Il presidente Idriss Deby a Doba, nel Sud del Ciad, durante la campagna per le elezioni dell'11 aprile, nelle quali ottenne il suo sesto mandato

«Deby è morto! Ma soeur, ce n’est pas possible!» Ѐ proprio così, sembrava impossibile vivere quello che il 20 aprile, intorno alle 12.30 abbiamo visto qui in Ciad. La fine impossibile di un regime lungo 31 anni, di un presidente arrivato al potere con le stesse armi che poi l’hanno ucciso.

La notizia è arrivata all’improvviso, scatenando confusione e disordine. Una mia consorella che era al mercato per gli acquisti quotidiani, è stata travolta dalle urla e dalle spinte di coloro che, fuggendo, gridavano a tutti: «scappate, scappate!» Da quel momento la strada principale si è riempita di gente all’inverosimile.

Dalla nostra casa, vicina al centro della città, abbiamo sentito la gente gridare, una confusione mista a gioia e sgomento. Anche gli studenti di tutte le scuole sono usciti immediatamente per le strade, anche loro disorientati dalla notizia inattesa.

Riassumerei così la giornata del 20 aprile, con una frase di una ragazza trovata per strada, fuori dalla nostra missione. Lei, nata in uno dei villaggi del Sud produttivo, ma dove misteriosamente la percentuale di povertà resta la più alta del paese. Lei ha detto: «Ma soeur, pace alla sua anima e beate le termiti che mangeranno il suo corpo». E qui di termiti ce ne sono proprio tante. Un pezzo di storia finisce e meno male che è finita.

Il silenzio è sceso nel pomeriggio e per tutta la notte, un silenzio strano da comprendere. Si è disorientati, non si conosce il futuro. Soprattutto gli studenti, quasi alla fine di un altro anno faticoso, tra scioperi e ritardi, vedono ancora una volta allontanarsi i loro traguardi scolastici e anche le loro speranze. Sembra tutto in pausa, sospeso.

Le radio sono le protagoniste. Tutti hanno le radio accese. Si raccontano le gesta eroiche del Maresciallo del Ciad che è morto difendendo la patria e tutto il popolo ciadiano. Strano, però, vedere negli occhi e nei volti di chi ascolta questa notizia ufficiale una evidente incredulità. Strano che il presidente si sia esposto fisicamente così tanto da ricevere ben 23 colpi di fucile nella sua auto blindata, strano che le sue ben armate forze militari con le quali viaggiava e che lo proteggevano non siano state sufficienti per allontanare i ribelli.

Strano, perché poco più di due settimane fa è arrivato qui a Doba per la sua campagna elettorale scortato da centinaia di militari armati fino ai denti, solo perché doveva sostare per poche ore in una villa dove “donare” i suoi contributi ai sostenitori più fedeli.

Migliaia di magliette distribuite, migliaia di banconote da mille franchi distribuiti, musica, cibo, e tante macchine lussuosissime che sfrecciavano sul nostro povero goudron (unica strada asfaltata) che tutti i giorni vede solo passare animali, camion carichi fino al cielo di merce e gente aggrappata, e donne che a piedi portano la loro vita sulla testa.

Per le fonti ufficiali Idriss Deby è morto in guerra sfidando i ribelli che l’11 aprile hanno iniziato un’occupazione armata. Domani, 23 aprile, ci saranno i funerali nella grande piazza dell’Indipendenza di N’Djamena, alla presenza di tutti i capi di stato delle nazioni amiche. 

Ora al comando di tutto c’è suo figlio Mahamat Idriss Deby che come generale delle forze armate ha preso il potere con il Consiglio militare di transizione che, secondo quanto pubblicato nella Carta di transizione (praticamente una nuova Costituzione scritta in una notte) garantirà una democratica transizione politica, sicurezza, pace e legalità. Intanto le frontiere sono chiuse e i prezzi al mercato aumentano.

Noi qui a Doba raccogliamo gli umori della gente “normale”, quella che è senza acqua, sanità, elettricità, fogne. La gente che vive nell’area più produttiva (grazie all’estrazione petrolifera), più ambita e derubata. Raccogliamo gli umori degli studenti delusi, delle donne che non hanno mai avuto la possibilità di studiare e degli uomini che non lavorano e che spesso si illudono che in una calebas (contenitore tipico ciadiano usato anche per bere) di alcool possano trovare la felicità.

Raccogliamo tutto e davvero non sappiamo dove riporre questo grido. La giustizia non c’è, il diritto neanche, la denuncia è repressa dalla censura. Dio ci dà un mano, ci dice: «Dallo a me!» E questo, il popolo lo sa bene.