(Credit: Lusa)

L’economia di Capo Verde, paese modello dell’Africa, è sempre stata povera: l’arcipelago non dispone infatti di risorse naturali significative. Arido il suolo, sterile il sottosuolo. Nonostante ciò, l’agricoltura è stata storicamente l’attività in cui si concentrava la maggior parte dei posti di lavoro. Dagli anni Novanta, però, gli occupati nel settore primario sono scesi da più del 30% della popolazione attiva, al 13,7% di oggi.

In parallelo, il settore terziario, soprattutto il turismo, è diventato il principale volano di produzione della ricchezza del paese e di occupazione. Il suo peso, oggi, è del 72% sull’economia nazionale, mentre negli anni Novanta si fermava al 53%. E il turismo – presente a Capo Verde proprio dagli anni Novanta – è passato da un peso sulla produzione di ricchezza del 2,9% nel 2003 al 23% del 2019.

La pandemia ha fortemente aggravato la situazione del mercato del lavoro e, quindi, di tutta l’economia e dei suoi riflessi sulla vita delle persone. Il calo del Prodotto interno lordo (Pil), nel 2020, è stato del 14,8%, con l’aumento della disoccupazione dall’11,3% del 2019 al 14,5% dell’anno successivo e una disoccupazione giovanile al 32,5%. Nonostante una ripresa che, nel 2021, sembra essere piuttosto consistente, la crisi provocata dalla pandemia, unita al recente aumento globale dei prezzi delle materie prime, ha aggravato la non già rosea situazione sociale di molte famiglie capoverdiane.

I dati appena ricordati danno soltanto un’idea piuttosto approssimativa di come sia stato governato il modello di sviluppo e il mercato del lavoro dell’arcipelago: da un lato, si è puntato sui servizi, turismo in primis; dall’altro politiche neoliberiste hanno contribuito a formare un mercato del lavoro diseguale, stratificato e poco mobile. Oggi, più del 35% della popolazione capoverdiana è indigente, e quasi l’11% in modo estremo.

Un grande aiuto sta venendo – oltre che da alcune misure congiunturali del governo anti-Covid dagli emigrati capoverdiani che vivono all’estero, soprattutto negli Stati Uniti: le loro rimesse si sono attestate, nel 2020, a circa 187 milioni di euro, con un incremento del 4,5% rispetto al 2019.

La pandemia, però, non è stata la causa, bensì l’aggravante di una struttura sociale squilibrata. Se, fino al 2015, il coefficiente di Gini (uno degli strumenti più diffusi per calcolare la diseguaglianze di reddito e l’iniqua distribuzione della ricchezza, ndr) era di 42,5, in discesa rispetto al 52,5 del 2001, nel 2019 esso si attestava a 47,2, collocando l’arcipelago fra i 20 paesi più diseguali al mondo.

Ciò ha portato a due conseguenze fondamentali: da un lato, un intenso e continuo processo di migrazione dalla campagna alla città, e dall’altro la prosecuzione – visibile principalmente nella capitale Praia – del dualismo urbano fra chi vive, lavora e circola nel Plateau (il cuore coloniale, e poi postcoloniale della capitale e del paese) e coloro che il Plateau lo toccano soltanto tangenzialmente, magari attraversandolo per svolgervi mansioni umili, per poi ripercollerlo in senso contrario, tornando verso le periferie, un tempo abitate dagli schiavi.

Proprio dalle periferie stanno emergendo soggettività socio-politiche sempre più complesse e interessanti: giovani artisti che cantano in rap criolo, esaltando figure mitiche come Amilcar Cabral e raffigurandole nei graffiti. Sono loro a sollecitare il superamento di logiche neocoloniali e neoliberali, che i governanti capoverdiani dovranno ascoltare, se vorranno far uscire il loro paese da una povertà non soltanto materiale.

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