Corno d’Africa
Bianca Saini

Un’altra carestia si sta preparando nel Corno d’Africa. L’allerta riguarda, non a caso, Sud Sudan, Sudan e Somalia, paesi sconvolti da conflitti, che, a ben vedere, ne determinano le cause. I conflitti, infatti, impediscono il normale svolgersi delle attività agricole, sconvolgono i commerci, costringono milioni di persone ad abbandonare le proprie case, i propri averi, le proprie scorte alimentari. Ed è la fame.

La situazione del Sud Sudan (foto) è ben conosciuta. Gli esperti ormai da settimane prevedono una carestia peggiore di quella, tristemente famosa, degli anni Ottanta che fece milioni di morti nella zona, se non si potrà intervenire immediatamente. Il direttore delle operazioni umanitarie Onu, Toby Lanzer, già alla fine di aprile aveva chiesto un mese di tregua per poter distribuire alla popolazione aiuti alimentari insieme a sementi e attrezzi agricoli. Invece, nonostante il secondo accordo per il cessate il fuoco firmato ad Addis Abeba il 9 maggio scorso, i combattimenti continuano.

Così la stagione agricola è ormai da considerare perduta in almeno 3 dei 10 stati federali: Unity, Upper Nile e Jongley, quelli direttamente interessati dal conflitto. In più, centinaia di migliaia di sfollati hanno trovato rifugio in zone irraggiungibili o per la mancanza di vie di comunicazione e per la loro impraticabilità a causa delle piogge ormai iniziate, o perché non è stato possibile trovare accordi per aprire corridoi umanitari. Perciò le organizzazioni impegnate nel soccorso ai civili hanno dovuto organizzare operazioni di lancio di derrate alimentari, metodo estremamente costoso e non controllabile, dunque generalmente utilizzato solo in caso di catastrofe umanitaria imminente. In queste condizioni la carestia non potrà essere scongiurata neppure grazie ai 600 milioni di dollari promessi alla conferenza dei donatori, tenutasi il 19 e 20 maggio ad Oslo.

Al di là del confine, in Sudan, la situazione è decisamente meno drammatica, almeno per la percentuale di popolazione a rischio. Ma nelle aree di conflitto, cioè Darfur, Sud Kordofan e Blue Nile, la crisi potrebbe precipitare da un momento all’altro, e senza testimoni, dal momento che il governo di Khartoum è riuscito a limitare e controllare la presenza delle organizzazioni internazionali. All’inizio di maggio perfino la Croce Rossa Internazionale è stata costretta a ridurre le proprie operazioni nel paese.

Sta di fatto che anche quest’anno il World Food Programme ha in programma di distribuire cibo a più di 4 milioni di persone, la gran parte delle quali in Darfur, dove i combattimenti degli ultimi mesi hanno creato 300mila nuovi sfollati, che si aggiungono agli oltre 2 milioni che non hanno mai lasciato i campi allestiti all’inizio dello scorso decennio. Accorati appelli vengono lanciati quasi ogni giorno dai capi tradizionali dei diversi gruppi etnici della regione: la fame è alle porte e non potrà essere evitata se non si porrà fine ai combattimenti che, dallo scorso febbraio, hanno riportato la situazione ai picchi di criticità dello scorso decennio.

In Sud Kordofan e Blue Nile, dove da ormai tre anni gran parte della popolazione è coinvolta dai combattimenti tra le forze governative e quelle dell’opposizione armata, i livelli di malnutrizione e denutrizione sono già ora allarmanti e potrebbero aggravarsi nei prossimi mesi, dal momento che le ultime stagioni agricole hanno prodotto il minimo necessario per la sopravvivenza ed ora le riserve sono da tempo finite. La crisi potrebbe precipitare con il ritorno di migliaia di profughi dai campi del Sud Sudan, che si trovano in Unity e Upper Nile, in zone praticamente isolate da molte settimane e dove gli aiuti alimentari non sono arrivati. Si tratta di circa 200mila persone di fatto prese tra due fuochi a cui, nell’attuale situazione, è quasi impossibile portare soccorso.

Per quanto riguarda la Somalia, il primo allarme è stato lanciato fin dallo scorso febbraio. Le condizioni che hanno provocato la morte di circa 260mila persone 3 anni fa si stanno ripetendo: precedente raccolto scarso, siccità, conflitti sul terreno che scoraggiano i contadini dal seminare, scarsità di fondi. Nei giorni scorsi, a Nairobi, le agenzie dell’Onu hanno chiesto almeno 60 milioni di dollari per poter continuare a portare soccorso ad un milione di sfollati che vivono in campi all’interno del paese. Intanto si diffondono testimonianze di mamme e bambini che raggiungono stremati i presidi sanitari di Mogadiscio, dove si contano i primi morti.

Ma raccogliere fondi per la Somalia diventa sempre più difficile, dal momento che è molto problematico controllare le operazioni umanitarie, soprattutto nella parte di territorio controllato dagli Al-Shabaab, il gruppo considerato testa di ponte di Al-Qaida nell’Africa dell’Est. E poi, la crisi ormai cronica non fa più notizia, mentre nuovi paesi in situazioni drammatiche sono sulle prime pagine dei giornali.

I conflitti in Sud Sudan, Sudan e Somalia stanno riducendo alla fame milioni di persone. Le agenzie umanitarie si sono mobilitate, ma la situazione può precipitare.