“Ré-enchantements”
Si è vista la mano del direttore Simon Njami nella 12ª Biennale che si è chiusa il 2 giugno. Ma molto resta da fare in termini di internazionalizzazione, organizzazione e rapporto con la città. A Maqam opera dell’egiziano Youssef Limoud, il premio Léopold Sedar Senghor.

Nel 2012, subito dopo le elezioni presidenziali che avevano visto l’uscita di scena dalla politica senegalese di Wade, precedute da una fase di grande turbolenza, tutto quello che si poteva chiedere a Dak’Art era di esserci. Nel 2014 la manifestazione era andata nel senso del rilancio e con la sua fisionomia aveva indicato la prospettiva dell’inserimento di Dak’Art nel circuito delle biennali che contano. Nel 2016 una direzione artistica di prestigio, quella di Simon Njami (Nigrizia, aprile), conferma quella ambizione, ma diversi problemi restano irrisolti, non senza evidenti carenze e incoerenze: una volta di più, insomma, un’edizione di transizione.

O, si potrebbe dire, di transizione nella transizione. Il cui compimento adesso sembrerebbe giudizioso lasciare nelle mani di Njami, che è stato investito dell’incarico di curare l’edizione 2016 troppo a ridosso e che con il poco tempo a disposizione ha fatto del suo meglio. Un lavoro reso a ancora più impervio dalle burocrazie, dalle inerzie e dagli intoppi organizzativi tra le quali si è dovuto districare. Voci raccolte a Dakar nei primi giorni della dodicesima edizione della Biennale (3 maggio-2 giugno) dicono che ci sarebbe l’intenzione di chiedergli di continuare.

Il maggiore successo di Njami va considerato la riapertura alla Biennale dell’Ancien Palais de Justice, a suo tempo abbandonato per problemi di stabilità dovuti al terreno sottostante, vicino al mare, sulla punta sud del Plateau, ma evidentemente giudicato non a rischio malgrado le vistose crepe nei pavimenti e nei muri. L’ex palazzo di giustizia era già stato utilizzato nell’edizione del 2002 di Dak’Art per ospitare lavori di alcuni artisti non africani (come il pittore greco Jannis Kounellis) o della diaspora, scelti dal curatore italiano Bruno Corà.

Njami ha non solo recuperato questa struttura alla Biennale, collocandovi l’esposizione internazionale, 65 artisti di 24 paesi, in gran parte scelti da una giuria sulla base di un concorso, più alcuni cooptati direttamente dal direttore artistico. Rispetto al 2002, quando era stato utilizzato solo il vasto salone colonnato di ingresso, che al centro di apre in un patio, ha impegnato la struttura in maniera molto più integrale, coinvolgendo nell’esposizione anche alcune di quelle che erano sale per le udienze, rivelatesi ambienti assai congeniali per installazioni “site specific”.

Incantamenti

Per esempio l’opera Maqam dell’egiziano Youssef Limoud, ha occupato un’intera sala e si imponeva tra tutti i lavori della selezione internazionale: una sorta di giardino delle meraviglie tanto più fantastico in quanto evocato con materiali poverissimi, terra, ghiaia, pezzi di legno, di ferro e di vetro, piccole lampadine accese. Del tutto giustificato il primo premio della Biennale, il Gran premio Léopold Sedar Senghor, attribuito a quest’opera, e perfetta l’aderenza di questa creazione al titolo dato da Njami a questa biennale, “Réenchantements”, come invito agli artisti, e in generale agli africani, a cercare nuove strade per “ri-incantare” il mondo e il continente, per ritrovare lo spirito e il sogno dell’Africa dell’era delle indipendenze.

Davvero Limoud ha operato un incantesimo, reincantando il materiale utilizzato, il luogo e noi che siamo rimasti davvero ammaliati dal suo lavoro: piace che quella sua opera distesa sul pavimento finisca per essere anche la metafora di un processo di rinnovamento che deve partire dal basso e da ciò che è più semplice ed essenziale.

Di forte suggestione anche la stanza in cui l’algerino Kader Attia ha dato vita a Les rhizomes infinis de la révolution, uno spazio dove i “rizomi della rivoluzione”, con allusione all’intifada e alle rivolte arabe, sono piante fatte di grossi tondini di ferro, con rami che si biforcano attaccate ai quali pendono delle fionde di gomma. Fino alla vigilia l’allestimento dell’esposizione, questa installazione era in alto mare: il miracolo è stato compiuto la notte prima dell’inaugurazione.

