L'ARIA CHE TIRA – MARZO 2019
Gianni Silvestrini

Il cobalto ha molte applicazioni, a partire dalle auto elettriche fondamentali per ridurre la dipendenza dal petrolio e battere la crisi climatica.

Ma la produzione di questo minerale presenta forti criticità, considerato che il 60% viene dall’Rd Congo, dove le condizioni di lavoro sono spesso schiavistiche e a rischio. In particolare, un quinto delle 90mila tonnellate estratte lo scorso anno proveniva da lavorazioni artigianali, inquinanti e pericolose, con il coinvolgimento anche di 35mila ragazzini.

Amnesty International in un rapporto del 2016 denunciò questa pratica che comportava malattie respiratorie e anche morti per il frequente collasso di gallerie sotterranee. Dopo quasi due anni Amnesty è tornata a verificare la situazione pubblicando Time to Recharge, analizzando il comportamento di 29 grandi società utilizzatrici del cobalto ed evidenziando un miglioramento della tracciabilità delle lavorazioni per qualche società – come Apple e Samsung – ma anche forti carenze in fatto di trasparenza da parte di altre, come Microsoft e Renault.

Tra le aziende che stanno cercando di migliorare la tracciabilità delle varie fasi della produzione del minerale, IBM ha avviato con Ford una piattaforma Blockchain proprio per poter seguire tutte le operazioni: dall’estrazione al trasporto alla lavorazione.

Insomma, questa nuova attenzione, anche mediatica, potrebbe contribuire a migliorare la situazione di un paese ricco di conflitti e corruzione che, malgrado le enormi ricchezze, rimane uno dei più poveri del pianeta. Solo quest’anno le tasse sulle esportazioni di cobalto sono state alzate, portandole dal 2% al 10%.

Di fronte ai prezzi cresciuti negli ultimi anni e al problematico controllo della catena di approvvigionamento, si tende a ridurre il contenuto di cobalto nelle batterie (Tesla è riuscita a passare da 11 kg a 4,5 kg per veicolo) ed è partita una frenetica attività di ricerca di materiali alternativi.

Considerato, tuttavia, che il cobalto svolgerà un ruolo decisivo nell’economia del futuro, l’auspicio è che la pressione internazionale consenta di eliminare le produzioni più pericolose, introducendo criteri di trasparenza in grado di garantire un cobalto “socialmente validato”.

Time to Recharge
Il rapporto di Amnesty International analizza la sostenibilità e il rispetto per i diritti umani dei colossi del settore della tecnologia e della mobilità, come Apple, Samsung Electronics, Dell, Microsoft, Bmw, Renault e Tesla. L’organizzazione umanitaria ha giudicato le 29 aziende analizzate sulla base di cinque criteri che riflettono standard internazionali, tra cui l’obbligo di svolgere i controlli sulla catena di approvvigionamento e quello di essere trasparenti sui rischi collegati ai diritti umani. I risultati sono stati sconfortanti: nessuna delle 29 imprese ha infatti intrapreso azioni adeguate per rispettare gli standard.

 

Nella foto un giovane minatore scende negli stretti cunicoli delle miniere di cobalto di Kawama, nella Rd Congo. Rischia la vita per una paga di 2 o 3 dollari al giorno. (raconteur.net)