Elezioni presidenziali 2020
Il presidente si prepara alle elezioni del prossimo anno aumentando la stretta contro i pochi dissidenti sopravvissuti a cinque anni di feroce repressione.

Il Burundi è ormai diventato uno dei paesi più insicuri del continente africano e, se continua così, le cose non potranno che peggiorare. Insicuro per i suoi cittadini che ormai da anni vivono in una condizione di paura e incertezze.

La situazione è precipitata a partire dal 2015, quando il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato di volersi ricandidare per un terzo mandato. Non solo un annuncio, e non una richiesta di appoggio da parte degli elettori, ma un’azione di forza culminata con un referendum, nel maggio dello scorso anno. Referendum che ha consentito la riforma costituzionale che permetterà a Nkurunziza di stare al potere – se fosse rieletto, ma visto come stanno le cose nessuno ha dubbi – fino al 2034.

La modifica costituzionale prevede infatti l’estensione da cinque a sette anni del mandato presidenziale e che il presidente in carica possa ricandidarsi ancora per due mandati, a partire dal 20 maggio 2020, data in cui è prevista la tornata elettorale. Su quel referendum e sulla sua trasparenza ci sono state da subito critiche e denunce. Proteste che non sono servite a far cambiare il corso degli eventi voluto dal presidente e dal suo aggressivo partito al potere.

Da quel momento sono aumentate sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali, violenze di ogni tipo. Molto dettagliato è il report, recentemente pubblicato, del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Accusati di terrorizzare i cittadini, sono gli Imbonerakure, milizia e braccio armato del partito al potere, il CNDD-FDD. Lo scopo è tenere a bada qualsiasi tentativo di opposizione, protesta, critica, sollevazione popolare (che pure in questi mesi è stata tentata con grande coraggio).

Accordi di pace violati

La crisi in Burundi non è però recente. Dall’indipendenza del 1962 (prima fu colonia tedesca, poi amministrazione belga) il paese ha vissuto due genocidi – quello del 1972 che prese di mira gli hutu e quello del 1993 che, invece, riversò il massacro contro i tutsi – e una guerra civile che si concluse nel 2005. In mezzo a questi “episodi”, una serie di tentativi (alcuni riusciti) di colpi di stato.

Fu il trattato di Arusha, su cui si spesero personalità come Nelson Mandela e il compianto presidente della Tanzania, Julius Nyerere, a porre fine al conflitto. Elemento fondante degli accordi di pace era – e sarebbe – la divisione al 50% della presenza di hutu e tutsi nell’amministrazione del paese – comprese scuole, ospedali, centri amministrativi locali e l’esercito.

Inutile dire che la riforma costituzionale del 2018 ha smantellato di fatto buona parte degli accordi presi, inclusa la condivisione (e la divisione) del potere tra i due gruppi etnici le cui tensioni, odi, recriminazioni, sono purtroppo una costante di questa regione. Una costante che si ripete anche in altre aree, basti ricordare il genocidio dei tutsi nel vicino Rwanda nel 1994.

La situazione nel paese è dunque molto critica, con sempre meno spettatori e testimoni. A parte le frequenti interruzioni dei social media e di whatsapp, anche i giornalisti sono visti male (qualche mese fa anche la BBC è stata allontanata). Cacciati dal paese anche gli osservatori delle Nazioni Unite, i cui ultimi rapporti sulla drammatica situazione per i diritti umani nel paese sono stati respinti dal regime come falsità.

Ma contrasti sono sorti anche con le ong. Molte hanno scelto di andar via per non attenersi a quella nuova norma, introdotta nel 2018, che prevede che associazioni, ong e charity debbano impiegare il 60% di hutu e il 40% di tutsi e che presentino al governo la lista dei propri dipendenti divisi in base al gruppo etnico. Alle violenze continue e alle sparizioni – basti pensare che la sola campagna Ndondeza (Aiutateci a trovarli) ha disseminato più di 400 foto di persone scomparse dal 2015 – si aggiungono la pressione economica e la condizione sanitaria.

Crisi economica e sociale

Nel paese è difficile reperire anche i prodotti di prima necessità, come lo zucchero, ma anche la benzina e l’elettricità. E bisogna fare i conti con la mancanza di riserve di cambio. L’economia burundese è strettamente dipendente dalle importazioni e dai sempre più scarsi aiuti internazionali. L’inflazione nel 2018 è stata pari al 12,7%, dovuta all’aumento del costo del cibo. La crescita economica è crollata dal 4.2% nel 2015 allo 0.4% in 2019. Il Burundi impiega l’80% di lavoratori salariati, ma sempre più di frequente, per mesi e mesi non riesce a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Non è migliore la situazione nel settore sanitario. Secondo UN Children’s Fund sono solo 500 i medici in attività nel paese. La metà di quelli che c’erano nel 2010. Gli effetti sono terribili: 5.7 milioni di casi di malaria – tra questi 1,801 morti – solo in questi 10 mesi del 2019. Il confronto con il 2017 – 1.8 milioni di casi e 700 morti – fa comprendere il progressivo deterioramento della salute pubblica.

Tutto questo avviene sotto gli occhi di soli 200 osservatori dell’Unione Africana presenti nel paese. Nessuna forza speciale delle Nazioni Unite è stata inviata a protezione della popolazione. Eppure la situazione rischia di degenerare (ancora di più) considerati anche i frequenti sconfinamenti delle milizie Imbonerakure in campi rifugiati in Uganda e in Tanzania per braccare coloro che hanno trovato rifugio nei paesi limitrofi o che vivono in esilio sperando di sfuggire alla furia di giovani armati sostenuti dallo stato.

Nella foto una cerimonia in ricordo del giornalista investigativo Jean Bigirimana, scomparso nel luglio 2016. Lavorava per il giornale indipendente Iwacu, più volte preso di mira dalla polizia. (Credit: Iwacu)