L'oppositrice beninese Reckya Madougou

«È un giorno triste per la nostra giustizia: continuo a ripetere che mancano le prove». Così si è espresso, all’uscita del tribunale che l’ha condannata a 20 anni di prigione criminale e a una ammenda di 50 milioni di franchi cfa (76.200 euro), uno dei suoi avvocati, Robert Dossou.

Stiamo parlando dell’oppositrice Reckya Madougou, ex ministra della giustizia del suo paese, che all’alba di sabato 11 dicembre si è vista condannata per «complicità in atti di terrorismo» (la pena era quella richiesta dal procuratore) dalla Corte di repressione delle infrazioni economiche e del terrorismo (Criet) di Porto-Novo, la capitale, che solo quattro giorni prima aveva condannato a 10 anni di carcere un altro oppositore al presidente Patrice Talon, Joel Aivo, per «complotto contro l’autorità dello stato» e «riciclaggio di denaro».

Al termine di 20 ore di dibattito burrascoso, la Madougou, 47 anni – due volte ministro nel suo paese e donna influente in Africa occidentale, vicina al presidente senegalese Macky Sall, impegnata nell’educazione politica dei giovani e nella promozione dell’autonomia femminile – è stata riconosciuta colpevole di «complicità in atti di terrorismo».

Madougou non ha mai smesso di dichiararsi innocente: «Questa Corte ha deliberatamente deciso di mettere alla gogna una innocente – ha dichiarato, poco prima dell’annuncio della sua condanna che ha accolto con il sorriso -. Non sono mai stata e non sarò mai una terrorista». E più tardi in un tweet: «Mi offro per la democrazia e se il mio sacrificio può permettere, a lei signor presidente del tribunale e ai suoi colleghi giudici di ritrovare la vostra indipendenza di fronte al potere esecutivo, allora non avrò sofferto invano questo calvario e questo terrore».

Istituita da Patrice Talon nel 2016, all’indomani della sua vittoria alle presidenziali, la Criet è accusata dai suoi detrattori di servire a silenziare l’opposizione, a vantaggio del presidente (rieletto per un secondo mandato lo scorso aprile con più dell’86% dei voti) impegnato, secondo l’opposizione, in una svolta autoritaria.

Madougou, la cui candidatura alle presidenziali dell’11 aprile era stata respinta, era stata arrestata il 3 marzo, subito dopo un incontro pubblico con altri candidati dell’opposizione il cui dossier era stato respinto. Incriminata e incarcerata a Cotonou, la capitale economica, l’oppositrice era accusata di aver finanziato una operazione con lo scopo di assassinare due uomini politici in modo da impedire la tenuta delle elezioni e così “destabilizzare” il paese.

L’udienza in tribunale, iniziata alle 6 del mattino e senza testimoni, è stata segnata fin dall’inizio dall’indignazione di un altro degli avvocati di Madougou, il francese Antoine Vey, che aveva denunciato: «Questa procedura non è che un atto politico. Ancora prima del suo arresto, tutto era già organizzato».

E sulla scia l’avvocato, giunto la vigilia da Parigi, aveva chiesto il puro e semplice annullamento del processo, prima di abbandonare l’aula senza rimettervi piede, denunciando la Criet come «runa giurisdizione imparziale e non indipendente», e aggiungendo che “il crimine” della sua cliente altro non era che «avere incarnato un’alternanza democratica al regime di Patrice Talon».

Il governo insiste a dire che la Criet è un organismo totalmente indipendente, che giudica in maniera perfetta, infischiandosene dell’appartenenza politica. Eppure, è senza sorprese che la Madougou è stata condannata dopo aver affermato alla sbarra di «non farsi alcuna illusione» quanto alla sentenza del processo.

Quanto all’“indipendenza” della Criet, va ricordato che meno di una settimana prima dell’elezione presidenziale dell’aprile scorso, una giudice della camera delle libertà di quella Corte, Essowé Batamoussi, era fuggita dal paese denunciando pressioni esercitate dal potere, specie nel caso Madougou.

Investita dal partito Les Démocrales dell’ex presidente della repubblica Thomas Boni Yayi, avversario di Talon, la signora Madougou si era candidata alle presidenziali denunciando soprattutto l’assenza di pluralismo elettorale.

Come segno di pacificazione, Talon, ricchissimo uomo d’affari che aveva fatto fortuna con il cotone, lo scorso settembre aveva incontrato Yayi – critico della presidenza e che reclamava la liberazione degli oppositori politici – che si era accontentato di sole… promesse.

Sempre la Criet aveva condannato nel 2018, e poi nel 2020 in contumacia, Sébastien Ajavon, importante figura di oppositore arrivato terzo nella precedente presidenziale, a 25 anni di prigione per traffico di droga e «falso, truffa e frode». Come la maggior parte degli oppositori beninesi, ora vive in esilio.

Se questo è il modo di trattare gli oppositori, come farà la fragile “democrazia beninese” a resistere all’urto della minaccia jihadista che da nord si fa sempre più incombente?

 

 

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