Conferenza sul virus
Un incontro internazionale in corso ad Anversa (Belgio), oltre che sottolineare i passi in avanti della diagnostica e dei vaccini, raccomanda di rafforzare la ricerca per identificare gli animali portatori sani del virus. Urgente anche rafforzare i sistemi di sanità pubblica in Africa Occidentale, dove la febbre emorragica ha colpito nel 2014.

«La ricerca sul virus di ebola sta facendo progressi considerevoli, ma il mondo non è ancora pronto ad affrontare una nuova epidemia». Così dichiara a Nigrizia.it Peter Piot, medico belga, già direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e uno dei pionieri della ricerca su ebola, la cui prima epidemia si è manifestata 40 anni fa a Yambuku (Provincia orientale) nella Repubblica democratica del Congo.

Piot ha tenuto una relazione davanti a 250 ricercatori e responsabili della sanità provenienti da mezzo mondo, che sono riuniti ad Anversa (12-15 settembre) per fare il punto della situazione in una conferenza internazionale organizzata dall’Istituto di medicina tropicale della città del Belgio. Il medico Kevin Ariën, organizzatore della conferenza rimarca che «oggi abbiamo sistemi diagnostici più rapidi e più sensibili, oltre che nuovi trattamenti e vaccini». «E ciò dà speranza per il futuro della lotta alla febbre che provoca danni cerebrali e emorragia interna», sostiene Peter Piot, ricordando che nel 2014 l’Rd Congo è riuscita ad arginare la settima epidemia nella regione di Boende (Equatoria).

In seguito all’epidemia in Africa Occidentale nel 2014 (Guinea, Liberia, Sierra Leone e Nigeria), il cui bilancio è di 11mila morti, sono stati somministrati vaccini a dei pazienti esposti al virus. Secondo il giudizio dell’Oms e di Medici senza frontiere, tali vaccini, messi a punto nei laboratori delle aziende chimico farmaceutiche Merck e Glaxo Smithkline, si sono rivelati efficaci al 100%. E un altro vaccino, elaborato dalla casa farmaceutica Janssen, somministrato prima dell’esposizione al virus, potrebbe essere utilizzato dal personale medico.

Ma il rischio di una nuova epidemia non è escluso, perché non è ancora stato formalmente identificato dove si annidi il virus di ebola. Il virus è stato isolato fin dal 1976, ma è stato isolato solamente nell’uomo. Ci sono ragioni di credere che si annidi nei pipistrelli, ma ci potrebbero essere altri animali a fare da serbatoio del virus in quanto portatori sani. Il professore congolese Jean-Jacques Muyembe, altro pioniere, cita il caso dell’antilope Cephalus Dorsalis in Gabon. A parere del dottor Piot, l’identificazione dei serbatoi del virus deve essere una priorità della ricerca. Perché, una volta conosciuta la specie portatrice del virus, si potrà valutare com’è distribuita su un territorio e prendere le misure adeguate per difendere la popolazione.

Piot mette in guardia contro l’eccessivo ottimismo: «Non credo che oggi si sia in una condizione ottimale per affrontare una nuova epidemia di ebola». Soprattutto perché, anche dopo quanto è accaduto in Africa Occidentale, tardano ad essere prese in considerazione le raccomandazioni di rafforzare i sistemi di sanità pubblica, di sorveglianza e di laboratorio nei paesi più vulnerabili.

In foto il dottor Peter Piot, tra i pionier della ricerca su ebola, durante il colloquio con il giornalista di Nigrizia ad Anversa. (Foto: F. Misser)