Ha fatto notizia la visita nei primi giorni dell’ex ministro della cultura francese Jack Lang. Sempre stando alle voci, Njami avrebbe ottenuto la promessa della destinazione dell’Ancien Palais de Justice a museo di arte contemporanea, che manca a Dakar e che rappresenta un handicap le ambizioni di Dak’Art di emergere a livello internazionale. Li potrebbero finalmente trovare collocazione e accessibilità per il pubblico importanti patrimoni di opere di protagonisti dell’arte moderna e contemporanea senegalese, come quello, straordinario, rientrato in patria dalla Francia in occasione della retrospettiva a Dak’Art 2014: mi riferisco alle culture di Moustapha Dimé. Rimarrebbe comunque poi aperta la questione della restituzione alla sua funzione originaria del Musée Dynamique, sul versante ovest della Corniche, inaugurato da Senghor nel ’66 in occasione del Festival Mondial des Arts Nègres, che per dieci anni accolse grandi mostre, fra cui una su Picasso, e che da anni è occupato dagli uffici della Corte Suprema.

Il Musée Théodore Monod ha poi ospitato le scelte di sei commissari di diverse provenienze (Camerun, Canarie, Brasile, Italia, Corea e India) invitati da Njami: una forte apertura alla dimensione globale dell’arte contemporanea, in cui spiccava The History of Monuments del cinese Wang Qinsong, stampa digitale di 45 metri con effetto simil-bassorilievo, con dentro personaggi e situazioni che vanno da una Pietà a soldati moderni con AK 47, come a dire di quale melma di vicende umane sono impastati i monumenti che celebrano la Storia.

Insoddisfacente per quantità e qualità, ma difficilmente ascrivibile alla responsabilità di Njami, la mostra “Hommages” alla Galerie National, dedicata ad alcuni protagonisti compianti o viventi dell’arte senegalese, in cui si distinguevano prepotentemente un paio di opere anni Ottanta di Joe Ouakam. Modestissima a confronto con retrospettive ospitate nella stessa sede, come quelle dedicate in edizioni precedenti a Christian Lattier o appunto a Moustapha Dimé, o nel Fesman del 2010 allo stesso Joe Ouakam.

Off non basta

Nel nuovo millennio, Dak’Art ha registrato una grande crescita della parte Off, con una quantità di proposte che a Dakar e nella banlieue ammontava quest’anno a quasi duecento: una proliferazione che però dal punto di vista qualitativo e dell’assortimento è ormai un po’ stagnante, e che comunque malgrado la diffusione sul territorio non è riuscita a risolvere l’annoso problema del rapporto di Dak’Art con la città e con la grande massa della popolazione.

Njami ha capito che occorre estendere la sfera dell’In, innervando con iniziative guidate o comunque controllate dalla direzione artistica il tessuto di Dak’Art, e ha cominciato ad operare in questo senso. Interessanti una serie di interventi nel quartiere di Sicap Liberté, come il proseguimento della creazione, avviata nel 2014, di un giardino d’artista concepito dal francese Emmanuel Louisgrand, restituzione di valenza pratico-simbolica di uno spazio pubblico degradato ad un utilizzo condiviso. Valida la mostra di AtWork che ha richiamato l’attenzione degli abitanti della zona su una biblioteca trascurata ma funzionante. Significativo anche lo sforzo di dare alla manifestazione un corredo spettacolare, con concerti gratuiti e altre ideazioni che facendo perno sul “Village” della Biennale creato alla vecchia stazione ferroviaria hanno investito diverse zone della città.

Un’altra urgenza da affrontare è quella di dare maggiore consistenza alla rappresentazione di scene artistiche nazionali e di incrementare la partecipazione non francofona, incentivando presenze strutturate nell’Off o inserendole nell’In.

Nell’Off, rimarchevoli la collettiva di artisti maliani proposta nella sede della società Eiffage sotto l’intestazione “Promenade à Bamako” e le due mostre presentate dalla galleria camerunese Mam di Douala. Da sottolineare la collettiva di giovani camerunesi e congolesi che Bill Kouelany, animatrice dell’unico centro d’arte contemporanea di Brazzaville (Congo), ha organizzato sulla terrazza della Maison de la Presse per dare loro un’opportunità, cercando con fatica sponsor per pagare l’affitto dello spazio e i viaggi e le spese di soggiorno degli artisti.

Particolare di un’opera del senegalese Soly Cissé.