AL KANTARA – GIUGNO 2017
Mostafa El Ayoubi

Continua la guerra fredda 2.0 tra gli Stati Uniti e la Russia. Il terreno di scontro a distanza questa volta è la Libia, ex alleata dell’allora Unione Sovietica. I russi non ebbero nessun ruolo nella guerra scatenata contro Tripoli nel 2011, che portò all’assassinio di Gheddafi e allo smembramento del paese. Ma nemmeno si opposero alla risoluzione Onu che consentì alla Nato di intervenire militarmente, violando i termini della stessa risoluzione che prevedeva solo la creazione di una no fly zone, non il cambiamento di regime. A danno già fatto, i russi dissero di essere stati ingannati dagli americani e che l’invasione fu una palese violazione del diritto internazionale.

Oggi la Russia sembra intenzionata a intervenire anch’essa in Libia, in seguito alla propria crescente influenza politica e militare nel Medioriente, in Siria in particolare.

Il 2 marzo scorso, in occasione di una visita di Fayez al-Sarraj, primo ministro del governo di “unità nazionale” libico (governo a legittimità limitata perché non gode del sostegno di tutte le fazioni e al quale si oppone un altro governo di “salvezza nazionale” di connotazione islamista), Sergey Lavrov, capo della diplomazia russa, aveva affermato che «l’unità del popolo libico e l’integrità del territorio della Libia sono stati violati. In quanto vecchi amici, vogliamo aiutarvi a superare la crisi». E il 24 marzo il generale americano Tom Waldhauser, capo di Africom, aveva detto che «numerosi soldati russi sono sul terreno e la Russia intende esercitare la sua influenza in Libia».

Il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, che ha vissuto per decenni sotto la protezione Usa, si è recato ben due volte nel 2016 a Mosca per incontrare i ministri degli esteri e della difesa russi: nell’ultima visita, il 26 novembre, ribadì la necessità di una collaborazione con il Cremlino per combattere il terrorismo. L’11 gennaio Haftar è stato ospite della portaerei russa Kuznetsov, che sosta al largo delle coste libiche, e si è intrattenuto via video conferenza con il ministro della difesa Sergey Shoygu.

Mosca sembra puntare su quest’uomo per mettere i piedi in Libia, che conta già una presenza francese, inglese, americana e persino giordana (colonia periferica degli Usa).

Fonti del Pentagono parlano di un dispiegamento di forze speciali in Libia. Secondo alcune indiscrezioni, decine di esperti militari sono presenti nell’ovest dell’Egitto a pochi chilometri dalla frontiera libica. Perché proprio in Egitto? Perché il governo del Cairo mantiene buoni rapporti con Mosca e punta sull’Esercito nazionale libico guidato da Haftar per combattere e arginare il terrorismo. Attraverso l’Egitto, la Russia potrebbe fornire ad Haftar armi e formazione militare preparando così una sua entrata da protagonista nella scena libica, scommettendo su un uomo che ha cambiato casacca diverse volte e che oggi è una figura di prim’ordine sulla scena politica e militare.

Se la scommessa dovesse risultare vincente, i russi entreranno in Libia dalla porta principale: un altro punto a favore di Mosca in questa guerra fredda, dopo quello della Siria. E se ciò dovesse accadere, i russi potranno avere anche loro un accesso alla gestione del petrolio libico e, perché no, anche una base militare che potrebbe essere la seconda nel Mediterraneo dopo quella siriana!

Khalifa Haftar (nella foto)

73 anni, già fedele di Gheddafi. Combatte nel conflitto tra Libia e Ciad (1978-1987) per il controllo della striscia di Aozou, territorio ricco di uranio nel nord del Ciad. Persa la guerra, Haftar nel 1990 si trasferisce negli Usa dove vive per vent’anni, ottenendo la cittadinanza americana. Considerato, finora, un uomo della Cia, è rientrato pienamente nella politica libica nel 2014.