Rander della Lewa Wildlife Conservancy (Kenya) controlla una coppia di rinoceronti (Moira Byrne Squeo by Pinterest)

Da un lato la drastica diminuzione del numero di animali predati dai bracconieri. Dall’altro il crollo del turismo nei parchi nazionali, causato dall’impossibilità di viaggiare in molti Paesi africani.

In mezzo le oasi di biodiversità, che nell’immediato hanno indubbiamente beneficiato dell’allentamento delle attività umane ma che, nel medio periodo, potrebbero subire gli effetti del progressivo deterioramento dei finanziamenti finora destinati alla loro tutela.

Non è semplice decifrare il modo in cui la pandemia da Covid-19 sta influendo sui delicatissimi equilibri che, nel continente africano, tengono insieme difesa della natura e modelli di sviluppo sostenibile al cui centro si stanno faticosamente posizionando comunità delle aree rurali e popolazioni indigene.    

Meno bracconaggio ma più conflitti tra uomo e animali

Un caso particolarmente interessante che riassume l’andamento di molte delle variabili in gioco, è quello del Kenya. Nel Paese dell’Africa Orientale, complice il blocco agli spostamenti per limitare la diffusione dei contagi, a “beneficiare” dell’emergenza sanitaria sono stati indubbiamente i rinoceronti.

Se nel 2013, anno in cui si è registrato il picco del fenomeno del bracconaggio a danno di questi animali, ne erano stati uccisi ben 59, nel 2020 non è invece stato ammazzato nemmeno uno. Un dato che, come sottolinea Kenya Wildlife Service, non si registrava dal lontano 1999. È andata meno peggio del solito anche agli elefanti: nel 2020 ne sono stati eliminati 11, contro i 384 del 2012.

Nell’anno nero della pandemia, questi dati positivi vengono però controbilanciati da altre tendenze per nulla rassicuranti. Il congelamento dei circuiti turistici connessi ai parchi nazionali ha infatti portato al licenziamento in tronco di moltissime guardie parco e di altri addetti del settore. Ciò da una parte ha lasciato campo libero a traffici di vario tipo (compreso quello di specie esotiche) all’interno di parchi e aree protette, dall’altro ha innescato un’escalation del conflitto tra uomo e fauna selvatica.

In pratica, vedendosi privare dei proventi derivati da tutte le attività collegate direttamente o indirettamente al turismo naturale, l’uomo ha provato ad accaparrarsi nuovi terreni da coltivare e in cui insediarsi, invadendo di fatto spazi che erano di “proprietà” degli animali. In quest’ottica, secondo la ong Conservation International, “c’è un’errata percezione che la natura stia prendendo una pausa dagli esseri umani durante la pandemia da Covid-19.

Invece, molte aree rurali stanno affrontando una crescente pressione a causa dell’accaparramento di terre, della deforestazione, dell’estrazione mineraria illegale e del bracconaggio di animali selvatici”.

Una situazione emblematica si è registrata in Gabon dove, durante il lockdown, la convivenza tra uomini ed elefanti si è fatta particolarmente complicata. Al punto che, a fine dicembre, un deputato dell’opposizione per fermare le devastazioni delle piantagioni da parte di questi animali ha sottoposto al ministro dell’acqua e delle foreste una soluzione che ha fatto a dir poco discutere: ucciderne tre al mese. Proposta che, fortunatamente, è stata respinta al mittente.

Turismo a picco

La crisi del turismo legato alla natura si è abbattuta direttamente, come detto, su quelle comunità rurali la cui sussistenza dipende in buona parte dal volume di affari che, fino a un anno fa, lievitava dentro e fuori i parchi nazionali. In Namibia, 86 riserve naturali rischiano di perdere quasi 11 milioni di dollari a causa degli accordi turistici fatti saltare dal virus.

Tradotto, significa che presto potrebbero perdere il proprio posto di lavoro 700 tra guardie parco e ranger che si occupano della tutela dei rinoceronti, e circa altri 1.500 operatori impiegati nella conservazione delle riserve. In Kenya le perdite potrebbero essere nettamente superiori, fino a 120 milioni di dollari.

A subire le conseguenze di questa flessione sono anche i circuiti turistici “tradizionali” che di eco e sostenibile hanno ben poco. Secondo la rivista Nature Ecology & Evolution in Africa il solo business legato alla fauna selvatica in tempi pre-Covid si aggirava attorno ai 29 miliardi di dollari all’anno, impiegando 3,6 milioni di addetti. Con l’avvento della pandemia, circa il 90% dei tour operator specializzati in safari e battute di caccia ha registrato un calo di oltre il 75% delle prenotazioni.

Biodiversità sotto minaccia

Altro nodo da sciogliere è quello, intricatissimo, delle politiche portate avanti, specie negli ultimi anni, per tutelare le oasi di biodiversità che puntellano il continente africano e la cui tenuta, a cominciare da quella delle foreste pluviali del Bacino del Congo, è fondamentale per gli equilibri climatici dell’intero pianeta.

La crisi economica deflagrata con il Covid-19 ha messo a rischio migliaia di posti di lavoro di addetti specializzati (scienziati, ricercatori, operatori di ong) che si occupano della conservazione della fauna e della flora selvatica. Su questo fronte, il timore è che il coronavirus possa far fare un passo indietro di trent’anni ai programmi di conservazione e valorizzazione di questi immensi patrimoni.

Aumenta il rischio di insicurezza alimentare

Va tenuto conto, infine, di un vero e proprio cortocircuito sociale innescato da questa crisi. Il blocco di attività produttive e trasporti ha messo in messo in risalto tutte le vulnerabilità che avvolgono l’economia informale africana, una dimensione che ad oggi ingloba circa 350 milioni di persone.

Il Covid-19 sta respingendo fuori dalle città un numero sempre maggiore di queste persone, facendole rientrare nelle comunità di appartenenza che ora più che mai, a causa della pandemia ma anche degli effetti sempre più evidenti di cambiamenti climatici (periodi di siccità sempre più estesi, inondazioni, invasioni di locuste), sono in sofferenza. Il risultato è che nuova povertà andrà a concentrarsi dove altra povertà è già da tempo sedimentata, costringendo queste popolazioni ad aggredire ogni tipo di fonte di sostentamento che capiterà loro sotto tiro, compresa la fauna selvatica.

Un effetto domino che comporterà, tra gli altri, anche il rischio dell’insorgere di nuove epidemie con salti di specie incontrollati. Di fronte allo spettro di un’insicurezza alimentare sempre più allargata, le grandi potenze del pianeta hanno l’obbligo di sostenere quelle comunità e quei popoli indigeni che, in prima linea, stanno già subendo i colpi di questa emergenza. Il futuro dell’Africa e del pianeta dipenderà da questo sforzo.   

 

 

 

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