Più di 260 ong puntano a bloccare il progetto di oleodotto East african crude oil pipeline (Eacop). All’inizio del mese di marzo le organizzazioni, appartenenti a 49 paesi diversi, hanno scritto una lettera rivolta ad almeno 25 istituti bancari, coinvolti nel finanziamento dell’infrastruttura. Chiedono di fermare il progetto, sottolineando gli impatti sociali e ambientali.

Friends of the Earth International, Global Witness, il Comitato nazionale olandese dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, l’ong olandese Bank Track, l’African Institute for Energy Governance, Inclusive Development International, il movimento Extinction Rebellion e l’italiana Re:Common sono tra i principali firmatari della lettera aperta rivolta alle banche.

Con i suoi 1.443 chilometri l’oleodotto è un’opera faraonica, il più lungo al mondo, che prevede di attraversare Uganda e Tanzania. L’infrastruttura dovrebbe trasportare il greggio dal distretto di Hoima, in Uganda, al porto di Tanga, in Tanzania. I principali attori sono la multinazionale francese del petrolio Total e la compagnia statale cinese China national offshore oil corporation (Cnooc), entrambe in possesso di licenze estrattive in Uganda. L’oleodotto, per loro, rappresenta l’unica via per esportare il greggio. Nell’operazione sono direttamente coinvolti anche i governi di Uganda e Tanzania.

Nella mappa il tragitto dell’oleodotto da Hoima, in Uganda, a Tanga, sull’Oceano Indiano, in Tanzania

Il costo dell’operazione raggiunge i 3,5 miliardi di dollari, 2,5 dei quali arriveranno da prestiti bancari e da altre forme di finanziamento.

Secondo le prime informazioni fornite dalle ong sarebbero 6 le banche pronte a rinunciare all’investimento. Sono arrivate le prime disdette informali, ma, sottolineano le organizzazioni firmatarie della lettera aperta, manca l’ufficialità della loro decisione.

Le lettere sono arrivate a Standard Bank of South Africa, alla Industrial and Commercial Bank of China e alla Sumitomo Mitsui Banking Corporation, in quanto consulenti finanziari, e ad altri 22 istituti disposti a prestare il denaro per l’operazione. Le organizzazioni si sono rivolte a tutte le banche che recentemente hanno finanziato Total o Cnooc.

Proprio la South Africa’s Standard Bank ha annunciato venerdì 5 marzo la sospensione del supporto all’Eacop, in attesa della pubblicazione degli studi di impatto sociale e ambientale. In un’intervista al giornale ugandese Daily Monitor la banca sudafricana ha sottolineato di seguire una policy stringente per i prestiti connessi a progetti di energia fossile.

Nel testo inviato alle banche viene sottolineato il crescente numero di coloro che si oppongono al progetto: dal milione di firme raccolte nel 2020 alle oltre 800 persone aderenti alla petizione ugandese che chiedeva considerare prioritari la conservazione dell’ambiente e il benessere delle popolazioni.

Spostamenti forzati ed espropri potrebbero coinvolgere più di 400 villaggi che si trovano lungo il tracciato dell’oleodotto. Circa 14mila persone potrebbero perdere la terra, centinaia di famiglie dovrebbero essere collocate in nuovi insediamenti. Gli impatti negativi si sono già concretizzati, sottolineano le ong, per le migliaia di contadini la cui terra è stata acquisita da Total. Hanno dovuto bloccare le loro produzioni agricole in attesa della realizzazione dell’infrastruttura. L’assenza di campi da coltivare ha influito direttamente sulla stabilità economica di intere famiglie.

Oltre agli impatti sociali, l’oleodotto, secondo le ong, metterebbe a rischio la biodiversità di una delle aree più ricche di fauna selvatica. Minaccia la riserva naturale ugandese delle cascate Murchison, che diventerebbe luogo di estrazione del greggio. A rischio anche foreste, corsi d’acqua e zone umide. Inoltre, più di un terzo del tracciato toccherebbe il bacino del Lago Vittoria, principale fonte d’acqua per 40 milioni di persone.

Alla problematica ambientale si aggiunge l’impatto climatico. A pieno regime l’infrastruttura dovrebbe trasportare circa 216mila barili di greggio giornalieri, producendo grandi quantità di anidride carbonica, poi rilasciata in atmosfera.

Le ong chiedono alle banche di annunciare pubblicamente la rinuncia al finanziamento del progetto, di spingere i governi di Uganda e Tanzania a investire nelle fonti energetiche rinnovabili e di fare pressione su Total perché garantisca un’adeguata compensazione alle persone espropriate dei loro campi.

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