Militari rwandesi in Mozambico (credito: Teller Report)

I fatti sono chiari: dopo circa un anno, la città di Mocimboa da Praia, insieme ad altre località nei dintorni, come Awasse, è stata riconquistata ieri dalle truppe governative, col decisivo appoggio dei mille uomini – fra militari e poliziotti – inviati lo scorso luglio dal presidente del Rwanda Paul Kagame.

Mocimboa da Praia era diventata, da un anno, la base principale dei gruppi terroristici che dal 2017 stanno insanguinando Cabo Delgado, provincia del Mozambico settentrionale, che l’esercito mozambicano, da solo, non era stato capace di contrastare. In circa una settimana, l’azione delle truppe rwandesi è stata sufficiente per riconquistare la città, disperdendo i ribelli rimasti in vita dopo il micidiale attacco. Ieri la bandiera mozambicana è tornata a sventolare sulla città con grande soddisfazione delle autorità locali e di gran parte del paese.

Quel che è meno chiaro è ciò che sta dietro a questa brillante operazione. Innazitutto c’è da chiedersi perché un migliaio di militari rwandesi sia stato in grado di ottenere quel risultato che, in un anno, era stato constantemente al di fuori della portata dei loro colleghi mozambicani.

In secondo luogo, l’altra questione che si pone adesso è che tipo di evoluzione subirà il conflitto; e, infine, che ruolo avranno le truppe della Comunità di sviluppo dell’Africa meridinale (Sadc), appena sbarcate in pompa magna a Pemba, capitale di Cabo Delgado, accolte dal presidente mozambicano Filipe Nyusi, che è anche presidente di turno della Sadc, e Mokgweetsi Masisi, presidente del Botswana e responsabile Sadc per la difesa e sicurezza.

I criteri dell’offensiva

Una possibile risposta alla prima questione è che le truppe rwandesi siano meglio preparate per la lotta contro il terrorismo, avendo anche a loro disposizione mezzi militari nettamente superiori rispetto all’esercito mozambicano. Se ciò è vero, tuttavia non si può tacere che dall’interno delle file mozambicane vi sia stata, in tutti questi anni, una continua fuga di informazioni a favore dei gruppi terroristici, come ammesso anche da parte del nuovo capo di stato maggiore, il generale Mangrasse.

Tali gruppi erano puntualmente informati di eventuali azioni da parte delle truppe regolari, che spesso si sono trovate a riconquistare villaggi deserti, visto che i ribelli erano stati avvertiti dell’arrivo dei militari mozambicani. Questa vendita di informazioni militari, insieme all’azione di intelligence derivante dalla collaborazione che una parte della popolazione locale, soprattutto quella di origine kimwane e, in parte, makua, ha garantito ha fatto sì che i terroristi godessero di vantaggi tattici enormi, utilizzati per umiliare l’esercito regolare.

Le truppe rwandesi, che avevano la missione precisa di eliminare il prima possibile la resistenza, sono andate dritte alla meta, avendo ragione in pochissimo tempo dei ribelli. A questo proposito, vale la pena qui ricordare che, dal punto di vista della tattica militare, ai rwandesi si è presentato lo scenario migliore: un obiettivo localizzato e fisso, secondo uno schema di scontro frontale, in cui chi ha più mezzi vince. E così è stato.

Seconda questione. Che tipo di conflitto ci dovremmo attendere adesso che la principale base dei ribelli è stata scardinata? Nella difficoltà di fare previsioni, due scenari sono possibili: uno ottimista, che prevede la fine del conflitto nel brevissimo periodo, e un altro, più pessimista, di trasformazione del conflitto stesso.

Nel primo caso, si dovrebbe presupporre che i ribelli non abbiano più canali di finanziamento – interni ed esterni –, e che quindi le loro azioni siano destinate a scemare per mancanza di mezzi. Uno scenario che, considerate le profonde radici economiche, politiche ed etniche, oltre che religiose di questa guerra appare a oggi eccessivamente ottimista e, quindi, poco probabile.

Nel secondo caso, i ribelli – che comunque conservano diverse piccole basi nel territorio di Cabo Delgado – torneranno a compiere raid e imboscate sia contro i militari dell’esercito regolare che contro piccoli villaggi, al fine di garantirsi cibo e qualche arma in più.

In questo caso, tutta l’area settentrionale di Cabo Delgado, e soprattutto quella interna, resterà ancora instabile per diverso tempo, costringendo le truppe regolari a una difficoltosa guerriglia, su un terreno favorevole ai ribelli. Viceversa, le zone “prioritarie” dal punto di vista economico (Palma-Afungi) e militare (Mocimboa da Praia e Mueda) saranno fortemente presidiate e un loro ritorno nelle mani dei ribelli appare assai improbabile.

Va infine sottolineato che proprio le truppe rwandesi, secondo quanto, probabilmente, fu a suo tempo stabilito nella riunione trilaterale di Parigi fra Macron, Kagame e Nyusi, sorveglieranno la zona di Afungi, cuore dell’investimento di gas della Total, in un raggio di 25 Km, rendendola di fatto inespugnabile.

Interrogativi sulle forze Sadc

E veniamo al ruolo delle truppe Sadc. Si tratta di una presenza che, nonostante le cerimonie, il governo mozambicano ha digerito non di buon grado, essendo l’asse col Rwanda quello privilegiato. In ogni caso, in questo momento sono presenti sul terreno militari del Sudafrica (che sta intervenendo anche con mezzi navali e aerei) e del Botswana, col probabile arrivo di contingenti minori provenienti dalla Tanzania e dall’Angola.

A oggi, il loro compito si mantiene generico, in attesa di ordini più precisi e circostanziati che diranno dove queste forze saranno dislocate e quale compito specifico esse dovranno svolgere.

Gli elementi da considerare sono due. Da un lato, la nuova fase del conflitto, ossia la guerriglia, implica un investimento significativo in termini di intelligence che, sino a questo momento, ha rappresentato il tallone di Achille mozambicano; e dall’altro, il fatto che la coalizione disponga, adesso, di mezzi aerei di tutto rispetto mette in ulteriore pericolo la vita delle popolazioni civili, che rischiano di essere di nuovo bombardate in modo indiscriminato, come già avvenuto in passato da parte della società privata Dyck Advisory Group (Dag, con sede in Sudafrica), con la perdita di decine di vite umane innocenti, evidenzia un rapporto di Amnesty International.

Anche il tipo di tattica militare che verrà usata da parte della coalizione, quindi, determinerà il successo definitivo, o meno, delle forze regolari in questo conflitto, che si ammanta di jihadismo con collegamenti internazionali ma che sembra avere ragioni prevalenti di ordine economico ed etnico interne allo scenario mozambicano, con una partecipazione tutto sommato marginale di gruppi radicali esterni.

 

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