Algeria: quattro anni di crescente repressione - Nigrizia
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Parla l’attivista del movimento Hirak, Zaki Hannache
Algeria: quattro anni di crescente repressione
Dall’esilio in Tunisia Hannache racconta a Nigrizia la feroce campagna del regime contro i dissidenti. Una repressione crescente, fatta di intimidazioni, arresti arbitrari e pesanti condanne, che ha messo in ginocchio la rivoluzione democratica popolare iniziata nel 2019
16 Gennaio 2023
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 12 minuti
Zaki Hannache (Credit: Amine Bendjoudi)

Il 18 febbraio 2022 Zakaria “Zaki” Hannache viene arrestato da quattro agenti in borghese, prelevato da casa sua nel quartiere di Cherarba, ad Algeri, e portato alla stazione di polizia Dr Saadane Street.

Viene accusato il 24 febbraio di “apologia di terrorismo”, di “minaccia all’unità nazionale” e di “ricezione di fondi da istituzioni interne o esterne al paese” per il suo lavoro di documentazione e costante aggiornamento sullo stato di arresto e sui procedimenti giudiziari dei detenuti d’opinione: attivisti, giornalisti, sindacalisti, politici, responsabili di aver pubblicato un post sui social network, un articolo o, in generale, aver preso posizione contro il governo e gli arresti arbitrari.

Dopo 35 giorni di prigionia, Hannache viene rilasciato provvisoriamente su pagamento di cauzione il 31 marzo, col rischio di poter essere nuovamente incarcerato. Rischia una condanna fino 35 anni di reclusione, l’ergastolo o la pena di morte (sospesa in Algeria dal 1993). 

Hannache lo scorso agosto si reca in Tunisia, dove chiede asilo, e il 18 novembre riceve lo status di rifugiato dall’Unhcr. Tuttavia, diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso preoccupazione e hanno chiesto alle autorità tunisine di non ripetere il caso di Slimane Bouhafs, attivista che aveva ottenuto la protezione internazionale in Tunisia ma che è stato riportato forzatamente, in circostanze non chiare, in Algeria.

Il caso di Hannache è il caso di tanti altri algerini sostenitori dell’Hirak, il movimento pacifista per un’Algeria libera e democratica, nato nel febbraio 2019 per opporsi alla candidatura al quinto mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika e che ha continuato a chiedere anche dopo l’elezione dell’attuale presidente Abdelmadjid Tebboune radicali riforme politiche come la partecipazione della società civile alla vita politica del paese, la fine dello stato militare, l’indipendenza della magistratura, le libertà di espressione e manifestazione.

L’effetto delle proteste è stato un inasprirsi progressivo della repressione da parte del sistema di potere algerino, che ha comportato l’aumento dei detenuti d’opinione – secondo il World Report 2023 di Human Rights Watch a ottobre 2022 se ne contavano 250 – senza alcun limite di età, come nel recente caso del sedicenne Rahim Attaf, accusato di “istigazione ad assembramenti armati”, e che va minando l’indipendenza dei media algerini, sia attraverso la pressione messa in atto dalla polizia politica, sia privando i media delle risorse economiche necessarie a sostenersi, come le pubblicità pubbliche e quelle fornite da compagnie private. 

Dopo i casi dei giornalisti Khaled Drareni, Rabah Kharèch, Merzoug Touati, sta suscitando indignazione a livello internazionale l’arresto di Ihsan El Kadi. Fondatore e direttore dei media indipendenti Radio M e Maghreb Émergent, El Kadi è stato preso in custodia da sei agenti della Direzione generale della sicurezza interna (Dgsi) la notte del 23 dicembre, portato alla caserma di Antar e arrestato il 29 dicembre con l’accusa di “aver ricevuto fondi dall’estero”.

