Vittime dei massacri del 1972-73 in Burundi (Credit: IBTimes UK)

Il 20 dicembre, la Commissione verità e riconciliazione (Cvr) nel presentare il rapporto sull’avanzamento dei suoi lavori davanti al parlamento del Burundi riunito in congresso, ha qualificato uno dei peggiori episodi di massacri interetnici nel paese, iniziato a fine aprile 1972, come «il genocidio contro gli hutu del 1972-73». La qualifica è stata accolta dall’acclamazione delle due camere del parlamento burundese. Da notare, però, che il Burundi è oggi un paese in cui al potere sono gli hutu, cosa che non era nel 1972.

Creata nel 2014, alla contestatissima Cvr del Burundi era stato affidato il difficile compito di indagare sui crimini commessi nel paese dai tempi della Conferenza di Berlino (1885) fino al termine della guerra civile nel 2008. Quella guerra aveva dissanguato il paese. Ma la Cvr ha invece concentrato le sue indagini sull’oscuro periodo 1972-73.

Il rapporto presentato al parlamento burundese è piuttosto voluminoso: 5mila pagine che riassumono anni di indagini concentrate esclusivamente su ciò che i burundesi chiamavano fino ad ora «les évènements de ‘72» (gli avvenimenti del ‘72). Una data che corrisponde a uno dei peggiori episodi dei massacri interetnici nel paese.

Secondo il suo presidente, Pierre Claver Ndayicariye, la Cvr del Burundi ha, in questi anni, ascoltato circa 900 testimoni tra cui i presunti responsabili dei massacri, riesumato i resti di quasi 20 mila vittime ritrovate in circa 200 fosse comuni, e studiato migliaia di documenti relativi a quel periodo.

Dall’indagine, secondo la Cvr, appare molto chiaramente che «le gravi, massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani che hanno colpito la maggioranza hutu nel 1972 e 1973» erano state «pianificate» a monte dal potere del presidente Michel Micombero, appartenente alla minoranza tutsi.

La dichiarazione di “genocidio” di Pierre Claver Ndayicariye a proposito di quanto perpetrato contro gli hutu burundesi nel 1972-73, era «attesa da molto tempo», ha commentato il presidente dell’Assemblea nazionale, Gélase Daniel Nbabirabe. Il lavoro della Ccr, comunque, non è terminato. La prossima tappa sarà l’identificazione di tutte le vittime del periodo ’72-73, cosa che richiede un censimento collina per collina, così come l’organizzazione di udienze pubbliche.

Va notato che il governo del Burundi aveva preteso che la Cvr facesse questa dichiarazione prima del 50° anniversario dei massacri, che scadrà in aprile. Dopo la qualifica da parte della Cvr dei massacri interetnici del 1972 come «il genocidio degli hutu», il partito Uprona, l’allora partito-stato incriminato dalla Cvr, ha negato ogni sua partecipazione ai massacri.

I lavori della Cvr sono inficiati dal fatto che la commissione è quasi esclusivamente costituita da membri del partito oggi al potere, l’ex ribellione hutu del Cndd-Ffd, che dalla sua creazione nel 2014 si è praticamente occupata solo dei massacri del 1972, mentre il suo mandato, come detto, dovrebbe riguardare tutti i crimini commessi a partire dalla Conferenza di Berlino e fino al 2008. Nessuno contesta i crimini, dunque, ma la metodologia sì.

Il genocidio degli hutu burundesi, avvenuto 22 anni prima del genocidio rwandese (1994) che le autorità di Kigali riconoscono solo come «genocidio dei tutsi», aveva insanguinato la regione dei Grandi Laghi facendo tra i 200mila e i 300mila hutu massacrati dall’esercito del Burundi a seguito di una ribellione hutu che aveva fatto alcune migliaia di vittime tutsi.

Il fatto che il Burundi sia stato governato, fino al 1993, dalla minoranza tutsi, spiega il perché del silenzio ufficiale che ha avvolto per vent’anni il genocidio del 1972. Da aprile a giungo di quell’anno, a cadere sotto i colpi dei soldati dell’esercito burundese e dei giovani della Jeunesses révolutionnaires Rwagasore (giovani rivoluzionari Rwagasore, dal nome del principe ereditario, Louis Rwagasore, figlio primogenito di re Mwambutsa Bangiricenge. Fu primo ministro del Burundi per 16 giorni, dal 29 settembre 1961 al 13 ottobre, giorno del suo omicidio), gli uni e gli altri a dominanza tutsi, furono la classe politica di etnia hutu e l’élite studentesca hutu. Quei massacri portano tutti i segni del genocidio: pulizia etnica, intenzionalità sterminatrice degli aguzzini, l’entità dei massacri.

Testimoni oculari, e quindi credibili, della tragedia che si consumava nella primavera del 1972 in Burundi, furono i missionari espatriati (padri bianchi, saveriani, comboniani e tante congregazioni femminili) che a centinaia lavoravano all’evangelizzazione del paese. Ancora oggi, dopo 50 anni, ricordano l’eliminazione fisica tra atrocità inenarrabili della classe politica e della gioventù studentesca hutu, così come delle decine di ufficiali e dei 700 soldati hutu che costituivano la metà delle truppe. Vittime di quella tragedia anche 19 preti locali, tra questi il più noto è l’abbé Michel Kayoya, letterato e poeta.

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