Camerun: la scuola nel mirino - Nigrizia
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Bambini e insegnanti vittime di gruppi armati, bande criminali ed esercito
Camerun: la scuola nel mirino
Nelle due regioni anglofone occidentali è in corso da cinque anni una guerra civile cosiddetta “a bassa intensità”. Il risultato è che oltre l’80% delle scuole sono state chiuse e che almeno 700mila bambini sono rimasti fuori dalle aule scolastiche
16 Novembre 2021
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 5 minuti
Camerun proteste Kumba (tellerreport)
Proteste della popolazione a Kumba dopo l'assalto ad una scuola e l'uccisione di sette bambini il 24 ottobre 2020 (Credit: tellerreport)

Si sta giocando sulla pelle dei bambini e degli insegnanti il logorante e trascurato conflitto in corso in Camerun ormai da cinque anni. Da un lato il governo e la parte del paese a maggioranza francofona, dall’altra la minoranza anglofona delle province del nordovest e sudovest. Una minoranza niente affatto silenziosa, i cui leader hanno fondato la Repubblica di Ambazonia che, ovviamente, per il momento non ha alcun riconoscimento internazionale.

Furono proprio gli insegnanti, insieme agli avvocati, i primi ad organizzare le proteste per denunciare la costante “francesizzazione” di tutto il territorio, nei luoghi pubblici, nelle documentazioni, nel settore giuridico, dell’informazione, delle istituzioni e nella scuola, appunto.

Furono loro a creare il Cameroon Anglophone Civil Society Consortium. Lo scopo era, ed è, la lotta per il federalismo e affinché la cultura (e lingua) di circa il 20% della popolazione non vengano schiacciate. Ma sono proprio insegnanti e studenti, dicevamo, le maggiori vittime della violenza dei gruppi armati. Di una parte e dell’altra. Che si lanciano, come ogni conflitto di questo genere, accuse reciproche.

Dal 2017 gli insorti delle regioni anglofone hanno infatti “invitato” a boicottare le scuole (boicottaggio a cui si è poi aggiunto il lockdown dovuto al Covid-19). Il risultato è stato che oltre l’80% delle scuole sono chiuse nelle aree anglofone e almeno 700mila bambini sono rimasti fuori dalle aule scolastiche.

E sono state le scuole il target delle azioni più cruente. Come l’assalto alla scuola internazionale bilingue Madre Francisca a Kumba il 24 ottobre dello scorso anno: 7 morti e 13 feriti, tutti bambini. Di quell’attacco il governo accusò immediatamente i separatisti e un anno dopo 4 persone ritenute parte del commando omicida sono state condannate. Anche se Human Rights Watch ha messo nero su bianco le proprie perplessità in merito alla regolarità del processo e all’uso delle testimonianze.

È chiaro che la propaganda stia giocando un forte ruolo in questo conflitto. Altro problema è la difficoltà di reperire notizie affidabili e che possano essere verificate. Ovviamente, quello di Kumba non è stato il solo evento violento a danno delle scuole camerunensi, anche se probabilmente è quello che ha provocato più scandalo e reazioni fuori dal paese.

Da tempo il team di investigazione internazionale che va sotto il nome di Bellingcat sta utilizzando ogni strumento possibile, compresi droni e immagini satellitari, per testimoniare quanto sta accadendo lontano dallo sguardo di testimoni esterni. Attraverso immagini, ma anche audio e racconti dei locali si è ricostruita una lunga serie di attacchi – anche molto recenti – agli istituti scolastici nelle regioni anglofone.

Istituti, dicono le fonti, che non hanno alcuna protezione da parte dello Stato nonostante la situazione di forte pericolo. Inoltre, in questa crisi che non accenna a placarsi, stanno diventando sempre più diffusi rapimenti, estorsioni e uccisioni di civili. Decine gli studenti rapiti e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto.

Terrore a cui si aggiunge quello diffuso da gang non esattamente affiliate a gruppi armati di chiara matrice e identità, e che quindi si muovono in modo autonomo approfittando del caos.

Tutto questo, praticamente, nella totale impunità. Attraverso l’analisi di materiale open source e dei social media camerunesi, Bellingcat ha verificato che ci sono stati almeno 11 attacchi contro scuole e bambini nelle regioni anglofone a partire dal 2018 e fino ai primi mesi di quest’anno. Scuole date alle fiamme, studenti e insegnanti messi in fuga, genitori coinvolti nel tentativo di proteggere i figli.

Per non disperdere questo materiale e continuare a “mettere ordine” nelle denunce e notizie che arrivano dal paese è stato creato, tra gli altri, il Cameroon Anglophone Crisis Database of Atrocities che fa capo all’Università di Toronto. Prove di crimini di guerra sono già state raccolte negli anni passati, crimini di cui si sarebbero macchiati i ribelli allo stesso modo che lo Stato.

Tortura, esecuzioni extragiudiziali, incendi di villaggi e dei pochi beni di chi li abitava. Finora sono stati infruttuosi i tentativi di riconciliazione, di una soluzione che mettesse al sicuro la popolazione civile. Anche il Global Centre for the Responsibility to Protect sottolinea le difficoltà nel trovare un accordo.

Intanto – secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) – almeno 712.800 persone sono state sfollate a causa della violenza nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali, mentre almeno 67.500 sono fuggite in Nigeria. Sempre secondo l’Ocha, ci sono 1,15 milioni di persone che soffrono di grave insicurezza alimentare. Mentre i morti per questo conflitto sarebbero oltre 4mila.

Ma torniamo agli insegnanti, forzati a rimanere fuori dalle aule scolastiche. Alcuni di loro hanno raccontato lo stato di paura in cui sono costretti a vivere, soprattutto la paura dei cosiddetti “Amba Boys”, combattenti separatisti che controllano che si rispetti l’ordine – che era stato presentato come invito o consiglio – di non mandare i figli a scuola e per gli insegnanti di starsene a casa. Ordine revocato dai separatisti a settembre, con l’inizio dell’anno scolastico, ma che non ha fermato le violenze.

Ma gli insegnanti (centinaia sono stati arrestati e tenuti in carcere per mesi) hanno anche paura dei governativi, visto che sono stati loro – in pratica – ad avviare le prime proteste sul finire del 2016. Proteste che avevano l’obiettivo di portare la tavolo del governo la questione della minoranza anglofona, la sua marginalità, ma che poi ha finito per incancrenirsi.

In questa situazione va sottolineata anche la crisi economica che sta colpendo gli insegnanti – e soprattutto le donne insegnanti che tradizionalmente occupano questo ruolo – privi di stipendio e di alcun sostentamento ormai da mesi, se non da anni. Dall’inizio del conflitto, appunto.

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