Sudan / Raid aerei
Stanno mietendo soprattutto vittime civili i bombardamenti dell’aviazione di Khartoum in Sud Kordofan, Nilo Azzurro e Darfur. È la tradizionale, propagandistica offensiva estiva contro le ribellioni che si contrappongono al regime.

È in pieno svolgimento la campagna militare estiva condotta dall’esercito di Khartoum contro i gruppi ribelli negli stati del Sud Kordofan, Nilo Azzurro e Darfur, con l’obiettivo, dichiarato dallo stesso presidente El-Bashir alla fine dello scorso anno, di schiacciare la rivolta.

Più che le notizie sulle operazioni militari, che pare non stiano dando i risultati sperati dal governo sudanese, giungono quasi quotidianamente quelle sulla distruzione di obiettivi civili e sulla morte di semplici cittadini, specialmente donne e bambini.

Dall’inizio di questa settimana, a Kauda, capoluogo delle montagne Nuba, zona controllata dall’Splm-n nel Sud Kordofan, si sono susseguiti diversi raid aerei. Sono stati colpiti con due missili la chiesa e il compound della scuola cattolica. Non ci sono state vittime. Nel villaggio, però, le bombe hanno distrutto diverse case, ucciso un bambino di 4 anni e seriamente ferito la mamma.

I bombardamenti aerei sono continuati anche mercoledì 28: sulla zona sono state sganciate almeno 12 bombe, secondo le notizie di Nuba Report, un progetto giornalistico locale ormai molto autorevole, riprese e diffuse anche da Sudan Democracy First Group, un’organizzazione della società civile sudanese della diaspora. Il presidente della sezione canadese di Amnesty International, di ritorno da una visita nella zona ha diffuso sul suo blog un post dal titolo significativo: “Non interessa a nessuno della gente dei Monti Nuba?”, segnalando le condizioni critiche in cui la popolazione si trova e appellandosi al suo governo e alla comunità internazionale perché, dopo quattro anni di conflitto, si faccia pressione per trovare una soluzione politica duratura.

Questa settimana gli Antonov, gli aerei da guerra russi in dotazione all’aviazione sudanese, hanno colpito anche nel Darfur. Nell’East Jebel Marra, domenica 24, sono stati uccisi tre pastori (Abdelmunim Eisa Adam, Abakar Haroun Yahya e Nura Suleiman) mentre stavano pascolando il bestiame a nord di Fanga, e altre sette persone, tra cui due bambini e tre donne, soni state colpite 8 chilometri a sud della località di Karkego, dove sono state sganciate 12 bombe. Lo riporta Radio Dabanga che anche per questo episodio elenca il nome e l’età delle vittime (Adam Yahya Yagoub (35), Maryam Yousef Ahmed (27), Fatima Omar Haroun (25), Asha Hussein Yahya (17), Abdelmajeed Daoud (12) e Abdelhai Suleiman (7). Strage di pecore, invece, in un altro bombardamento a sud di Tawila, nel Nord Darfur.

Preoccupazione per il crescente numero di sfollati e per la mancanza di sicurezza perfino nei campi profughi è stata espressa da Aristide Nononsi, il nuovo esperto sulla situazione dei diritti umani in Sudan, recentemente nominato dall’Onu.

Sfollati
Le azioni militari sono in pieno svolgimento anche nel Nilo Azzurro, stato coinvolto solo marginalmente nella campagna militare estiva nei primi mesi dell’anno. Fyda – Funj Youth Development Association – ong locale che opera nelle zone controllate dall’Splm-n e l’Arab Coalition for Sudan hanno reso noto l’incendio di numerosi villaggi nella contee di Bau e di Roseires. Complessivamente 3.700 famiglie, non meno di 15.000 persone, sarebbero state costrette a lasciare i villaggi, andando ad ingrossare le già fin troppo numerose fila degli sfollati e dei rifugiati in Etiopia e Sud Sudan. Le due organizzazioni denunciano anche arresti arbitrari e torture dei detenuti. Preoccupazione per spostamenti di massa della popolazione nella zona sono stati espressi negli ultimi giorni anche da Geert Cappelaere, il coordinatore degli interventi umanitari dell’Onu a Khartoum, che denuncia anche l’impossibilità di monitorare la situazione e far fronte ai bisogni enormi della popolazione in fuga perché le autorità governative impediscono l’accesso.

Quello che emerge da queste cronache è uno spaccato allarmante delle condizioni della popolazione civile in zone che il governo di Khartoum ha cercato in tutti i modi di isolare dal mondo esterno, e da cui trapelano informazioni parziali e spesso solo attraverso testimoni e mezzi di comunicazione locali. Risulta anche evidente che non è possibile una soluzione militare ai conflitti che da troppo tempo insanguinano il Sudan. Nonostante i proclami governativi, i negoziati di pace si sono interrotti all’inizio di quest’anno per volontà dello stesso governo che non si è presentato al tavolo delle trattative convocato dall’Unione africana.

Pare crescere però l’attenzione della comunità internazionale. In questi giorni i leader dei movimenti di opposizione armata sudanesi, riuniti nel Sudan Revolutionary Front, sono in Europa dove stanno avendo incontri nei singoli paesi e a Bruxelles.

Nella foto in alto Omar El-Bashir, presidente del Sudan.