Dal 27 luglio, un gruppo di manifestanti dello stato regionale Somali ha occupato per quattro giorni l’arteria viario-ferroviaria sulla rotta Gibuti-Addis Abeba, principale porta d’accesso ai mercati internazionali della Repubblica federale d’Etiopia. L’azione si inserisce nel quadro delle violenze che attraversano il nord-est del paese, lungo il confine tra gli stati regionali Somali e Afar, dove da mesi si consuma un conflitto strisciante per il controllo di risorse naturali e avamposti strategici.

Il blocco è stato infatti inscenato in protesta contro l’incursione armata che, il 26 luglio, ha investito il centro abitato di Gedamaytu – Gabra-iisa per i somali – provocando lo sfollamento di centinaia di residenti. Secondo le autorità della regione Somali, che parlano di centinaia di vittime, a compiere il gesto sarebbero state le forze di polizia regionali dell’Afar, sostenute da gruppi armati irregolari.

La disputa tra le regioni Somali e Afar si snoda intorno al controllo di alcuni kebelle (distretti) assegnati all’Afar dall’esecutivo federale nel 2014: un provvedimento al tempo sottoscritto dallo stesso presidente Somali Abdi Iley, vicino allo stato maggiore del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf). Lo scontro per il controllo della valle dell’Awash è però incardinato nella storia recente delle relazioni tra le popolazioni Afar e il clan somalo degli Issa, maggioritario nell’area.

Le tracce di questo conflitto risalgono almeno al diciannovesimo secolo, in corrispondenza con l’aumento del flusso migratorio somalo verso ovest e l’introduzione di armi da fuoco da parte delle potenze coloniali. L’oggetto del contendere era inizialmente rappresentato da pascoli e fonti d’acqua, fondamentali nell’economia pastorale dell’Etiopia nord-orientale.

Con l’apertura di nuovi collegamenti ferroviari e stradali verso Gibuti, il conflitto si sarebbe allargato al controllo di rotte commerciali e località strategiche lungo le principali vie di comunicazione. I tre kebelle oggi contesi di Gedamaytu, Undufo e Andaytu rientrano in questa logica, in quanto situati lungo una bretella dell’arteria stradale verso Gibuti e in prossimità della sponda orientale del fiume Awash.

Il conflitto ha conosciuto un inasprimento negli ultimi diciotto mesi, nel corso dei quali gli scontri armati sono aumentati esponenzialmente. La radice di questa escalation è legata al riassestamento degli equilibri politici sedimentatisi sotto il Tplf e all’indebolimento del potere centrale ad Addis Abeba.

Se, fino al 2018, l’allora amministrazione Somali aveva abbandonato ogni velleità ufficiale sui distretti in questione, in cambio di un’informale luce verde all’espansione verso lo stato regionale di Oromia, l’ascesa del primo ministro Abiy Ahmed e l’arresto di Abdi Iley hanno modificato radicalmente queste dinamiche.

Nel 2019, la classe dirigente somala insediatasi a Giggiga con il benestare di Addis Abeba, ha denunciato l’accordo del 2014, chiedendo una rettifica confinaria. Il governo federale è parso implicitamente a favore di queste rimostranze. All’inizio del 2021, la commissione elettorale federale aveva inizialmente attribuito alcuni dei distretti contesi al seggio elettorale della regione Somali, salvo congelare il provvedimento dopo le vibranti proteste dell’amministrazione Afar.

Sebbene lo scontro Somali-Afar segua dinamiche indipendenti, le due parti in causa attingono ai repertori politici dell’altopiano per sostenere le proprie posizioni. L’amministrazione regionale Somali ha accusato la controparte di operare nel solco dell’agenda di destabilizzazione del Tplf, ergendosi a rappresentante privilegiato del nuovo corso politico targato Prosperity Party. Il blocco stradale appare però come un avvertimento nei confronti del governo federale, reo di aver lasciato campo libero alle milizie Afar per concentrare i propri sforzi nel Tigray.

La classe dirigente Afar, a sua volta, presenta le proprie istanze come una difesa della sovranità etiopica contro l’irredentismo somalo e i suoi sponsor regionali. Nella seconda metà del ‘900, gli amministratori Afar solevano accusare gli Issa di operare in nome del progetto della Grande Somalia sostenuto da Mogadiscio, con cui Addis Abeba avrebbe combattuto due guerre. Oggi, accusano Gibuti di connivenza con le milizie somale, sottolineando le ambizioni del vicino allo sfruttamento del fiume Awash e l’appartenenza del presidente Omar Guelleh al medesimo clan Issa.

Il conflitto Somali-Afar è istruttivo del legame consequenziale tra gli equilibri di potere nell’altopiano e nel bassopiano. La transizione politica ad Addis Abeba e il conflitto nel Tigray offrono spazi di manovra per la messa in discussione dei rapporti di forza tra gruppi d’interesse nelle aree periferiche del paese, abbattendo il costo opportunità del ricorso alla violenza per proteggere o rivedere i diritti acquisiti.

Il ragionamento rimane valido invertendo l’ordine dei fattori. Il sabotaggio delle vie di comunicazione con Gibuti trascende l’arena micro-politica della frontiera Somali-Afar, poiché mette a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti nella capitale, mentre imperversa lo scontro militare nel nord dell’Etiopia.

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