in un modo migliore.