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Dimostrati i danni alla salute in seguito a decenni di estrazione selvaggia
Brasile, la lotta della comunità di Piquià contro i colossi minerari
Quella di Carajàs è considerata la più grande miniera di ferro a cielo aperto del mondo, nel cuore dell’Amazzonia. Dopo oltre vent’anni di battaglie, le prime famiglie del sobborgo di Açailândia potranno insediarsi in un nuovo territorio, al sicuro dai fumi velenosi. Ma l’inquinamento non si arresta
24 Giugno 2022
Articolo di Dario Bossi
Tempo di lettura 5 minuti
Uno dei punti di carico dei treni che percorrono quotidianamente la lunga ferrovia che dalle miniere del Carajás sbocca nel porto di São Luís (Credit: Salviano Machado /Ag-Vale)

L’industria estrattiva, la deforestazione selvaggia che da decine d’anni devasta la foresta amazzonica, l’allevamento bovino e la monocoltura di soia, sono le maggiori fonti di sfruttamento del Brasile da decenni, spesso e volentieri con la connivenza del governo – nel vasto paese si terranno le elezioni presidenziali il 2 ottobre prossimo – con le multinazionali interne o estere che ne sono attori principali.

Il prezzo che le popolazioni stanziate nelle aree dell’estrazione mineraria pagano è molto alto, la perdita della salute di migliaia di persone a causa dell’inquinamento provocato, appunto, da industrie che operano indiscriminatamente, senza garantire la necessaria protezione agli abitanti.

Una delle aree del paese più direttamente colpite da questa politica di estrazione selvaggia si trova nello stato del Maranhão, e riguarda la comunità di Piquià de Baixo, un sobborgo di Açailândia. Ora, dopo oltre vent’anni di rivendicazioni per la riparazione delle violazioni subite, gli abitanti della baraccopoli hanno ottenuto il diritto al reinsediamento in un nuovo quartiere, sufficientemente lontano dai fumi tossici, denominato Piquià da Conquista.

La vicenda era iniziata nel 1987; a quel tempo l’industria del ferro e dell’acciaio si insediò attorno a Piquià con cinque fabbriche di ghisa, una ferrovia e altri impianti dell’impresa mineraria. Da allora si è andata consolidando la presenza della Vale Industries Ltd (secondo colosso minerario del mondo) e delle industrie siderurgiche, e la popolazione che vive a ridosso di esse sperimenta sulla propria pelle i danni dei miasmi tossici.

Le operazioni estrattive con gli anni sono andate aumentando e oggi quella di Carajàs è considerata la più grande miniera di ferro a cielo aperto del mondo, nel cuore dell’Amazzonia. L’immenso corridoio logistico per le esportazioni (900mila km²) attraversa due stati brasiliani e circa 100 comunità, con un’estensione che va dalle miniere al porto di São Luís, dal quale grandi navi cargo sono inviate in varie parti del mondo.

Oggi, principalmente, verso la Cina, ma anche verso l’Europa e l’Italia. Le ingenti attività di estrazione siderurgica, la produzione di cemento e le acciaierie hanno contaminato l’aria e in genere l’ambiente di questa regione con forte impatto sulla salute della comunità, come è stato dimostrato da precisi studi scientifici.

Le aziende e le istituzioni pubbliche interessate sono state sollecitate a riparare i danni morali e materiali, e a mitigare le emissioni, ma le poche risposte ottenute sono ancora ritenute insufficienti da parte degli abitanti danneggiati.

L’unica soluzione, a un certo punto, è stata l’abbandono dell’area e lo spostamento della gente in altro luogo, una volta che venne confermato il nesso causale fra i danni alla salute osservati nella popolazione, cioè disturbi respiratori e altre patologie, e gli elevatissimi livelli di inquinamento.

A giungere a tale conclusione è stato uno studio condotto dall’Istituto nazionale dei tumori di Milano, basato sulla raccolta di dati e sulla registrazione della storia medica dei soggetti tramite questionari, concentrandosi su patologie cardiovascolari e respiratorie, con valutazione attraverso test spirometrici.

Dalla ricerca è emerso che quasi il 30% della popolazione analizzata aveva un deficit respiratorio significativo; una percentuale fino a sei volte superiore rispetto a quella del resto degli abitanti del Brasile.  Va anche registrato che la Federazione internazionale dei diritti umani (Fédération Internationale pour les droits humains – Fidh) si è più volte schierata a favore di Piquià, con tre rapporti pubblicati nel 2011, 2019 e nel 2022, che evidenziavano che i tre quinti della comunità soffre di problemi respiratori.

La campagna An invitation to Piquià de Baixo, che gli abitanti del sobborgo hanno condotto assieme alla Fidh, ha avuto proprio l’obiettivo di denunciare l’inquinamento prodotto dalle aziende minerarie operanti in loco, quali Vale e Grupo Ferroeste.

Fin dall’inizio, le rivendicazioni della comunità di Piquià sono state supportate dalle associazioni locali, come il Centro di difesa della vita e dei diritti umani Carmen Bascaràn, l’organizzazione per i diritti umani Justiça nos Trilhos (Sui binari della giustizia, vincitrice nel 2018 del premio della Human Rights & Business Award Foundation, ndr) e da noi Missionari Comboniani. La tenacia e la resistenza della popolazione hanno portato frutto e le prime 312 famiglie potranno in breve tempo insediarsi nel nuovo territorio di Piquià da Conquista, al sicuro dai fumi velenosi.

Non riuscendo a far spostare gli impianti siderurgici e chiedendo in alternativa una riduzione sostanziosa di emissioni nocive mai posta in atto, la miglior soluzione per la gente è stata la richiesta, ora approvata, di trovare un nuovo quartiere a 8 km dall’area inquinata, dove continuare a vivere.

C’è voluta molta lotta e organizzazione della gente perché il governo e le aziende responsabili dell’inquinamento si facessero carico di tutte le spese del reinsediamento. Nei nuovi spazi sono già in costruzione abitazioni e aree per giardini, attività ricreative e di socialità, nel rispetto del rapporto urbanesimo/salute, grazie alla presenza di biodigestori, con impianti di depurazione delle acque per il trattamento e il recupero dei rifiuti urbani. Un progetto innovativo pilota per altre simili situazioni di emergenza.

La nuova sfida che la gente si prepara ad affrontare riguarda il risarcimento per i danni alla salute e all’ambiente. Inoltre, bisognerà trovare una soluzione per l’area contaminata, per evitare che altre persone finiscano per occupare le case di Piquià che saranno abbandonate dai residenti. Tra le proposte avanzate, peraltro, vi è quella di decontaminare e riqualificare l’area colpita, trasformandola in un grande parco pubblico.

 

 

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