(Credit: Eyevine - The Economist)

Non fanno che aumentare le violenze e gli abusi in Camerun dall’inizio di quella che si può definire guerra civile. Violenze ed abusi perpetrati dalle due parti in campo: le forze governative, chiamate a contrastare l’insorgenza dei separatisti anglofoni e i “ribelli” che hanno intrapreso la lotta armata contro quello che viene considerato lo strapotere dell’amministrazione francofona e la marginalizzazione della minoranza di lingua inglese.

Dal 2016 – e poi a seguito dell’autoproclamata repubblica indipendente di Ambazonia – questo conflitto, che interessa le regioni del Nord Ovest e del Sud Ovest, si trascina con eventi di diversa intensità senza che venga trovata una soluzione per mettervi fine.

Un nuovo rapporto di Human Rights Watch parla di ulteriori violazioni le cui vittime sono quasi esclusivamente civili. L’organizzazione umanitaria ha raccolto numerose testimonianze sia da parte di personale sul campo e attivisti dei diritti umani (cosa ora resa più difficile da controlli e dinieghi di ingresso nell’area) sia da parte delle stesse vittime o dei loro familiari. Stupri, saccheggi, esecuzioni extragiudiziali, ma anche attacchi a centri religiosi e a scuole, sono documentate da chi vi ha assistito e ne è stato protagonista.

A nulla sono valsi finora tentativi di negoziazione – quelli della Francia, degli Stati Uniti, del Vaticano –  e appelli, ricordiamo in particolare il gruppo di premi Nobel, tra cui il ginecologo congolese Denis Mukwege, che in piena pandemia avevano sottoscritto la richiesta di un cessate il fuoco.

E se le cose sembrano andare in tutt’altra direzione che una pacificazione, alcune fonti parlano (e ne analizzano forme e contenuti) dei contatti segreti – avviati a partire dal 2019 – tra il primo ministro camerunense, Joseph Dion Ngute, il capo dell’intelligence, Maxime Eko Eko e membri dei separatisti anglofoni. Tutto questo mentre pubblicamente il presidente Paul Biya continua a definire gli indipendentisti “terroristi” e “assassini”.

Quali sono le motivazioni per l’insuccesso (finora) di questi incontri? Gli analisti ne forniscono due: la prima sarebbe il disaccordo tra le leadership del movimento secessionista, soprattutto tra gli esponenti rimasti nel paese e quelli della diaspora; la seconda riguarda tensioni all’interno del partito di governo, il Cameroon People’s Democratic Movement (Cpdm) e la successione dell’ottuagenario Paul Biya, ininterrottamente al potere dal 1982.

A giocare un ruolo significativo in questa faccenda che sembra complicarsi sempre più, è la diaspora camerunense. Quella diaspora che a distanza ha guidato l’insorgenza del movimento separatista, la comunicazione, gli eventuali approcci al dialogo. Spesso in disaccordo con la parte dei separatisti sul campo. Tra questi Sisiku Ayuk Tabe, autoproclamato presidente dell’Ambazonia.

Tabe, in carcere per una sentenza di condanna a vita per terrorismo, sarebbe stato più volte prelevato dalla sua cella per partecipare ai colloqui di negoziazione. Anche se fa discutere la sua ultima dichiarazione che invita gli “ambazoniani” ad andare avanti nella lotta per il futuro dei propri figli.

Diversa la posizione di uno dei principali leader della diaspora e della lotta di secessione, il pastore Samuel Ikome Sako, incaricato di assumere la presidenza ad interim dello Stato di Ambazonia dopo l’arresto di Tabe. Le trattative – secondo Sako e il suo seguito – non possono essere condotte in Camerun, ma in territorio neutrale.

A farsene carico, su richiesta di quella frangia che sostiene la posizione di Sako – che ha trovato sostegno e ospitalità negli Stati Uniti – è la ong con sede a Ginevra, Centre for Humanitarian Dialogue (Hd), specializzata in mediazione nei conflitti. A pagare le spese di questa situazione che si sta facendo sempre più ingarbugliata e che è diventata anche gioco di interessi tra le parti, sono i civili.

