Il 21 marzo scorso ci ha lasciato la pioniera egiziana per la difesa dei diritti delle donne, Nawal el-Saadawi. Aveva 89 anni e ha speso tutta la sua vita lottando per l’uguaglianza e i diritti delle donne in Egitto e nel mondo. Scrittrice e giornalista, ha messo in luce la piaga delle mutilazioni genitali femminili che ancora riguarda milioni di donne egiziane in: The hidden face of Eve: women in the arab world. Medico, el-Saadawi si è impegnata contro l’obbligo del velo, la poligamia, le disuguaglianze tra uomini e donne in tema di eredità.

Un’avanguardia per il femminismo

El-Saadawi era nata nel 1931 in un villaggio del Delta del Nilo, aveva studiato medicina all’Università del Cairo e alla New York Columbia University. Nel 1972, il suo libro Women and sex provocò grandi polemiche e le critiche dell’establishment politico e religioso in Egitto che le causarono il licenziamento dal suo impiego al ministero della Salute. La scrittrice venne arrestata nel 1981, durante la presidenza di Anwar al-Sadat, in seguito a una campagna di arresti di intellettuali e dissidenti.

El-Saadawi ha raccontato la sua esperienza in carcere nel libro Memoirs from the women’s prison, scritto mentre era in cella. La scrittrice divenne anche obiettivo dell’islamismo radicale e venne inserita in una lista nera di autori potenziali target di attacchi terroristici che includeva lo scrittore e premio Nobel Naguib Mahfouz.

El-Saadawi ha guidato l’Arab women solidarity association e ha fondato l’Associazione araba per i diritti umani. Nel 1993, in seguito all’aggravarsi delle minacce di morte, la femminista si è trasferita all’Università della Carolina del Nord. «Le mogli di Sadat e Mubarak erano contro i diritti delle donne in Egitto, hanno frammentato il movimento femminista, hanno giocato un ruolo nel mio esilio, hanno proibito la nostra associazione – ha spiegato in un’intervista – volevano un Consiglio femminile governativo per perpetrare il loro divide et impera».

Rientrata in Egitto, nel 2005, el-Saadawi aveva espresso l’intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali ma ha interrotto la sua campagna elettorale accusando le forze di sicurezza di non permetterle di organizzare comizi e conferenze. Nel 2007, è stata criticata dalla più alta autorità sunnita della moschea di al-Azhar per il suo testo God resigns at the summit meeting che le costò l’accusa di apostasia. Nel 2005, el-Saadawi ha ottenuto il premio Inana International in Belgio e nel 2006 il premio North-South del Consiglio d’Europa.

Nel 2020, il Time l’ha inserita nella lista delle cento donne dell’anno. La ministra egiziana della cultura, Ines Abdel-Dayem, ha reso omaggio alla scrittrice sottolineando che le sue opere hanno permesso l’ascesa di un grande movimento intellettuale. El-Saadawi si definiva una “femminista storica e socialista”.

«Il femminismo non è stato inventato dalle donne americane – ha detto in un’intervista a Channel 4 – il femminismo è incorporato nella cultura di tutte le donne. Dobbiamo liberare le donne dal punto di vista economico, sociale, psicologico, fisico, religioso. Ci chiamiamo femministe storiche e socialiste. Abbiamo studiato la storia delle donne e abbiamo scoperto che l’oppressione delle donne non riguarda solo l’Egitto ma è storica, è dappertutto, in ogni paese. Le donne lottano per i loro diritti. Siamo socialiste in quanto siamo contro il capitalismo perché è legato al patriarcato, non siamo contro gli uomini ma contro il sistema patriarcale, la dominazione degli uomini nella religione, nell’economia, nella cultura, nella scienza», aggiungeva el-Saadawi.

Le donne egiziane protagoniste della rivoluzione

Nawal el-Saadawi ha sostenuto con grande vigore la rivoluzione del 25 gennaio 2011 al Cairo. «Sognavo di questa rivoluzione da quando ero bambina», ha detto in un’intervista al The Guardian. «La rivoluzione è stata ritardata di 70 anni, molti poteri esterni e interni vogliono dirottare la rivoluzione, inclusi i fondamentalisti, ma non glielo permetteremo. Con la rimozione di Mubarak abbiamo ottenuto la fine del leader del regime, ma il corpo del regime è ancora là. Ci aspettiamo di più dalla rivoluzione, sono ancora censurata fino ad oggi. Non posso parlare nella televisione egiziana, scrivo in piccoli giornali di opposizione e intervengo in trasmissioni televisive straniere, perché il regime è ancora al potere, inclusi i media», ha aggiunto el-Saadawi.

Le donne egiziane sono state protagoniste delle rivolte del 2011. Una volta al potere (2012-2013), i Fratelli musulmani non hanno mancato di sollevare dubbi e polemiche sul tema della difesa dei diritti delle donne. Nel marzo 2013 hanno avvertito che la dichiarazione delle Nazioni Unite per la fine delle violenze contro le donne avrebbe portato alla “completa disintegrazione della società”.

Non solo, gli islamisti presenti a New York hanno definito la dichiarazione “contraria all’etica islamica”. Non stupisce se attivisti per i diritti umani e delle donne si siano scagliati proprio contro gli islamisti per denunciare le violenze e molestie in piazza Tahrir, confermate dai report di Human Rights Watch e Amnesty International. 

Sul tema delle violenze contro le donne che manifestavano nel 2011 esistono varie ricostruzioni. C’è chi ha parlato di azioni organizzate, perpetrate da islamisti, polizia e militari con precisi obiettivi per spingere le donne a lasciare la piazza. Altri hanno riferito di azioni non coordinate, condotte da orde di molestatori.

Azza Kamel, nota attivista, femminista e cooperante è stata su questa linea: «Non è una novità. Sono episodi che si ripetono sistematicamente. Soprattutto in contesti caotici, quando la piazza è fuori controllo. Credo che alcuni gruppi politici organizzati, in particolare salafiti, abbiano agito sistematicamente per impaurire le donne in piazza e fermarle. In altre parole, volevano che le donne smettessero di scendere in strada per questo erano pronti anche a fare uso della violenza», ha aggiunto Kamel.

Per le vie del Cairo, ben presto le donne molestate sono diventate protagoniste nei graffiti di giovani artisti egiziani. Le loro urla di aiuto nelle manifestazioni più imponenti sono rimaste nella memoria dei contestatori.

Sui metodi usati per molestare le attiviste in piazza, Ziad Abdeltaweb, direttore del Cairo institute for human rights studies (Cihrs), ha aggiunto: «Si tratta di uomini in borghese, spingono le donne verso posti bui, non vogliono avere nessuno intorno a loro, in alcune circostanze fanno uso di oggetti metallici pesanti che provocano profondi tagli. Esistono poi responsabilità della polizia che non ha agito per fermare i perpetratori».

Era l’8 marzo 2011 quando 17 attiviste vennero arrestate e fu effettuato su di loro un test della verginità. «Non sappiamo se l’attuale presidente, Abdel Fatah al-Sisi, abbia ordinato in quel caso il test della verginità. Ma quando è stato ufficialmente accusato di questo non lo ha negato. I militari non hanno avuto comportamenti rispettosi dei diritti delle donne e in generale dei diritti umani», ha aggiunto l’attivista.

Sanaa Seif e le attiviste in prigione

Sono centinaia le attiviste in prigione in Egitto dopo la repressione che va avanti nel paese dopo il colpo di stato del 3 luglio 2013. Tra di loro resta in carcere dal 2019 l’attivista per la difesa dei diritti dei lavoratori, Mahiennour el-Masri. L’ultimo caso in ordine di tempo riguarda Sanaa Seif, sorella dell’attivista socialista Alaa Abdel Fattah, condannato a 15 anni di reclusione per aver violato la legge anti-proteste, rilasciato e poi arrestato di nuovo nel 2019, e figlia del compianto avvocato che ha speso la vita per difendere i diritti umani, Seif al-Islam.

Sanaa era già stata condannata a tre anni di detenzione nel 2014. La giovane, insieme ad altri 23 attivisti, era stata ritenuta colpevole di aver manifestato contro la legge anti-proteste, marciando nell’estate 2013 verso il palazzo presidenziale di Heliopolis. Lo scorso 18 marzo, Sanaa è stata condannata di nuovo a 18 mesi per diffusione di “notizie false sulla condizione dei detenuti durante la pandemia”.

Era stata arrestata lo scorso giugno dopo aver denunciato di essere stata vittima di molestie e di un furto da parte di un gruppo di donne. Sanaa insieme a sua sorella, sua madre e sua zia, le attiviste Mona, Laila e Ahdaf Soueif, aspettava alle porte del carcere di Tora dove è detenuto il fratello Alaa che le venisse consegnata una sua lettera. Human Rights Watch ha documentato una serie di proteste all’interno delle carceri egiziane e la morte di decine di detenuti a causa del Covid-19.

Infine, gli Stati Uniti, si sono uniti ad altri 30 paesi nella dichiarazione congiunta che esprime profonda preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Egitto. Nel testo si parla di “restrizioni alle libertà di espressione e al diritto di manifestazione pacifica, lo spazio ristretto per la società civile e l’opposizione politica, e l’applicazione della legislazione anti-terrorismo contro critiche pacifiche”.

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