Devastazione ambientale provocata dall'estrazione petrolifera a Kegbera, nel Delta del Niger, in Nigeria (Credit: Friends of the Earth)

«Basta nuove esplorazioni per l’estrazione di gas e petrolio in Africa, basta pratiche corruttive che vedono in prima linea le grosse multinazionali del mondo occidentale, chiediamo una decisa svolta da parte dei nostri governi al fine di abbracciare una transizione verso un futuro incentrato sulle fonti rinnovabili».

Questo, in estrema sintesi, il succo della dichiarazione congiunta che la Chiesa anglicana dell’Africa meridionale, riunita nel sinodo provinciale, ha approvato la scorsa settimana, inoltrandola all’Unione africana, all’Unione europea e ai governi di Regno Unito, Canada, Stati Uniti d’America, Francia e Cina.

Particolarmente significativi alcuni passaggi del documento, dove si spinge per il riconoscimento dell’ecocidio come crimine nel diritto nazionale e internazionale. «L’ecocidio consiste nel causare danni irreparabili e distruzione agli ecosistemi, oltre al danneggiamento della salute e del benessere delle specie, compresi gli esseri umani».

«Gli habitat naturali dell’Africa vengono distrutti a un ritmo allarmante attraverso l’estrazione di petrolio e gas, con molti nuovi progetti in cantiere. Conosciuta in Nigeria come la maledizione dell’“oro nero”, l’estrazione dei combustibili fossili sta inquinando l’acqua e la terra. Le compagnie petrolifere stanno abusando dei diritti delle popolazioni indigene e rurali, e le costringono a lasciare le loro terre. L’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio e del gas stanno portando alla destabilizzazione politica e all’aumento della violenza».

Ambiente devastato

Durissimo l’atto d’accusa nei confronti dei giganti petroliferi, con “nomi e cognomi” espressamente indicati nella dichiarazione. A partire da ReconAfrica, una compagnia canadese, che sta trivellando il bacino di Kavango, nel nord-est della Namibia, alla ricerca di gas e petrolio. La licenza di produzione di 25 anni della compagnia copre oltre 34mila chilometri quadrati. La grande estrazione di petrolio minaccia le scarse riserve d’acqua e probabilmente causerà una diffusa distruzione ecologica al Delta dell’Okavango, un sito patrimonio mondiale dell’Unesco. Distruggerebbe anche i mezzi di sussistenza tradizionali e causerebbe lo sfollamento delle comunità indigene.

Poi c’è il caso del Parco nazionale Virunga nella Repubblica democratica del Congo: un sito “protetto” del patrimonio mondiale dell’Unesco. Ha una ricchezza di biodiversità ma è minacciato dall’esplorazione petrolifera. L’Unesco ha fatto appello al governo congolese affinché cancelli tutti i permessi di esplorazione petrolifera e si concentri piuttosto su opportunità di sviluppo sostenibile a lungo termine.

Ma la lista è lunga. Sta sempre più precisandosi il piano per costruire un oleodotto riscaldato che porterà il greggio dall’Uganda occidentale attraverso la Tanzania all’Oceano Indiano, l’East African Crude Oil Pipeline (Eacop), danneggerà i fragili ecosistemi e sfollerà le famiglie dalle loro terre. I governi ugandese e tanzaniano, la compagnia petrolifera francese Total e la China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) sono tutte entità coinvolte in questo progetto, a cui ha già fatto sapere di non essere interessata la banca italiana UniCredit, viste le tante ricadute socio-ambientali.

C’è anche l’italiana Eni tra le multinazionali che hanno investito nelle riserve di gas offshore del nord del Mozambico. Nonostante le promesse, il vasto sviluppo non ha portato benefici alle comunità locali. Da quattro anni a questa parte, nell’area interessata molti giovani si sono uniti a gruppi d’insurrezione (alcuni dei quali farebbero capo ai jihadisti di al-Shabaab) che hanno compiuto attacchi brutali. Quasi 900mila gli sfollati interni a causa della violenza.

Il grido dei poveri

Eppure, invece di fermare l’estrazione di combustibili fossili, molti governi stanno attivamente incoraggiando l’esplorazione di riserve di petrolio e gas da parte di compagnie straniere.

«Come dice il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres è un codice rosso per l’umanità, e dobbiamo fermare nuove esplorazioni di petrolio e gas per avere una possibilità di rimanere sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi», ha dichiarato a Nigrizia Rachel Mash, coordinatrice sui temi ambientali della Chiesa anglicana dell’Africa meridionale.

Che ha aggiunto: «Come persone di fede siamo chiamati ad ascoltare il grido dei poveri e il grido della Terra. L’aumento della temperatura in Africa è già devastante. Oltre a portare al cambiamento climatico, le nuove estrazioni di combustibili fossili spesso spingono le popolazioni locali lontano dalle loro terre, lasciano le loro aree inquinate e producono profitti per le élite politiche e gli investitori stranieri. È tempo di investire in energie rinnovabili decentralizzate che possono produrre molti più posti di lavoro. L’Africa ha uno dei migliori potenziali di energia rinnovabile del pianeta. È tempo che l’Africa si risollevi».

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