A motivare l’arresto del giornalista, probabilmente un articolo in cui analizzava come il presidente Tebboune – in vista delle presidenziali del 2024 – potrebbe non essere riconfermato al secondo mandato per l’inarrestabile politica di sicurezza che sta adottando, evidenziando quindi la necessità nel paese di riabilitare la politica e la sua funzione, un’esigenza tanto premente quanto lo era nel 2019, quando nacque l’Hirak.  

Il giornalista era già stato sotto controllo giudiziario nel maggio 2021 e poi condannato lo scorso 7 giugno a sei mesi di carcere, al pagamento di una multa di 50mila dinari algerini, al risarcimento di danni all’erario pubblico e al ministero delle comunicazioni.

Per Ihsan El Kadi si sono mossi diversi giornalisti e direttori di giornali che, riuniti da Reporter sans frontières, hanno sottoscritto un appello chiedendo alle autorità algerine il suo rilascio, la rimozione dei sigilli degli uffici di Radio M e Maghreb Émergent, la fine della criminalizzazione del giornalismo e di ogni altra forma di libertà di espressione garantita dalla Costituzione. 

Dell’attivismo, dell’Hirak, dei diritti umani, degli arresti arbitrari e delle prospettive future in Algeria abbiamo parlato con l’attivista algerino Zaki Hannache.

Ci racconta la sua esperienza come militante per i diritti umani?

La mia esperienza è stata da un lato magnifica, dall’altro complicata. È stata un’esperienza di cui non mi sono mai pentito, nonostante le circostanze siano state, e sono, molto dure. In Algeria essere un attivista politico per i diritti umani – perché tale mi considero – è molto difficile. Ho fatto molti sacrifici: ho perso il lavoro, e purtroppo non sono l’unico, anche altri hanno affrontato la mia stessa situazione; sono stato in carcere, ho ricevuto minacce e vessazioni.

Il mio attivismo in Algeria ha comportato tutto ciò, ed è questa in generale la reazione del potere algerino quando qualcuno si oppone alla sua posizione, alle sue regole. Ogni attivista diviene un nemico, un pericolo. Ma non un pericolo per lo stato, quanto un pericolo per il governo, per la sua esistenza. Tuttavia, l’aspetto positivo è che col tempo ho conosciuto attivisti e giornalisti che stimo.

Prima ero un semplice cittadino, poi sono entrato in una dinamica di vita diversa, in un settore che ammiro: difendere i diritti umani è per me un’attività nobile. Oggi sono convinto che la repressione, la dittatura, portino direttamente alla povertà e alla miseria. Sono i paesi che garantiscono concretamente la democrazia a dimostrare la loro forza e il loro sviluppo.

Quando è cominciata la sua denuncia contro la repressione?

Ci sono due date importanti che hanno profondamente cambiato la mia vita, la mia visione delle cose, oltre che le mie posizioni. La prima è il 22 febbraio 2019, l’inizio della rivoluzione Hirak. A quel tempo ero un impiegato statale in un ente pubblico, lavoravo nel settore elettrotecnico. Non avevo assolutamente nulla a che fare con la politica, ma con l’inizio della rivoluzione algerina ho deciso di attivarmi politicamente.

Ho cercato così di capire, di manifestare, di fare la mia parte, di rivendicare le mie posizioni: posso dire di sentirmi “cittadino” in quanto sono con tutto il popolo algerino e insieme cerchiamo di rivendicare i nostri diritti. 

La seconda nel luglio 2019, quando, dopo aver incontrato diversi militanti attivi nell’Hirak, uno di questi mi ha invitato a diventare membro della rete di giornalisti, difensori dei diritti umani, attivisti, partiti politici. Una volta entrato a farne parte, ho scoperto i prigionieri di coscienza.

Sapere di persone private della loro libertà e considerate “criminali” per aver esercitato il loro diritto di esprimersi, mi ha spinto a denunciare questa ingiustizia. Ma non solo: anche venire a conoscenza delle molestie che le famiglie dei detenuti d’opinione subiscono mi ha influenzato e spinto ulteriormente a parlarne. 

