Algeria: «La repressione ha ucciso il sogno di cambiamento»
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Il movimento popolare Hirak compie cinque anni. Con ben poco da festeggiare
Algeria: «La repressione ha ucciso il sogno di cambiamento»
Nel 2019 la speranza di trasformazione aveva spinto i giovani a interessarsi alla vita politica e a riversarsi nelle strade nel tentativo di smantellare il regime. Oggi i vecchi “dinosauri” sono ancora al potere e i giovani hanno perso fiducia in un cambiamento democratico. E le previsioni in vista delle presidenziali di dicembre non lasciano spazio all’ottimismo
22 Febbraio 2024
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 5 minuti
Una delle ultime manifestazioni di protesta nell'aprile 2021, durante la pandemia (Wikimedia Commons/CC BY-SA 4.0 DEED)

Il 22 febbraio ricorre in Algeria il 5° anniversario dell’Hirak: il movimento che nel 2019 affollò le strade ogni venerdì per opporsi al quinto mandato dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika. I manifestanti chiedevano la democratizzazione del sistema politico, la magistratura indipendente, il rispetto dei diritti umani.

A 5 anni dall’evento che sembrò annunciarsi come la Primavera araba giunta in ritardo, nulla è cambiato: le organizzazioni dei diritti umani sono state sciolte; i sindacati limitati nelle loro attività; i giornalisti portavoce di un’informazione libera e indipendente sono arbitrariamente incarcerati; gli attivisti, quando non arrestati, sono sottoposti a pressioni. Una situazione che pare senza margini di miglioramento in vista delle elezioni presidenziali del prossimo dicembre.

I giovani e le speranze nella partecipazione alla vita politica

Dal 1° gennaio, l’Algeria è tornata per la quarta volta a sedere al tavolo dei membri non permanenti del Consiglio di sicurezza ONU, seggio che ricoprirà fino al 31 dicembre 2025.

La diplomazia algerina dichiara di volersi impegnare internazionalmente a “promuovere il contributo dei giovani e delle donne alla pace e alla sicurezza e la loro piena, effettiva e significativa partecipazione al processo decisionale […]”, eppure la realtà quotidiana entro i confini del paese più grande d’Africa contraddice i buoni intenti.

«Oggi c’è un totale abbandono della vita politica da parte dei giovani», racconta un avvocato algerino che chiede di rimanere anonimo. Secondo lo studio Les Jeunes en Algérie (marzo 2023) condotto dalla sociologa algerina Khadidja Boussaïd per la Fondazione Friedrich-Ebert Stiftung, su 1.046 giovani intervistati tra i 16 e i 30 anni, il 53% associa alla parola “politica” il termine “governo”, il 45% a “corruzione”, il 38% a “problemi”. Appena l’8% alla parola “speranza”.

Ma nel 2019 era stata proprio la speranza nel cambiamento a spingere i giovani algerini a interessarsi alla vita politica e riversarsi nelle strade di Kherrata, Khenchela e Algeri, dando inizio a quella che sarebbe divenuta la “Rivoluzione dei sorrisi”.

«Il popolo algerino ha trovato nell’Hirak i mezzi per rispondere all’umiliazione del quinto mandato di Bouteflika», confessa Boualem Ziani, sindacalista del Syndicat Autonome de Travail, l’Éducation et la Formation (SATEF). Ma oggi – continua – «tutte le speranze sono crollate con la repressione». Nell’ultimo anno, sono state adottate la legge 02-2023, che regola e restringe l’attività sindacale, e la 08-2023, che limita fortemente il diritto di sciopero.

La doppia faccia del regime

 Dall’esterno, si direbbe che il regime punti alla conquista di un posto di rilievo dell’Algeria nello scacchiere internazionale. Il paese è membro dal 31 dicembre 2022 del Consiglio per i diritti umani ONU; ha proposto il progetto di risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; stringe molteplici patti bilaterali di cooperazione, non ultimi gli accordi in ambito energetico e industriale con l’Italia, compresi nel Piano Mattei per l’Africa.

Contemporaneamente, mentre lavora assiduamente per la stabilità del Sahel, tenta sul territorio nazionale di contenere l’inflazione dei prezzi dei prodotti agricoli e la disoccupazione, specie quella giovanile (19% per giovani tra 16 e 34 anni, 27% per giovani tra 16 e 24 anni), elargendo sussidi.

Per non stravolgere i suoi piani di azione, evita a priori le occasioni di confronto politico.

«Il regime non è interessato ad aprire discussioni e dibattiti con gli oppositori della società civile o a impegnarsi per un vero cambiamento in termini di governo», afferma Raouf Farrah, ricercatore algero-canadese in geopolitica, senior analyst per Global Initiative against Transnational Organized Crime (GI-TOC).

Farrah, vittima collaterale del caso Amira Bouraoui, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo una detenzione arbitraria di 8 mesi nel carcere di Boussouf, nella città di Costantina, con le accuse di “aver ricevuto finanziamenti per minare la sicurezza dello Stato” (art.95 bis c.p) e “pubblicazione di informazioni riservate su reti elettroniche” (art.38, ordinanza 09-21 sulla protezione dei dati).

Il ricercatore in geopolitica nel febbraio 2023 pubblicò Algérie: L’avenir en jeu. Essai sur les perspectives d’un pays en suspens, un saggio sulle prospettive future dell’Algeria. Si tratta di un lavoro collettivo di ricercatrici e ricercatori multidisciplinari che hanno partecipato all’Hirak come attivisti e privati cittadini, e che hanno pensato di unire le energie per costruire – nello spirito del movimento – «una società intellettuale della conoscenza».

Nell’analisi si giunge alla conclusione che il sistema autoritario di governo è in crisi. Per scongiurare una regressione generalizzata, si dovrebbe formulare un nuovo contratto sociale tra governo e società civile che miri al coinvolgimento della cittadinanza nella vita politica del paese, passando per l’effettiva garanzia del rispetto dei diritti umani.

Elezioni presidenziali: quali prospettive?

Nell’attesa che questo accada, le proiezioni in vista delle presidenziali di dicembre non lasciano molto all’immaginazione. «Ad oggi siamo ancora governati dagli stessi “dinosauri”, le stesse figure politiche sin dall’indipendenza (1962)», puntualizza con ironia l’avvocato che, rispetto all’appuntamento democratico, pensa: «Come possiamo parlare di elezioni presidenziali quando per 4 anni si è voluto terrorizzare la gente? Per non parlare del divieto di uscire dal territorio nazionale (interdiction de sortir du territoire national, ISTN, ndr). L’Algeria è ormai diventata una prigione a cielo aperto! Penso che la priorità degli algerini sia il ritorno alla legittimità delle istituzioni, per poi eleggere un presidente legittimo».

Raouf Farrah crede che l’attuale presidente Abdelmadjid Tebboune si candiderà per un secondo mandato. Possibilità che lo preoccupa perché «non sembra esserci alcun segno di un impegno politico per una transizione democratica da parte del potere».

Nel frattempo, nel clima di incertezza che si respira in questi giorni, si è cominciato a ipotizzare il rinvio delle elezioni al 2025 per l’instabilità attuale nella regione del Sahel. Ma si è in attesa di comunicati ufficiali. Nel rispetto della costituzione, la scadenza del mandato presidenziale di Tebboune è prevista il 19 dicembre 2024.

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