Il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa stringe le mani all'amico Kudakwashe Tagwirei al funerale del padre di quest'ultimo, nel maggio 2018 (Credit: Twitter)

È un grosso scandalo quello che vede coinvolto Kudakwashe Tagwirei, magnate dello Zimbabwe, a capo di una rete di oltre 40 società che operano nel settore petrolifero, minerario, bancario, logistico, dei trasporti e del commercio. Lo ha portato alla luce The Sentry, team investigativo statunitense che traccia il denaro sporco connesso a criminali di guerra africani ma anche a chi trae vantaggi illeciti approfittando di conflitti o semplicemente della propria posizione.

Il caso Tagwirei – denominato dai media “Queen Bee” con riferimento alla sua posizione di comando negli affari e nella politica – non ha però una connotazione privata, ma investe lo Stato e persino il presidente Emmerson Mnangagwa, amico dell’uomo d’affari, dal quale ora sembra aver preso le distanze proprio da quando sono emerse – e portate a galla – tali gravi irregolarità.

L’accusa degli investigatori finanziari è che Tagwirei abbia ottenuto risorse statali per finanziare le proprie attività, gestite tra l’altro – spiega il report – in modo alquanto opaco. Il rapporto, inoltre, porta alla luce dettagli sugli stretti legami tra Tagwirei e alti ufficiali dell’esercito dello Zimbabwe, con la Reserve Bank e persino – appunto – con l’ufficio del presidente, di cui il magnate è stato a lungo consigliere politico.

I sovvenzionamenti a Tagwirei sarebbero stati talmente alti da provocare gravi perdite all’erario del Paese: una serie di accordi per l’approvvigionamento di carburante e fertilizzanti, ma anche accesso preferenziale al cambio estero quando il Paese stava cercando di rilanciare la sua valuta nazionale, esenzioni fiscali su finanziamenti nascosti e riferiti a operazioni minerarie, o l’affidamento di un progetto agricolo per 1 miliardo di dollari senza passare da una procedura di gara.

Si tratta – dicono gli autori del report – di diversi miliardi di dollari, di fatto sottratti allo Stato e agli interessi pubblici. L’indagine riguarda le società e gli associati di Tagwirei alle Mauritius, in Sudafrica e nelle Isole Cayman e quindi spostamenti di denaro nei paradisi fiscali.

Pare, inoltre, che il tycoon zimbabweano abbia una serie di connessioni con alti funzionari della Reserve Bank of Zimbabwe (RBZ) e con l’esercito, ed è stato particolarmente vicino al vicepresidente Constantino Chiwenga che l’anno scorso era stato collegato a un complotto per cacciare Mnangagwa.

In questi anni, l’imprenditore accusato di corruzione si sarebbe avvalso di un complesso sistema di reti aziendali per costruire, ma anche per nascondere, la sua ricchezza. Tutto questo grazie alla sua posizione influente all’interno del governo e ad agganci molto rilevanti. Negli anni ha costruito un impero investendo in miniere di oro, nichel, platino e cromo, spesso avvalendosi di prestanome e di imprenditori sudafricani e – come detto – avvantaggiandosi del sistema offshore delle Mauritius e delle Cayman.

In particolare, le ricerche hanno consentito di scoprire documenti che mostrano come Tagwirei abbia usato le sue reti di conoscenze per nascondere i suoi interessi finanziari nella Kuvimba Mining House, nuova società mineraria in partenariato pubblico-privato dello Zimbabwe.

Nel 2019, Tagwirei avrebbe pagato milioni di dollari a una società di proprietà statale per consentire alla Landela Mining Ventures, società da lui controllata, di acquistare il 50% di Great Dyke Investments (GDI), una miniera di platino del valore di centinaia di milioni di dollari e gestita in joint venture con un’azienda russa. In questo caso sono emersi dubbi su pagamenti fuori bilancio che avrebbero potuto finanziare gruppi militari.

Il 27 gennaio 2021, oltre un anno dopo che Landela Mining Ventures aveva acquistato metà della miniera di platino, lo Zimbabwe ha concesso alla GDI un’esenzione di cinque anni dall’imposta sul reddito delle società e ha esentato i suoi azionisti residenti nello Zimbabwe dalle tasse sui dividendi – esenzione applicata retroattivamente al 1 gennaio 2020.

Secondo gli investigatori, le attività della rete di Tagwirei sono emblematiche dei problemi strutturali di un paese dove “un gruppo selezionato di politici, militari e uomini d’affari dominano le decisioni del governo con poca supervisione o controllo”. E dove “le informazioni chiave sulle finanze pubbliche rimangono avvolte nel segreto” mentre “prevale un ambiente di impunità”.

Ma mentre qualcuno si arricchisce in modo tanto abnorme, i cittadini – e lo Stato stesso – si indeboliscono sempre più. Da tempo ormai si lotta con un tasso di inflazione arrivato alle stelle (ricordiamo che lo Zimbabwe ha introdotto la moneta locale, abbandonando il sistema multivaluta, nel 2019). Lo scorso anno l’inflazione era arrivata ad oltre 800%. Nel corso dei mesi quest’iperinflazione è leggermente diminuita ma la situazione è molto critica.

Lo dimostra il fatto che, pochi giorni fa, la banca centrale ha annunciato l’introduzione di una nuova banconota da 50 dollari, la denominazione più alta del Paese. Il cambio in euro corrisponde a pochi centesimi, 0,50 circa. Insufficiente a pagare anche solo una pagnotta di pane.

La nuova banconota alimenta i timori del ritorno di un periodo di iperinflazione con cui il paese si è già trovato a fare i conti in passato. Una situazione che spazzò via i risparmi e fece crollare l’economia, mentre i prezzi di beni quotidiani e servizi raggiungevano cifre da capogiro.

 

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