Da un lato mi fa male pensare che per la mia attività di denuncia ho sacrificato il mio lavoro, la mia famiglia, il mio tempo, quella che sarebbe stata la mia futura moglie che avrei dovuto sposare nel giugno 2020. Dall’altro, assistere all’ingiustizia mi motiva a persistere con la mia militanza. C’è qualcosa dentro di me, nel profondo, che mi spinge a non tornare indietro perché so che sto facendo qualcosa di nobile.

Qual è l’obiettivo della repressione?

L’obiettivo è chiaro: con la rivoluzione Hirak, il potere si è indebolito. Questa rivoluzione ha messo a rischio l’esistenza del potere, l’esistenza di un regime che governa dal 1962. L’unico mezzo che il potere conosce per imporsi è quindi la repressione, è mettere le persone in carcere. Se analizziamo la repressione messa in atto, essa è iniziata esattamente nel giugno 2019 ed è andata via via aumentando. Un’escalation che si ravvisa del resto nel numero di persone che sono state arrestate.

Si è iniziato con le accuse correzionali, poi si è proceduto con accuse penali e ora accuse per terrorismo (l’introduzione nel giugno 2021 di due paragrafi aggiuntivi all’art.87bis del Codice penale ha reso molto vaga e ampia la definizione di “terrorismo”, ndr). Nel mio caso, sono stato accusato di terrorismo e trattato come un terrorista per una sola pubblicazione fatta per informare. 

La prima sentenza di condanna in Algeria si è avuta nel novembre 2019 e prevedeva 6 mesi di carcere. Ora assistiamo a condanne di 10, 8, 5 anni di prigione… per quale motivo? Per un post sui social network, perché si manifesta, perché si protesta, perché vengono rivendicati i propri diritti, perché si parla di politica: anche in quest’ultimo caso, se non sei dalla parte del potere, sei considerato un criminale. 

Cosa ne pensa della detenzione del giornalista Ihsan El Kadi?

La sua detenzione è una forma di bullismo. Già nel 2019 si voleva rimuovere Ihsan El Kadi. E la rimozione non riguarda solo lui come giornalista, ma tutta Radio M. Questa è la vera ragione. Perché Radio M è un media indipendente che non si posiziona politicamente, e Ihsan El Kadi, attraverso esso, critica il potere e le decisioni del governo.

Radio M è ciò che manca all’Algeria, dato che la maggior parte dei contenuti dei media algerini devono passare al vaglio della polizia politica. Ma né Radio MMaghreb Émergent hanno mai accettato questo compromesso, pubblicando invece tutte le notizie correttamente accertate. Quindi, l’unico “crimine” che ha compiuto Ihsan El Kadi è stato quello di promuovere una campagna per avere un media libero, rifiutando tutti gli ordini della polizia politica di modificare la linea editoriale dei media da lui diretti.

Possiamo dire che la repressione e la detenzione di El Kadi sono la prova del tentativo di manipolare i media algerini. Lo abbiamo già visto del resto con la detenzione del giornalista Khaled Drareni, del giornalista Hassan Bouras, recentemente rilasciato, di giornalisti di Liberté (media algerino che ha interrotto le sue pubblicazioni nell’aprile 2022, ndr) come Rabah Karèche. Per controllare e manipolare i media devono reprimere Ihsan El Kadi, reprimere qualsiasi giornalista che osa criticare il potere. 

Cos’è per lei l’Hirak?

Per me l’Hirak è una sollevazione popolare pacifista che ha dato speranza agli algerini di avere una vera democrazia. È una rivendicazione del popolo. Prima del 22 febbraio 2019, ci si preparava alle elezioni che vedevano i militari a sostegno della candidatura al quinto mandato di un presidente moribondo, Abdelaziz Bouteflika.

Le elezioni sino a quel momento erano state una farsa per giustificare l’ascesa del presidente designato dai militari e poi imposto al popolo. Da un tale stato di cose prese le mosse l’Hirak: la speranza di realizzare i nostri obiettivi in uno stato di diritto, la speranza di costruire un’Algeria migliore.

