Il gruppo armato Fact (Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad) è sceso dalla Libia a ridosso delle elezioni presidenziali dell’11 aprile scorso. I primi scontri con l’esercito ciadiano, il più equipaggiato e agguerrito del Sahel, si erano verificati le settimane scorse nella regione nord del Tibesti a oltre 1.000 Km dalla capitale N’Djamena. Nessun organo d’informazione ha dato troppa importanza a questi scontri armati perché considerati distanti dai veri centri di potere, inoffensivi e sporadici.

Nei miei dieci anni di Ciad ricordo la radio che spesso segnalava di scontri con sedicenti gruppi di ribelli che altro non facevano che infestare il nord alla ricerca dell’oro. Papà Ndouba, un grande amico dei tempi in cui ero ad Abeché, alla frontiera con il Sudan, mi mostrava le foto e i video dei ribelli in circolazione che lui incontrava nel suo lavoro nell’estremo nord, mentre costruiva strade con il suo caterpillar.

Video di gente armata, spesso in complicità con autorità e popolazioni locali, che scorrazzava tra Ciad e Libia controllando il traffico di armi, oro e uranio. Una situazione più o meno tollerata in una terra di nessuno, dove a volte l’esercito ciadiano organizzava qualche incursione catturando alcuni ribelli prima di rinchiuderli nel carcere a porte aperte di Tora Tora, in pieno deserto del Sahara.

Ma questa volta si è capito che qualcosa di nuovo stava accadendo quando gli scontri della settimana scorsa sono avvenuti a una cinquantina di chilometri a nord di Mao, capoluogo della provincia del Kanem, a circa 300 Km dalla capitale N’Djamena.

Chi e perché ha lasciato scendere il gruppo armato oltre la soglia di controllo e di sicurezza come mai avvenuto negli ultimi tredici anni? Come mai la Francia, presente ancora oggi con le tre basi militari di N’Djamena, Abéché e Faya Largeau, non è intervenuta se non per sorvolare le zone dei ribelli e segnalarle all’intelligence ciadiana?

Che Parigi, dopo oltre trent’anni di sostegno al presidente Deby, voglia cominciare a sbarazzarsi del suo più grande alleato nel Sahel, incapace ormai di contenere gli scontri nel paese?

I conflitti per la terra delle ultime settimane a Muraye, tra agricoltori e allevatori, nella provincia del Salamat, al confine sud con il Centrafrica, hanno provocato oltre cento morti. Mentre sulla sponda orientale del Lago Ciad imperversa ancora Boko Haram, seminando il terrore tra la popolazione. Con i loro effettivi, tecnologia e mezzi sofisticati, i militari francesi avrebbero potuto sbarazzarsi velocemente della minaccia del Fact al cuore del regime alleato ciadiano. E invece niente.

E’ dovuto scendere sul terreno di battaglia, in tenuta militare, lo stesso presidente Idriss Deby, consapevole questa volta dell’urgenza di dare l’esempio e di mettersi alla testa delle operazioni di guerra per contenere l’avanzata dei ribelli. Come aveva fatto nel 2008 con i ribelli ciadiani ormai alle porte della capitale, guidati da membri della sua stessa etnia.

Il generale Deby, un passato da braccio destro dello spietato dittatore Hissene Habré, aveva preso il potere nel dicembre del 1990 con le armi e anche nella recente campagna elettorale non aveva perso l’occasione per ripetere al suo popolo: “Sono arrivato al potere con le armi e me ne andrò allo stesso modo”. E così è stato. Colpito negli scontri durissimi del fine settimana che hanno provocato ingenti perdite ai due campi.

Dalla parte del regime ciadiano, oltre al presidente, sette generali sono rimasti uccisi e un figlio dello stesso Deby ferito. Uno scontro a fuoco di tali proporzioni, che ha comunque obbligato il contingente ribelle a un ripiegamento tattico in attesa di rinforzi dalla Libia, è possibile soltanto se il sostegno del gruppo armato viene da qualche grande potenza.

Fonti locali rivelano a Nigrizia che Turchia e Qatar, che ancora controllano la zona della Tripolitania, in Libia, sarebbero dietro a questo tentativo di ribaltare il potere di N’Djamena per penetrare sempre più nel cuore dell’Africa. Con evidenti mire espansionistiche verso la Repubblica Centrafricana, terra contesa tra gruppi ribelli al soldo dei paesi confinanti e delle grandi potenze straniere. Francia e Russia in testa.

