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Crescita delle popolazioni africane
Boom demografico: un tema gravido di conseguenze
Il Niger si conferma il paese con la percentuale di crescita demografica più alta al mondo. Ma è l’Africa, soprattutto quella subsahariana, a essere ben lontana dall’obiettivo della transizione demografica. L’unica certezza sul tema è l’interdipendenza tra crescita ed equilibri globali
14 Luglio 2022
Articolo di Gianni Ballarini
Tempo di lettura 4 minuti
(Credit: World Economic Forum)

Il Niger, con un tasso di fertilità di 6,2 figli in media per donna e una popolazione stimata in quasi 24,5 milioni di abitanti al 1° luglio detiene la percentuale di crescita demografica più alta al mondo: 3,9% annua.

L’annuncio è stato dato l’11 luglio scorso in occasione della celebrazione della Giornata mondiale della popolazione, quando l’Onu ha annunciato che la popolazione mondiale raggiungerà gli 8 miliardi di persone il 15 novembre prossimo.

Il dato nigerino, per i demografi, è per nulla sorprendente analizzando il trend di questi anni. Un aumento che si verifica, secondo il governo di Niamey, «in un contesto dove l’uso dei contraccettivi è molto basso (12,2%), così come è bassa l’iscrizione scolastica e scarsa alfabetizzazione».

Lontana la transizione

Ma è l’Africa, soprattutto quella subsahariana, a essere ben lontana dall’obiettivo della transizione demografica, che arbitrariamente si raggiunge quando si ha «un numero medio di figli per donna pari a 2,5 e una speranza di vita di 70 anni» (Massimo Livi Bacci in Il pianeta stretto, Il Mulino, 2015).

Il tasso di fertilità in Africa rimane ostinatamente alto. Nel 2021 è stato pari a 4,4 bambini per donna in età riproduttiva. Quasi il doppio della media globale (pari a circa 2,4 nascite).

Sarebbe un errore ipotizzare che di un tema così complesso, e spesso fuori dai radar dell’informazione, ne possano parlare solo i diretti interessati, cioè gli africani. Per una ragione banale: sono globali le conseguenze della esplosione demografica continentale. Si chiama geodemografia: gli intrecci e le interdipendenze tra la crescita della popolazione e gli equilibri globali.

Ma sarebbe altrettanto erroneo pensare che l’unica risposta da abbozzare possa essere quella che a noi occidentali appare la più semplice. Ma anche la più stereotipata: la pianificazione familiare obbligata. Un esempio da manuale è quello propostoci dalla Regione Lombardia, che ha stanziato un milione di euro per l’acquisto di contraccettivi destinati ai paesi africani con un tasso di fertilità maggiore di 4 figli per donna.

La pianificazione familiare è ancora un tabù

Una soluzione inadeguata. E ce lo spiega la demografa ugandese Joyce Nabaliisa: la pianificazione familiare è ancora un tabù in larghissima parte del continente. In molti casi «gli uomini non sono favorevoli neanche all’idea che le loro partner utilizzino metodi contraccettivi». Credono che «la contraccezione produca sterilità nelle donne e che scateni il cancro». Un aspetto culturale che non si può aggirare inondando l’Africa di preservativi o pillole contraccettive.

Ma anche solo ipotizzando di imporre politiche “alla cinese” (un figlio per famiglia) – ripetiamo, impensabile per la cultura e la struttura sociale africana – non si riflette a sufficienza sul fatto che l’Africa non è un paese. Non è la Cina. Non esiste un’unica autorità centrale che legifera su tutto il territorio. Abbiamo 54 stati, ciascuno con il suo sistema politico e con le sue priorità economiche e sociali.

Tuttavia, il dato dirimente e comune a tutti questi paesi è una crescita demografica che va gonfiandosi in un vero e proprio tsunami. Già oggi gli under 25 sfiorano il 60%, quando in Europa si aggirano sul 25%.

La next generation è africana

La next generation, dunque, è africana. È inevitabile che la qualità della sfida globale si chiami Africa, con profondi mutamenti dell’ordine mondiale.

Una crescita demografica che porta con sé una serie di problemi: dagli spazi, al nutrimento, dalle infrastrutture, alle cure e all’istruzione, solo per citarne alcuni.

La crescita del Pil è una risposta insufficiente

Altro errore sarebbe appiattire i fenomeni di cambiamento su un’unica dimensione, quella economica, ad esempio. C’è chi confida nella dilatazione del pil africano. Il problema è che lo sviluppo economico continentale non cresce così velocemente come l’espansione demografica. Bisognerebbe creare circa 20 milioni di posti di lavoro formali ogni anno, contro i 3 milioni di oggi, per occupare i giovani che entrano nel mercato del lavoro.

Quindi? Accettazione passiva delle dinamiche sociali? No. Ci sono paesi che da anni hanno posto il tema demografico al centro delle loro politiche. Il Rwanda è tra questi. Tra il 2020 e il 2050 la popolazione aumenterà del 78%, assai meno del 121% dell’Rd Congo, suo gigantesco confinante. La speranza di vita alla nascita è di 68,4 anni nel 2015-20, ed è cresciuta di ben 20 anni rispetto ai 30 anni precedenti. Infine, il numero medio di figli per donna, che sfiorava il livello di 8 attorno al 1990, si è quasi dimezzato a 4,1 nel 2015-20.

Kigali è un modello che ha puntato soprattutto sulla scolarizzazione dei suoi giovani. Delle ragazze soprattutto. Esempio che non è il solo nel continente.

Sul tema della demografia africana è stata dedicata la Bussola del mensile Nigrizia di luglio agosto, con il contributo, tra gli altri, della sociologa Joyce Nabaliisa, del demografo Alberto Rosina e del padre comboniano Giulio Albanese

 

 

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