(Credit: greenqueen.com.hk)

Che l’1% della popolazione mondiale possegga il 43% della ricchezza prodotta sul pianeta Terra è una realtà nota ai più e che da tempo non fa più notizia. Che tale situazione stia peggiorando a causa di due fattori, però, è forse meno noto, e su questo vi sono aspetti in parte nuovi che sono emersi negli ultimi giorni.

Il primo elemento che sta contribuendo ad aggravare le diseguaglianze a livello internazionale è legato alle alterazioni climatiche. Un recente rapporto del Panel intergovernativo delle Nazioni Unite sulle alterazioni climatiche (Ipcc) ha infatti ribadito che i mutamenti del clima terrestre sono da attribuire in larghissima misura all’azione dell’uomo e che questi stanno accentuando gli eventi estremi (come inondazioni, lunghi periodi di siccità e altri ancora, come le invasioni di locuste).

Secondo il rapporto dell’Ipcc, tali eventi porteranno a un aumento della temperatura media terrestre di 2,7 gradi entro il 2100. Un dato assai più elevato rispetto a quanto gli stati avevano concordato a Parigi nel 2015, stabilendo un impegno volto a evitare un incremento delle temperature entro il 2010 non superiore a 2 gradi, se possibile contenendolo a 1,5. L’Accordo di Parigi era stato sottoscritto da 190 parti e ratificato dall’Unione europea nel 2016, così da permetterne l’entrata in vigore.

Il nuovo rapporto dell’Ipcc ha però rappresentato una doccia fredda, visto che non soltanto ha sottolineato che, mantenendo gli scenari attuali, l’Accordo di Parigi sarà disatteso, ma che tale situazione sta già influendo adesso sull’incremento delle diseguaglianze planetarie.

E questo per un motivo assai semplice: gli stati del Sud globale hanno pochissimi strumenti e ancor meno risorse per far fronte agli eventi estremi che l’aumento della temperatura sta provocando. Soltanto per dare alcuni esempi recenti, risalenti a quest’anno, basti citare il caso del Sudan, che ad agosto è stato letteralmente sommerso da una serie di inondazioni, con migliaia di abitazioni irreversibilmente danneggiate e la capitale Khartoum in larga parte allagata.

Oppure quello del Madagascar, con quasi mezzo milione di abitanti a rischio di fame, a causa della prolungata siccità, come sta anche avvenendo nel Sud dell’Angola, mentre sul Mozambico, negli ultimi due anni, si sono abbattuti cicloni come il Kenneth e l’Idai, che hanno distrutto intere città, come Beira, la seconda più importante del paese, dopo la capitale Maputo.

Dinanzi a tali eventi, questi paesi devono ricorrere agli aiuti umanitari occidentali o di paesi asiatici, sviluppando ulteriormente quella dipendenza da cui, al contrario, dovrebbero al più presto uscire.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Gutierrez, ha dichiarato che questo rapporto deve far scattare un «allarme rosso» planetario, decretando la necessità di cessare la corsa all’uso dei combustibili fossili e la conversione “verde” dell’economia e della sua componente energetica. Parole, le sue, per il momento inascoltate, così come dimostrato anche dal secondo elemento che sta provocando l’aumento delle diseguaglianze a livello internazionale, la gestione della lotta al Covid-19.

Anche in questo caso, il meccanismo messo in piedi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), insieme ad altri partner, non sta dando i risultati sperati. I paesi centrali del pianeta, infatti, stanno facendo prevalere logiche statocentriche, non soltanto privilegiando (cosa comprensibile) i rispettivi piani di vaccinazione nazionali ma addirittura puntando quasi esclusivamente su di essi, senza comprendere che la battaglia contro il coronavirus potrà essere vinta soltanto se tutti i continenti avranno livelli accettabili di vaccinazione.

A oggi, secondo dati dalla Agenzia France Presse, il 16% della popolazione dei paesi con reddito elevato si è accaparrata quasi il 50% delle dosi vaccinali disponibili sul mercato, mentre il 9% delle popolazioni più povere si è aggiudicata lo 0,2% dei vaccini. Fra i paesi africani, l’unico con dati avvicinabili alle medie europee è il Marocco (circa 30% della popolazione vaccinata), mentre nell’Africa sub-sahariana il paese con la maggiore percentuale di vaccinazione è lo Zimbabwe, fermo all’8%.

Tale scenario porta con sé varie conseguenze, tutte negative per i paesi del Sud globale, e per quelli africani in particolare: un’economia che non crescerà, o crescerà a ritmi insufficienti almeno per i prossimi due anni, la violazione sempre più sistematica e grave dei diritti umani delle popolazioni, costrette a rispettare misure di contenimento del virus stabilite dai vari governi, ma al contempo a dover uscire dalle proprie residenze per guadagnarsi il pane quotidiano mediante le mille attività informali che sostengono la larga maggioranza delle famiglie di questo continente, andando incontro così alle dure misure repressive delle polizie locali.

Infine, una educazione di fatto bloccata, visto che nessun paese africano ha strumenti adeguati per garantire lezioni mediante la didattica a distanza, visto che la connessione a Internet e lo stesso accesso all’energia elettrica, in molti di questi paesi, rappresentano ancora un miraggio, mentre i contagi crescono. A differenza di quanti, ottimisticamente, osservavano all’inizio della pandemia, la solidarietà internazionale non sta affatto prevalendo in questa complessa fase dell’umanità.

I tanto decantati processi di democratizzazione politica ed economica da applicare sia al clima che alla gestione dell’attuale emergenza sanitaria, sono stati rapidamente accantonati, con l’emergenza di nuove barriere, fisiche, economiche o simboliche poco importa, a segnalare una divisione netta fra chi sta dalla parte “giusta” e chi da quella “sbagliata” del pianeta… Non esattamente un modello equo né inteligente di concepire e praticare le relazioni umane e quelle internazionali.

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