Esiste ancora l’Hirak?

Sono cambiate molte cose dal 2019 e ora, nel 2023, dopo che lo stato algerino ha cominciato da maggio 2021 a reprimere la rivolta popolare, l’Hirak è bloccato. Certo, restano ancora la volontà, l’idea, la speranza dell’Hirak nel cuore e nella voce degli algerini. Ci sono ancora giovani, attivisti, che tengono accesa quella fiamma, ma il principio, la base dell’Hirak, è la sollevazione popolare, che la repressione ha interrotto.

Credo che quanto avvenuto nel 2019, 2020, 2021 sia una lezione per le future generazioni a dar vita a un nuovo movimento popolare che, grazie all’esperienza pregressa, riuscirà nel suo intento con maggiore forza ed efficacia.

Cosa si aspetta dal suo futuro?

È complicato. La prendo larga: dopo esser stato in prigione per 35 giorni ed esser stato rilasciato grazie alla pressione che diverse organizzazioni internazionali hanno fatto sul mio caso, come detto, persi il lavoro. Da lì in poi, la mia situazione divenne sempre più opprimente: facevo colloqui di lavoro con le aziende che in un primo momento mi accettavano e che poi mi telefonavano per comunicarmi che non avrebbero potuto assumermi.

La polizia politica, in sintesi, mi stava impedendo di lavorare. Ben presto è arrivata poi l’intimidazione psicologica, mi sentivo perennemente osservato, seguito. Tutte le mie relazioni hanno cominciato a essere compromesse. L’accusa di terrorismo è molto, molto pesante e mina non solo te, persona, che la ricevi, ma tutta la tua famiglia e le persone che conosci, costringendole a continue pressioni e vessazioni. Questo grosso peso ha contribuito al mio malessere psicologico.

Sono venuto quindi in Tunisia per ricevere assistenza e cure, e già il solo espatriare mi ha permesso di provare una sensazione di liberazione. Ho così man mano ripreso il mio attivismo, la mia attività di documentazione, arrivando oggi ad avere un nuovo progetto tra le mani: sto scrivendo un rapporto dettagliato sui diritti umani in Algeria con l’ausilio di attivisti, avvocati, giornalisti, esperti di diritti umani.

Questo, rispondendo alla domanda, potrebbe essere il mio futuro. Tuttavia, la mia vita qui in Tunisia resta difficile: sono come rinchiuso in una piccola scatola, mi sento in prigione, ma una prigione più comoda: ho internet, parlo e mi incontro con le persone, ma vivo con il rischio di essere rimpatriato forzatamente in Algeria… è una vita di paura. La paura è sempre con me.

Ciò che ora desidero è lasciare la Tunisia e andare in qualsiasi altro paese dove possa effettivamente sentirmi al sicuro, per dedicare tutta la mia vita, tutto il mio tempo, alla causa dei diritti umani e alla situazione in Algeria. 

Cosa si aspetta, invece, dal futuro dell’Algeria?

Questa è la domanda più complessa da rispondere. Attualmente lo stato algerino non vuole fermare la repressione. Per fare una rivoluzione, un altro Hirak, ci vorranno 10, 30 anni, soprattutto perché con la crisi energetica scaturita dalla guerra tra Ucraìna e Russia, sotto il punto di vista geopolitico e geostrategico l’Algeria si trova a occupare una posizione forte.

E il governo sta sfruttando questa opportunità per fare pressione dall’interno, per reprimere di più. Ci sono, poi, molti paesi che hanno cambiato la loro posizione rispetto alla questione della repressione, anche sotto il profilo dei media. Nel 2019 e nel 2020 si parlava molto dell’Algeria, ora si esita a parlarne. Il futuro si presenta oscuro, ma c’è sempre la speranza di vivere ciò che vogliamo: la tolleranza nei confronti di tutte le posizioni politiche, una democrazia.

 

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