Terra ferita al cuore da lunghi anni di instabilità per la vorace fame di diamanti, oro e petrolio di troppi attori sul campo che armano gruppi ribelli. Come ha fatto anche il Ciad sostenendo ancora oggi il Movimento patriottico per il Centrafrica del ciadiano Mahamat al-Khatim mentre in precedenza l’aveva fatto con i ribelli Seleka, che avevano preso il potere con un colpo di Stato nel 2013.

Ma un vero colpo di stato a orologeria è avvenuto proprio nello stesso Ciad subito dopo la morte del presidente Deby. Invece di rispettare l’articolo 81 della Costituzione, che prevede in caso di vacanza della presidenza della Repubblica l’esercizio provvisorio del suo potere da parte del presidente dell’Assemblea Nazionale, un gruppo di militari si è costituito nel Consiglio militare di transizione che ha sciolto parlamento e il governo e ha rimesso ogni potere nelle mani del suo nuovo presidente, figlio di Deby, Mahamat Idriss Deby.

Il quale ha da subito decretato un lutto nazionale di 14 giorni, le bandiere a mezz’asta, la garanzia dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e dell’unità nazionale, la chiusura delle frontiere, un coprifuoco nazionale dalle 6 di sera alle 5 del mattino e una transizione di 18 mesi che dovrebbe portare a nuove elezioni.

Due ironie della sorte accompagnano questi avvenimenti. La prima: il giorno precedente la dichiarata morte di Deby sono stati annunciati, con un certo sospetto anticipo sulle previsioni, i risultati provvisori delle elezioni farsa con una vittoria eclatante già al primo turno, del resto conosciuta ben prima del voto, dello stesso Deby, con il 79%. Circostanza alquanto ambigua visto che l’articolo 70 di una Costituzione, comunque ben calpestata sin dalla sua promulgazione, prevede che in caso di morte o d’impedimento di uno dei due candidati favoriti al primo turno si debba procedere ad un nuovo processo elettorale.

Quindi subito e non in alquanto improbabili 18 mesi in cui, sempre gli stessi zagahwa, l’etnia peraltro molto divisa al suo interno e al potere dal 1990, si possono spartire la torta petrolifera del paese. Del resto la campagna elettorale si era svolta all’insegna della militarizzazione del percorso verso il voto, con incursioni contro i candidati dell’opposizione, assedio alle loro sedi, divieti di manifestazioni, arresti e repressione sistematica del dissenso. Un clima creato ad arte per estromettere i veri avversari, far piombare la popolazione nella rassegnazione e garantirsi un sesto mandato presidenziale alquanto criticato dalla popolazione e dalla società civile.

La seconda ironia della sorte è invece che alla testa del paese va Mahamat Idriss Deby che ha soli 37 anni, mentre la riforma costituzionale, redatta apposta nel 2018 per tagliar fuori i competitori con più chances, prevedeva la possibilità di candidarsi alla testa del paese soltanto a chi avesse superato i 40 anni. E chi garantisce ora che questi militari vogliano davvero portare alle urne e all’esercizio democratico un paese che invece, come il Togo della famiglia Gnassingbé, al potere da 54 anni, è gestito come una monarchia dal clan che tiene le redini?

Siamo poi sicuri che i militari riusciranno a far fronte alle incursioni di ribelli sempre più agguerriti e a garantire pace e stabilità ad un paese che ha già troppo sofferto della guerra civile? E se questi dovessero prendere il potere assisteremo ad un cambio di regia nel cuore dell’Africa, passando dallo storico controllo francese a quello turco?

Come si muoveranno ora la Francia, i paesi confinanti e la comunità internazionale? Perché, mentre gli Usa chiedono l’evacuazione del personale non essenziale, il Regno Unito intima a tutti i suoi cittadini di lasciare il paese, Parigi, in controtendenza anche con il recente passato, non dà direttive allarmistiche? I prossimi mesi risponderanno a questi quesiti.

Mentre sulle strade del paese regna il silenzio e nella capitale si respira paura, si attende, a breve, una dichiarazione dei vescovi riuniti in sessione plenaria. Per l’occasione si auspica davvero un messaggio profetico che inviti alla riconciliazione nazionale e che non faccia sconti a chi accede alle poltrone più alte del paese con la forza delle armi e scambia un servizio alla popolazione per un’occasione di sistematiche operazioni di saccheggio delle risorse, traffici illeciti e corruzione.