Perderanno molto presto lo status di rifugiato tutti quegli ivoriani che in questi anni hanno lasciato il loro paese per trovare accoglienza in nazioni limitrofe.

È stato infatti firmato un accordo tra il governo della Costa d’Avorio e quelli dei paesi confinanti o adiacenti che fa appello a una clausola per la cessazione dello status speciale essendo, dicono i firmatari, venute ormai a mancare le cause che avevano spinto tante persone a fuggire e cercare rifugio altrove.

Una decisione arrivata dopo due giorni di meeting intensi ad Abidjan, al termine dei quali l’Unhcr, l’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, ha raccomandato ai governi di attuare la decisione entro il 30 giugno 2022.

L’agenzia Onu, tuttavia, ha pure sottolineato che coloro che considerano il rientro a casa un reale rischio per la propria incolumità, possono richiedere un’esenzione dalla nuova procedura per rimanere sotto protezione internazionale.

La decisione emersa dagli incontri di Abidjan è anche – in qualche modo – una sorta di dimostrazione di normalizzazione voluta in primis dal presidente ivoriano, Alassane Ouattara, che recentemente ha incontrato l’ex capo di stato, Laurent Gbagbo, tornato in patria dopo 10 anni, trascorsi all’Aia dove ha affrontato un processo della Corte penale Internazionale per crimini contro l’umanità.

L’ex presidente è stato poi prosciolto da tutte le accuse ma trattenuto per lungo tempo in esilio in Belgio, fino al ritorno in Costa d’Avorio, tra ali di folla festante, lo scorso giugno. Tutti i suoi supporter e quella parte della popolazione che negli anni lo ha sostenuto e difeso, erano lì.

Un ritorno che molti commentatori hanno interpretato come un passo importante verso la democrazia e la riconciliazione di tutto il popolo ivoriano.

Quell’arresto di 11 anni fa fu l’epilogo di una guerra civile scoppiata nel paese nel periodo 2010-2011 dopo contestati risultati elettorali che alla fine trovarono vincitore Ouattara, sostenuto senza riserve dalla Francia che inviò una massiccia presenza militare. Fra l’altro furono proprio i francesi ad arrestare Gbagbo.

Una guerra civile che ha provocato oltre 3mila vittime e nessun colpevole. All’epoca si parlò di 300mila ivoriani in fuga in altri paesi e almeno un milione di sfollati interni. Da allora, e per gli anni a venire, quando di tanto intanto scoppiavano nuove proteste, molti altri hanno scelto di lasciare il paese, in alcuni casi letteralmente per mettere in salvo la vita, in altri perché ormai il paese non era più un luogo sicuro. Secondo l’Unhcr, dal 2011, sono stati 287mila i rifugiati ivoriani tornati volontariamente a casa, vale a dire il 92% di quelli partiti per i paesi vicini. Tuttavia, circa 51mila persone rimangono rifugiati e richiedenti asilo nella regione, principalmente in Ghana, Guinea, Mali, Mauritania, Togo, Liberia che si calcola ospiti il 95% dei rifugiati ivoriani, determinando – secondo le agenzie umanitarie – uno stato di emergenza per il paese ospitante.

Ancora nel novembre del 2020 l’agenzia Onu rendeva noto che quasi 8mila persone si erano rifugiate nella vicina Liberia e che per il 60% dei casi si trattava di minori non accompagnati o separati dai loro genitori. Un segnale della delicatissima questione sociale e politica che continua a sussistere nel paese.

Una questione politica critica che è ritornata scottante alla fine del 2020, appunto, quando più di 10mila persone sono fuggite dopo le violenze legate all’elezione del presidente Ouattara, un controverso terzo mandato che molti nel paese non hanno digerito.

Ma ora sia la Costa d’Avorio, o almeno i suoi vertici, sia le strutture internazionali pensano sia tempo di guardare al futuro. Come la pensano, però, gli ivoriani che da anni vivono in altri paesi e che per timori o rischi concreti hanno lasciato tutto per fuggire dalla loro terra? Secondo una serie di sondaggi condotti dagli uffici delle Nazioni Unite, il 60% dei rifugiati ivoriani intervistati desidera rimpatriare, mentre il 30% si dice indeciso. C’è poi un altro 10% che vorrebbe rimanere nel paese ospitante.

Intanto, dei 39.082 migranti arrivati in Italia via mare nel 2021, 2.651 sono ivoriani (6,78%), la quarta nazionalità dopo tunisini, bengalesi ed egiziani. Negli anni ha continuato a crescere la loro presenza, con un picco di arrivi registrato nel 2015.

Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto, sono le regioni dove sono maggiormente concentrate famiglie e comunità di ivoriane. Molte di loro si stanno già chiedendo cosa accadrà nei prossimi mesi. Se dopo aver affrontato viaggi difficili e perigliosi anche loro saranno obbligati a tornare in un paese che li ha resi profughi. Anche se l’accordo siglato ad Abidjan, ripetiamo, riguarda al momento solo quei paesi africani confinanti che hanno accolto in questi anni migliaia di ivoriani in fuga.

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