Lo dicono i numeri. I rifugiati sono passati da 20.485 al gennaio 2018 a 63.235 nel gennaio 2021. A novembre 2020, il numero di sfollati interni era di 705mila rispetto ai 679mila dell’anno prima, mentre 2.2 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. E i numeri continuano a salire. Sono soprattutto i bambini le vittime sacrificali di un conflitto entrato nel suo quinto anno di storia.

Più dell’80% delle scuole risultavano già chiuse nel 2019, mentre sarebbero 1.1 milioni i bambini che non stanno più frequentando. E nel quadro desolante rientrano i numerosi casi di insegnanti (ma anche studenti) uccisi, rapiti, maltrattati, mentre la ritorsione dei separatisti si manifesta nell’incendiare edifici scolastici.

Ricordiamo che una delle prime forme di protesta all’inizio del conflitto partiva proprio dal corpo insegnante e da studenti di lingua inglese che lamentano la “francesizzazione” delle attività educative e dei libri di testo, ma anche quella del sistema amministrativo e giudiziario.

Il conflitto ha ormai raggiunto un grado estremo di radicalizzazione da una parte e dall’altra, dove le accuse reciproche lasciano il posto a vendette e ritorsioni. Mentre si assottiglia la presenza di testimoni esterni e indipendenti. Come ricorda il report di Hrw, nel dicembre 2020, le autorità hanno sospeso le attività di Medici Senza Frontiere (Msf) nelle regioni del Nord-Ovest, accusando l’ong di essere “troppo vicina” ai separatisti anglofoni.

Ora Msf ha deciso di lasciare il campo, sia per l’impossibilità di lavorare e prestare aiuto alla popolazione, sia per questioni di sicurezza. La minaccia e le violenze contro gli operatori sanitari, le strutture e le persone bisognose di cure e assistenza sono inaccettabili, ha dichiarato Emmanuel Lampaert, coordinatore delle operazioni dell’ong per l’Africa centrale.

Negato anche a giornalisti e osservatori l’ingresso nelle aree interessate dal conflitto, controllo esercitato dal governo così come dai separatisti. Insomma, l’intenzione è quella di tenere lontani i riflettori da una guerra sporca in cui le mediazioni lasciano il posto a interessi personali e il totale disinteresse per civili, usati come pedine su quello che è uno scacchiere bellico ma soprattutto politico.

Tutto questo nella totale impunità. «La crisi nelle regioni anglofone del Camerun ha avuto un impatto devastante sui civili, ma i responsabili di tutto ciò non hanno ancora subito alcuna conseguenza dei loro atti» ha commentato Ilaria Allegrozzi, ricercatrice di Hrw per l’Africa Centrale.

L’ong per i diritti umani si appella, dunque, alle autorità camerunensi affinché indaghino e perseguano gli autori degli abusi e i loro capi, ma soprattutto alle Nazioni Unite e altri partner internazionali e regionali, compresa l’Unione africana, chiamati a imporre sanzioni nei confronti dei responsabili di quelli che sono, senza alcun dubbio, gravi violazioni dei diritti umani.

Non bisogna dimenticare che l’area interessata al conflitto confina con la Nigeria e ormai la presenza di Boko Haram rappresenta una minaccia quotidiana nell’intera regione. Si calcola che dall’inizio dell’attività dell’Iswap (Islamic State in West Africa) cominciata in Nigeria nel 2009 e allargatasi poi in stati limitrofi, compreso il Camerun teatro di diversi attacchi, almeno 36mila persone siano rimaste uccise e 3 milioni siano state costrette a lasciare le loro case.

Intanto, proprio dalle autorità camerunesi arriva una buona notizia. Un numero sempre più consistente di aderenti a Boko Haram stanno abbandonando la causa, consegnando le armi al Centro per il disarmo al confine con la Nigeria. Si parla di centinaia di defezioni, cominciate dal maggio scorso, dopo l’uccisione del leader del gruppo terroristico, Abubakar Shekau.

 

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati