Proteste contro la censura dei social media in Egitto (Credit: Wikimedia Commons)

In Egitto non si ferma la repressione. Il ministero dell’Interno ha annunciato di aver sventato l’ennesimo “complotto dei Fratelli musulmani” per creare caos e colpire la stabilità del paese in occasione del decimo anniversario dei movimenti sociali che hanno portato alla fine del regime di Hosni Mubarak l’11 febbraio 2011.

Nei giorni scorsi, decine sono stati i raid e gli arresti, con accuse di incitamento e diffusione di notizie false per discredito dello stato, tra islamisti e attivisti egiziani, ancora liberi. Secondo Amnesty International, ad oggi sono circa 60mila i prigionieri politici nelle carceri egiziane.

La vigilia del decimo anniversario di piazza Tahrir, il 25 gennaio, giorno che il regime militare ha cercato in ogni modo di cancellare dalla memoria del popolo egiziano, riportando in auge la festa della polizia che si ricorda in questa data, è stato segnato anche da ampi scioperi dei lavoratori egiziani, tra i protagonisti delle proteste del 2011.

Quattromila operai dell’Egyptian Iron e Steel Company, impegnata in mega progetti voluti dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, hanno iniziato un sit-in di protesta lo scorso 17 gennaio contro la liquidazione della fabbrica. “Chiediamo al governo di ritirare questa decisione”, ha dichiarato uno dei lavoratori al quotidiano Mada Masr.

La repressione continua a riguardare anche i social network. Se molti attivisti hanno visto negli ultimi anni i loro account bloccati o messi sotto controllo, la censura ora riguarda social più frequentati dai giovani.

Le influencer Haneen Hossam (1,2 milioni di follower su TikTok) e Mowada al-Adham (1,6 milioni di follower su Instagram e 3,1 milioni di follower su TikTok) sono state arrestate insieme ad altre tre attiviste con l’accusa di “traffico di minori” e “violazione dei valori della famiglia” per la diffusione di video in cui apparivano dei minorenni. Condannate in primo grado, lo scorso luglio, a due anni di carcere, il 13 gennaio sono state assolte in appello, dopo aver trascorso dieci mesi di prigione.

Estensione per anni della detenzione cautelare e “rotazione” dei casi, hanno riguardato migliaia di attivisti, tra cui anche lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki, accusato di “incitamento alla protesta” e “diffusione di notizie false”, la cui detenzione preventiva va avanti dal febbraio 2020 ed è stata rinnovata per altri 15 giorni lo scorso 19 gennaio, in presenza di osservatori internazionali.

Un anniversario difficile da festeggiare

È rimasto molto poco degli ideali di “pane, libertà e giustizia sociale” che si sentivano echeggiare nelle strade del Cairo dieci anni fa. Il colpo di stato militare del 3 luglio 2013 ha fatto entrare il paese, in nome della stabilità, in un tunnel segnato dalla repressione politica, dalle leggi anti-proteste, dalle sparizioni forzate.

Ricordiamo, tra i tanti, alcuni degli attivisti ancora in prigione in Egitto come l’avvocata Mahiennour el-Masri, l’attivista socialista Alaa Abdel Fattah e sua sorella Sanaa Seif, il blogger Mohamed Oxygen, il politologo Hazem Hosni, gli attivisti per i diritti umani, Amr Imam e Mohamed al-Baqer, lo studioso Ismail Iskandarani, il leader di Egitto Forte, Moneim Aboul Fotuh e il sindacalista Haitham Mohammadin, insieme all’uccisione per mano del regime della poetessa e attivista socialista, Shaimaa al-Sabbagh (2015) e di Giulio Regeni, del quale proprio il 25 gennaio ricorrono i cinque anni dalla scomparsa (2016).

I Fratelli musulmani, nell’anno in cui sono stati al potere (2012-2013), con il primo presidente eletto della storia egiziana, Mohammed Morsi, morto in prigione nel 2019, si sono dimostrati incapaci di integrare le richieste di uguaglianza che venivano dalle classi disagiate e di includere i movimenti di sinistra e liberali per la costruzione di una coalizione politica che limitasse il ruolo dei militari.

I movimenti sociali del 2011 si sono affermati tra spontaneità, rafforzata dall’uso dei social network, e organizzazione, soprattutto grazie alla massiccia presenza di sostenitori della Fratellanza musulmana e dei Comitati popolari, attivi dall’inizio delle proteste, in assenza della polizia.

Eppure i movimenti del 2011, le cosiddette “Primavere arabe”, hanno dimostrato che, in Egitto come in altri paesi del Nord Africa e del Medio Oriente (pensiamo al sindacato Ugtt in Tunisia o al partito filo-curdo Pyd in Siria), esiste una sinistra che, seppure frammentata e senza leader, è capace di mobilitarsi contro i regimi al potere grazie ai giovani rivoluzionari e ai sindacalisti indipendenti (Efitu).

Un regime forte del sostegno estero

Tuttavia, il modello che è emerso dalle proteste di piazza non è stato quello dei diritti, dell’uguaglianza e della democrazia – che solo parzialmente in Tunisia ha avuto spazio nella Costituzione e nelle tornate elettorali – ma del regime militare. A tal punto che anche le proteste in Sudan del 2019 hanno finito per segnare l’ascesa al potere del generale, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan.

I militari egiziani, facendo leva sull’attivazione dei gruppi salafiti e sulla retorica della lotta al terrorismo, hanno saputo capitalizzare il loro capillare controllo sull’economia del paese accaparrandosi il pieno controllo politico e delle istituzioni, grazie anche agli enormi finanziamenti del Fondo monetario internazionale e al sostegno incondizionato di Arabia Saudita, Russia, Stati Uniti e Francia.

La speranza è che un nuovo movimento, dopo le proteste del 2016 e del 2019, possa riportare al centro anche in Egitto il tema dei diritti e dell’uguaglianza, mettere in luce i crimini del regime di al-Sisi con l’aiuto anche dell’amministrazione democratica di Joe Biden negli Stati Uniti, meno accondiscendente rispetto al suo predecessore Trump, e di un’Unione europea più unita e consapevole delle violazioni dei diritti umani in corso nel paese.

Un primo segnale in questo senso potrebbe venire dal riavvicinamento tra Egitto e Qatar, dopo l’analoga distensione tra Arabia Saudita e Doha, riportando in agenda al Cairo il tema del rapporto tra militari e islamisti, con le loro opere caritatevoli, il loro impegno politico e la loro funzione sociale, in questi anni messi a dura prova dalla repressione di al-Sisi e da migliaia di condanne alla pena di morte.

 

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