Joseph Kabila

L’ex presidente Joseph Kabila e il suo entourage colti con le mani nella marmellata. Una marmellata di 138 milioni di dollari prelevati dalla casse dello stato tra il 2013 e il 2018, istituendo una sorte di “tassa Kabila” con la complicità di una banca commerciale e di una società-schermo. Una tassa che doveva essere versata da istituzioni e imprese pubbliche per poter svolgere una qualsiasi attività. Vi sarebbero implicate la società dei trasporti e dei porti, i fondi per la manutenzione delle strade e la società mineraria Gecamines.

Lo attesta l’inchiesta Congo Hold-up – durata 6 mesi, realizzata grazie alla collaborazione tra 5 organizzazioni non governative e una ventina di testate giornalistiche internazionali, e in via di pubblicazione a stralci, a partire dallo scorso 19 novembre fino al 6 dicembre – che due primi risultati li ha ottenuti.

Fonti giudiziarie, sentite dall’agenzia France Presse, assicurano che è stata aperta un’indagine giudiziaria nei confronti della cerchia familiare dell’ex presidente Joseph Kabila. In secondo luogo, l’inchiesta ha mandato in fibrillazione il mondo politico congolese: la maggioranza governativa dell’attuale presidente Félix Tshisekedi ha tutto l’interesse ad addossare a Kabila – che ha governato dal 2001 al 2018, e poi coabitato con Tshisekedi fino a un anno fa – il malgoverno e la corruzione; l’opposizione politica, soprattutto quella che fa capo a Martin Fayulu, vede riconosciuto quello che ha sempre sostenuto, cioè l’inaffidabilità di Kabila, e questo argomento entra a far parte della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche presidenziali di fine 2023.

Il partito di Kabila, Partito del popolo per la ricostruzione e la democrazia, si è affrettato a dire che si tratta di un «tentativo di screditare» l’ex capo dello stato. Mentre la banca implicata – la Bgfi Bank con sede centrale in Gabon, da cui l’inchiesta ha tratto 3,5 milioni di documenti riservati – ha annunciato di aver depositato in procura una denuncia con costituzione di parte civile e «si riserva il diritto di fare causa a chiunque prenda parte alla diffusione e riproduzione di false informazioni».

Intanto Radio France Internationale, che insieme a De Standard, Le Soir, Der Spiegel, Bloomberg, BBC Africa Eye e altri ha contribuito all’inchiesta, fa sapere che in Rd Congo la Bgfi Bank è considerata la banca di Kabila, tanto che nel 2013 il fratello adottivo di Joseph Kabila, Francis Selemani Mtwale, diventa direttore generale e da qual momento si intensifica la distrazione di denaro pubblico.

Secondo la Plateforme de protection des lanceurs d’alerte en Afrique, che con The Sentry, Public Eye, Resorces Matters e Congo Research Group ha preso parte all’inchiesta, «Congo Hold-up si basa su documenti che mostrano nei dettagli gli stratagemmi utilizzati da una banca e dai suoi clienti per tentare di dissimulare una corruzione sistematica».

La rivista francese di investigazione online Mediapart, che ha collaborato con le ong nell’inchiesta, sottolinea che «la Bgfi Bank è un prodotto di “Françafrique”, è molto legata agli autocrati Ali Bongo (Gabon) e Denis Sassou Nguesso (Congo) ed è già stata implicata in numerosi scandali di corruzione e di appropriazione di fondi pubblici». (RZ)

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