Carroarmato abbandonato dall'esercito etiopico in Tigray (Credit: Skynews)

In Tigray si continua a combattere. Le Forze per la difesa del Tigray (Tdf) sono ora all’offensiva. Le Tdf, nuovo agente nel conflitto, sono di fatto un esercito “nazionale” nato alla macchia nelle prime settimane della crisi dalla riorganizzazione delle forze armate del Tplf, il partito di maggioranza nella regione, in cui sono confluite anche milizie regionali, disertori dell’esercito etiopico e giovani volontari, spinti ad arruolarsi dai gravissimi abusi contro i civili che hanno caratterizzato le operazioni militari dell’esercito nazionale e dei suoi alleati, l’esercito eritreo e le milizie amhara.

Le Tdf, all’inizio arroccate nelle zone montuose che caratterizzano la regione, operano secondo le modalità tipiche di un movimento guerrigliero, volto a fiaccare le forze regolari con azioni mirate di piccoli gruppi di uomini che si muovono velocemente su un terreno che conoscono perfettamente.

Questo modo di condurre il conflitto, si è dimostrato finora decisamente efficace. Le Tdf, che erano operative già all’inizio dell’anno, hanno intensificato la loro offensiva nel corso della primavera. Hanno così preso prima il controllo di gran parte delle aree rurali e, il 28 giugno scorso, sono entrate nella capitale regionale, Macallé, da cui l’esercito governativo era stato costretto a ritirarsi dopo aver subito gravi perdite.

Il cessate il fuoco, dichiarato contemporaneamente dal governo di Addis Abeba, è stato salutato dalla comunità internazionale come un passo verso una possibile soluzione della crisi. Ma gli esperti, tra cui Alex de Waal, autorevole osservatore dell’evoluzione politica dei paesi del Corno d’Africa, e Vivienne Nunis, corrispondente della Bbc, lo avevano derubricato immediatamente come l’unico modo rimasto al primo ministro Abiy Ahmed per salvare la faccia di fronte ad una sonora sconfitta.

I dirigenti tigrini lo avevano descritto anche come un modo del governo per prendere tempo e riorganizzare le proprie forze intanto che provvedevano ad isolare, o addirittura ad assediare, la regione. Queste dichiarazioni potrebbero essere avvalorate da fatti quali la distruzione del ponte sul fiume Tacazzé, che ha interrotto la strada su cui passavano gli aiuti alimentari per la popolazione ormai allo stremo, o  l’interruzione delle linee telefoniche e della rete internet. 

Nei giorni successivi alla ripresa di Macallé, le Tdf, a riprova della loro vittoria sul campo, facevano sfilare per le strade della città diverse migliaia di prigionieri, un’esibizione sconcertante che aveva chiaramente l’obiettivo di smontare la narrazione del governo di Addis Abeba e di segnalare che la crisi era ben lontana dal poter essere trattata con dichiarazioni manipolatorie.

In questi giorni le Tdf sono impegnate in un’altra offensiva, denominata “Operazione madri tigrine” nel sud e nell’ovest della regione. Le due direttrici conducono rispettivamente ai confini con l’Eritrea e con la regione amhara. L’avanzata, segnalata quotidianamente da precisi comunicati della ripresa di cittadine e villaggi, era stata preannunciata da dichiarazioni dei dirigenti tigrini che impegnavano le Tdf a riprendersi ogni centimetro del territorio della regione, confrontandosi con le forze eritree e amhara anche sul loro terreno, se necessario.

Il conflitto è dunque in un’altra fase critica, che potrebbe sfociare in un coinvolgimento non solo di un’altra regione etiopica, dove in questi giorni si stanno reclutando nuovi giovani da mandare al fronte, ma della stessa Eritrea. Sono insistenti, infatti, le voci del rafforzamento delle linee di difesa in corrispondenza delle località in cui si era combattuto il conflitto del 1998-2000, come la stessa Badme, cittadina simbolo delle rivendicazioni territoriali che, almeno ufficialmente, lo avevano scatenato.

Ma la crisi potrebbe estendersi anche in altre direzioni. Significative in questo senso sono le dichiarazioni dei vertici militari etiopici stessi. Forse nel tentativo, piuttosto maldestro, di minimizzare la sconfitta in Tigray, hanno dichiarato di aver spostato le truppe che vi combattevano sul confine sudanese, dove pure negli ultimi mesi si sono verificati scontri a causa del territorio contestato di al-Fashaga.

Hanno aggiunto che le questioni con il Sudan, in questo momento, meritano un’attenzione ben maggiore di quelle che riguardano il Tigray. Hanno così segnalato la crescita della tensione anche su quel confine, e non solo per un fazzoletto di terra, seppur di rinomata fertilità, ma soprattutto per la decisione di continuare a riempire unilateralmente il bacino della grande diga sul Nilo Blu, senza nessun accordo preliminare con i paesi a valle, Sudan appunto ed Egitto, che alla gestione delle acque del fiume non possono non essere fortemente interessati.

Preoccupanti, però, non sono solo le notizie che arrivano dal campo di battaglia. Secondo numerose e credibili testimonianze, tra cui quella di Amnesty International, dopo la ritirata dal Tigray, nel resto del paese, e soprattutto nella capitale Addis Abeba, si sono intensificati gli arresti indiscriminati di cittadini di origine e lingua tigrina.

Sarebbero migliaia i tigrini detenuti non si sa dove, senza accuse, senza poter vedere familiari ed avvocati e senza processo. Si tratterebbe di un trattamento dovuto esclusivamente a ragioni etniche, secondo molti osservatori destinato a continuare se la comunità internazionale non farà pressioni convincenti sul governo etiopico.

Continua anche la stretta sui giornalisti e sulla stampa indipendente. Ieri, Jakenn Publishing P.L.C., editore del quotidiano indipendente Addis Standard, ha fatto sapere che l’autorità competente, l’Ethiopian Media Authority, ha revocato temporaneamente la sua licenza, silenziando così una delle poche voci libere rimaste nel paese. Nel commentare il twitt con cui la notizia è stata diffusa, molti hanno osservato che l’Etiopia ormai assomiglia fin troppo all’Eritrea. E non voleva essere un complimento.

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