All’inizio del 2020 il Corno d’Africa è stato investito dalla peggiore infestazione di locuste del deserto (Schistocerca Gregaria) mai registrata negli ultimi 60-70 anni e il rischio di un impatto catastrofico sulla sicurezza alimentare e la produzione di cibo nelle zone colpite non è tuttora scongiurato.

Un nuovo ciclo di riproduzione è in atto nelle regioni centrali e settentrionali del Kenya e in quelle meridionali dell’Etiopia; al suo completarsi – all’incirca ogni tre mesi se le condizioni sono favorevoli – produce una crescita della popolazione di 20 volte.

Quello in corso potrebbe condurre gli sciami maturi a colpire i raccolti di giugno e le semine della prossima stagione in rapida successione. La pandemia Covid-19 aggiunge anch’essa enormi, immaginabili difficoltà logistiche alle operazioni di monitoraggio e controllo, condotte dalle autorità dei paesi coinvolti nella crisi delle locuste originata in Africa orientale.  

La Fao sostiene i governi dei paesi coinvolti nei loro sforzi di risposta e coordinamento, come presentato alla comunità internazionale nell’appello lanciato in gennaio (Response and anticipatory action appeal ) che si fonda su due assi strategici paralleli e strettamente collegati. Da una parte il supporto alle operazioni di controllo e dall’altra le azioni di recupero e rilancio del settore rurale, basate sull’esperienza della campagna anti-locuste del 2003-2005.

I finanziamenti

Questo appello ha permesso finora di mobilitare 118 dei 153 milioni di dollari inizialmente richiesti, in una sfida che farà epoca sia per dimensione assoluta che per estensione geografica.

La risposta dei partner tradizionali della Fao è stata rapida e generosa e ha visto in prima linea anche nuovi donatori, come ad esempio la Fondazione Bill e Melinda Gates. Prima ancora di lanciare l’appello, la Fao ha mobilitato fondi propri, oltre a un tempestivo contributo del Belgio per inputs agricoli attraverso lo Special fund for emergency and rehabilitation activities (Sfera).

L’attivismo personale del direttore generale Qu Dongyu sta riuscendo nel difficile compito di mantenere l’attenzione internazionale verso la crisi locuste ad un livello alto e stabile, malgrado la crisi Covid che inevitabilmente drena risorse a livello mondiale. La Banca mondiale in questi giorni sta approntando un fondo di prestito di grande portata a condizioni molto agevolate: si parla di 500 milioni di dollari che dovranno soprattutto contribuire al rilancio del mondo rurale e a contribuire alle capacità di risposta futura dei paesi a rischio.

La crescita della popolazione di locuste attesa nei prossimi mesi accrescerà inevitabilmente anche i bisogni finanziari della campagna. La flessione delle attività di monitoraggio e controllo anche in un solo paese potrebbe vanificare i risultati ottenuti finora e permettere pericolose ripartenze dell’infestazione con forte impatto sulla produzione agricola, l’offerta di cibo e le variabili chiave della sicurezza alimentare.

Mappa della diffusione degli sciami a febbraio 2020 (Credit: CBN News)

Fermare l’avanzata

I prossimi mesi saranno decisivi per impedire l’espansione dei fenomeni migratori: i cicli di riproduzione stanno già avvenendo in Kenya ed Etiopia, alla frontiera tra Pakistan e India oltreché in Iran, Yemen e Penisola Arabica. Sarà fondamentale fermare questa avanzata in Sudan perché, se così non dovesse essere, l’infestazione potrebbe continuare la sua corsa e giungere anche in Sahel. Una estensione geografica così ampia forse non si era mai vista in epoca moderna.

Prima di passare all’impatto potenziale sulla sicurezza alimentare, vorrei precisare che l’eradicazione della locusta del deserto non fa mai parte degli obiettivi delle campagne di controllo. Questo insetto quando non è in fase gregaria non costituisce in nessun modo una minaccia per l’uomo e fa anzi parte di diverse catene alimentari che sarebbe bene non mettere a rischio con esiti imprevedibili sugli equilibri ecologici e ambientali.

Zone e intensità di diffusione in Kenya (Credit: Fao/Dlis)

40 milioni di persone a rischio fame

Il ciclone Pawan nel 2019 è stato senz’altro quell’elemento scatenante che secondo gli acridologi si è innestato su altre circostanze favorevoli verificatesi nell’inaccessibile Empty Quarter della Penisola Arabica. L’insieme di queste circostanze ha  permesso i tre cicli riproduttivi consecutivi, responsabili di una crescita della popolazione di 8.000 volte. L’impatto sulle condizioni di vita e l’accesso al cibo delle popolazioni più vulnerabili dei paesi colpiti dalla crisi è l’aspetto più preoccupante.

Nella sola Africa Orientale oggi sono già più di 20 milioni le persone che soffrono di insicurezza alimentare acuta, quella che può degenerare fino a condurre alla perdita della vita. Sono gli effetti ben noti di ripetuti cicli di siccità e altre catastrofi naturali, spesso aggravati da situazioni di conflitto. Si tratta della fase 3 (crisi) e oltre, nella classificazione Ipc (Integrated phase classification tool for food security). Se aggiungiamo Sudan e Yemen, la popolazione a rischio raggiunge i 40 milioni di unità.

Il potenziale impatto aggiuntivo della pandemia Covid-19 è stato finora mitigato dall’azione coordinata della Fao e dei governi dei paesi colpiti che ha permesso di aggiungere quell’elemento di flessibilità sufficiente a garantire la presenza di elicotteri, equipaggi, pesticidi e quant’altro fosse necessario nelle zone prioritarie della regione.

Zone e intensità di diffusione in Somalia (Credit: Fao/Dlis)

Campagna di controllo

Le azioni in corso sono molte e complesse. Si spazia dal controllo aereo e al suolo, eseguito dalle autorità locali col supporto Fao in termini di pesticidi e bio-pesticidi, equipaggiamento, formazione, supporto tecnico e ore di volo. Il supporto alle famiglie di agricoltori e allevatori per sostenere la produzione di cibo è altrettanto importante e deve procedere di pari passo.

E’ questa la filosofia della Anticipatory Action adottata dalla Fao e che mira a prevenire l’insorgere di una crisi alimentare su vasta scala. La crisi umanitaria che potrebbe derivare avrebbe un impatto enorme e costi senza precedenti e difficili da accomodare, in un quadro ulteriormente aggravato dalla pandemia in corso.

Questo tipo di risposta dovrà durare almeno fino a dicembre 2020, con le operazioni di controllo che cederanno progressivamente il passo agli sforzi miranti al recupero delle normali condizioni di vita delle famiglie rurali. Il supporto alle capacità di risposta autonoma dei paesi a rischio è anch’esso condizione essenziale per prevenire rischi futuri.

Il prossimo appello della Fao sarà pubblicato nei primi giorni di maggio e coprirà i bisogni aggiuntivi dei paesi già presenti nell’appello corrente e quelli degli altri paesi a rischio, inclusi Iran e Pakistan.