Patrice Talon

Nella repubblica democratica del Benin, le elezioni presidenziali di marzo 2016, che hanno condotto l’uomo d’affari Patrice Talon alla magistratura suprema, avevano suscitato grandi speranze di rinnovamento tra la popolazione. Considerato il candidato di rottura, incarnava per gran parte dei beninesi la fine di un sistema di governo – quello del presidente Thomas Boni Yayi (2006-2016) – che aveva finito per mettere in pericolo le conquiste democratiche del paese.

La sua vittoria, cinque anni fa, è stata vissuta come una vittoria della democrazia ed è stata ottenuta sulla base di un programma che si proponeva di alleviare le sofferenze della nazione. Alcuni punti: lotta alla corruzione; consolidamento dello stato di diritto reso vacillante da una cattiva governance; rafforzare la coesione sociale con il dialogo; diminuire il potere del presidente, rafforzando e riformando le istituzioni.

Cinque anni sono trascorsi rapidamente. E mentre lo schieramento del presidente fa un bilancio positivo e sostiene la candidatura di Talon per il secondo mandato alle presidenziali (il primo turno è fissato per l’11 aprile), l’opinione pubblica, sia nazionale che internazionale, dà un giudizio più problematico e tiepido.

È vero che si sono notati numerosi sforzi e dei progressi visibili. Nel paese molti progetti sono in via di realizzazione e le statistiche economiche internazionali dicono di un Benin in buono stato di salute. Secondo la Banca mondiale, in questi anni è passato da paese a reddito basso a paese a reddito medio. E numerose inchieste della magistratura e vari processi, mostrano una volontà di arginare la cattiva gestione e la corruzione.

Tuttavia, la realtà quotidiana mostra la recrudescenza della povertà e la sofferenza di tante persone. La borsa della spesa rimane vuota e i diritti dei poveri sembrano un problema banale, se si guardano alcune decisioni politiche. Le azioni del governo non paiono tener conto del sociale. Le riforme avviate senza un dialogo profondo e con uno spirito decisionista, danno l’impressione ai beninesi di essere diretti da un governo autocratico.

Nell’arena politica, il clima non è dei migliori. Si constata che molti attori che non condividono la visione politica del presidente, sono finiti nelle maglie di una giustizia che pare procedere a due velocità. Alcuni esponenti di primo piano delle scena sociale e politica, tra cui Sébastien Adjavon, nel 2016 molto vicino a Talon, hanno dovuto prendere la via dell’esilio.

L’atteggiamento politico del presidente ha cominciato a cambiare quando è fallito il primo tentativo di revisione della Costituzione. E quindi, nella pratica politica, la promessa di rafforzare le istituzioni si è trasformata in una sorta di vassallaggio delle altre istituzioni sotto l’autorità del presidente. Come se non bastasse, le elezioni legislative del 2019, che sono state considerate illegittime dalle opposizioni, hanno visto nascere un parlamento monocolore filopresidenziale.

Candidato unico?

A due mesi dal voto presidenziale, si segnala una timida apertura verso una legittimazione dell’opposizione, tanto che è stato riconosciuto un nuovo partito politico. Ma rimane il problema delle condizioni organizzative in cui si svolgerà il voto e del carattere inclusivo delle elezioni.

Infatti, una revisione costituzionale avvenuta nel 2019 impone ai candidati, per essere accettati come tali, di ottenere almeno il 10% di sponsor tra i deputati e i sindaci. Il punto è che gli 83 deputati e i 77 sindaci appartengono quasi tutti alla maggioranza presidenziale. Nonostante i numerosi appelli al dialogo lanciati da esponenti politici di ogni schieramento e dalla società civile, la marcia verso il voto prosegue secondo la volontà del presidente.

In un comunicato dell’ottobre scorso, la conferenza episcopale ha invitato tutti gli attori a dare una valutazione obiettiva, critica e costruttiva del quinquennio trascorso, e si sono augurati un voto pacifico, inclusivo e democratico.

Il capo dello stato, da parte sua, continua a proclamare la sua buona fede e il suo desiderio di salvaguardare le regole democratiche. E intanto, dopo aver percorso il paese in lungo e in largo, martedì scorso ha manifestato la sua decisione di correre per un secondo mandato. Secondo lui, governare altri cinque anni è un imperativo per consolidare il buon governo e le libertà.

Le opposizioni gli hanno subito ricordato che aveva sempre dichiarato di voler fare un solo mandato presidenziale e quindi di essere in contraddizione. Ma ormai nulla sembra poter fermare l’uomo che, secondo una parte non trascurabile dell’opinione pubblica, ha ucciso la democrazia.