Tutti gli uomini del ministero è il titolo di una pubblicazione lanciata in questi giorni da Re:Common che ruota attorno a uno dei nodi più intricati della vita politica italiana: il rapporto tra lo stato e il “campione nazionale”, il gigante petrolifero Eni.

Il rapporto svela infatti l’esistenza di un protocollo tra il cane a sei zampe e il ministero degli esteri che permette alla stessa Eni di stanziare propri uomini presso il dicastero per un periodo illimitato di tempo. Il tutto per facilitare un “raccordo” tra l’azione diplomatica italiana e gli interessi dell’azienda. 

Il documento ufficiale, di cui Re:Common è entrata in possesso, risale addirittura al 2008. Il fatto che non sia mai stato reso pubblico ribadisce da un lato il peso rilevante sulla politica estera del nostro paese di cui gode Eni, tanto che la protezione dei suoi asset petroliferi ha motivato persino alcune delle missioni militari tutt’ora in corso (come quella, recente, nel Golfo di Guinea; costo complessivo di 8,9 milioni di euro, ndr), dall’altro come i meccanismi attraverso cui la società esercita questa influenza sugli apparati diplomatici italiani siano ben poco trasparenti.

Un vuoto informativo che limita lo spazio di confronto su una materia di vitale importanza per la vita democratica dell’Italia, che racchiude temi come sicurezza, immigrazione, diritti umani, energia e clima.

A partire dal 2009, sono stati tre i manager del cane a sei zampe acquartierati al ministero degli esteri. Il primo, dal 2009 al 2016, è stato Giuseppe Ceccarini, responsabile Eni per i rapporti con la Russia. Nel corso della sua permanenza alla Farnesina, politiche energetiche e politica estera si sono spesso fuse tra loro, come nel caso della crisi libica, dei rapporti con l’Iraq, l’Iran e quelli con la Russia.

Il suo successore, Alfredo Tombolini, responsabile per gli affari istituzionali di Eni, ha iniziato il suo distacco alla Farnesina nel 2017 per rimanerci fino al 2020. E’ stato incaricato della promozione degli investimenti pubblici italiani nel settore energetico.

Proprio in quell’arco temporale, il governo italiano si apprestava a decidere in merito a un grosso finanziamento in Mozambico, dove Eni è capofila in due mega progetti di gas. Finanziamento che alla fine fu approvato. L’ultimo è Sandro Furlan, responsabile delle relazioni internazionali della Eni Corporate University. In teoria il suo incarico doveva chiudersi nel dicembre 2020, ma è probabile che sia stato esteso, come nel caso dei suoi due colleghi.

La Farnesina svolge un ruolo chiave in merito alle politiche energetiche, tanto che all’interno dello stesso ministero sono presenti due cabine di regia, proprio per indirizzare l’azione del nostro paese sulla materia specifica, assicurando così un pieno coordinamento con la politica estera nazionale.

È in queste cabine di regia che si discute il posizionamento dell’Italia nell’ambito dei vertici internazionali sul clima come la Cop 26 e il G20. La presenza di Eni e delle altre compagnie fossili italiane all’interno di questi organi di coordinamento è notevole. Durante l’ultima riunione della cabina di regia “Ambiente e Clima” erano presenti tre rappresentanti di Eni, due di Snam, due di Saipem e uno di Enel.

“Quello in corso sarà un anno fondamentale per la politica energetica italiana. Il nostro paese avrà la co-presidenza della prossima Cop 26 e quella del G20. Un tema chiave sarà proprio quello dei finanziamenti pubblici a nuovi progetti fossili. Alla luce di quanto abbiamo scoperto, viene da chiedersi però quali siano le possibilità concrete che l’esecutivo smetta di finanziare i devastanti progetti di Eni, fintanto che la compagnia godrà di una posizione privilegiata all’interno della stessa cabina di regia incaricata di coordinare la posizione dell’Italia nell’ambito di questi negoziati” ha affermato Alessandro Runci, campaigner di Re:Common e autore del rapporto. 

Oltre al possibile condizionamento delle politiche energetiche nazionali, il pensiero su possibili conflitti di interessi a dir poco controversi, va alla vicenda Regeni, vista l’importanza che da decenni riveste l’Egitto per la più grande multinazionale italiana.