«In nome della difesa della vita chiediamo ai rapitori di liberare queste persone! Chiediamo loro di capire che con la vita umana non è permesso alcun tipo di commercio». Questo l’appello accorato di monsignor Pierre-André Dumas, vescovo della diocesi di Anse-à-Veau-Miragoâne, per i 17 missionari cristiani mennoniti – 16 statunitensi e uno canadese -, rapiti il 16 ottobre mentre si recavano in visita ad un orfanotrofio da essi costruito, da un gruppo armato dal nome insolito: 400 Mawozo. Con loro si trovavano anche quattro bambini e un neonato di soli otto mesi. Inutili finora le ricerche effettuate dalla polizia con la collaborazione dell’Fbi.

Il gruppo di missionari sequestrati è l’ultimo caso di una serie di rapimenti che in questi ultimi anni sono stati effettuati da un crescente numero di bande armate – si calcola siano circa 500mila le armi diffuse tra la popolazione – di giovani senza scrupoli che esercitano il dominio su oltre metà dell’isola, terrorizzando la popolazione.

Un fenomeno aggravatosi ancor più dopo l’uccisione del presidente Jovenal Moïse, lo scorso 7 luglio, si sospetta ad opera di narcos colombiani, e con l’ascesa al potere dell’ex primo ministro Ariel Henry, oggi presidente ad interim, che nei mesi scorsi ha deciso di spostare la data delle elezioni, già pianificate per novembre, posticipandole al prossimo anno.

L’imperversare, soprattutto nella capitale Port-au-Prince, di questi gruppi di criminali, che con le proprie scorribande rastrellano milioni di dollari di riscatti, terrorizza la gente perché pare che nessuno sappia opporvisi con efficacia. Di fatto, Haiti non ha un vero esercito, perché questo venne smantellato nel 1995 a seguito del colpo di Stato che portò al potere per la seconda volta l’ex sacerdote cattolico Jean-Bertrand Aristide che, dal canto suo, fece armare la gente delle baraccopoli che lo aveva appoggiato, creando così le condizioni per la nascita di questi gruppi violenti.

Dopo la sua elezione, nel febbraio 2017, il defunto presidente Moïse – sostenuto dagli Usa – cercò di ricostruire un esercito, limitato però ad un numero molto ridotto di elementi, rispetto ai componenti delle bande armate, stimati tra i 20 e i 30mila. Inoltre, le forze di polizia, che superano di poco le 10mila unità, sono del tutto inadeguate a rispondere alla forza delle gang – anche nell’armamento -, e temono di affrontarle sul loro territorio.

Sogni di califfato

Alcuni di questi gruppi dichiarano di voler imitare con le loro azioni criminali e terroristiche le attività dei gruppi jihadisti del Medio Oriente, al fine di trasformare Haiti in un fantomatico califfato, di cui peraltro non sanno neppure il significato. Una persona identificatasi come leader dei 400 Mawozo, dopo il rapimento aveva postato su YouTube un video dichiarando che erano pronti ad uccidere «gli americani» sgozzandoli, se non avessero ottenuto quanto chiesto in riscatto. Ufficiali governativi hanno dichiarato che la richiesta presentata è stata di un milione di dollari per ciascun prigioniero.

Questa la testimonianza di suor Marcella Catozza, missionaria francescana che opera nella casa di accoglienza per bambini Kay Pè Giuss, a Waf Jeremie, una delle grandi baraccopoli della capitale. 

A Port-au-Prince tutti sanno che i Mawozo inizialmente erano solo un gruppo ridotto di insignificanti ladruncoli, ma che avevano ampliato il proprio raggio d’azione in attività criminali e sequestri, trasformandosi col tempo in una delle più crudeli e temute bande armate che oggi furoreggiano nel territorio ad est della capitale.

Chi conosce bene Haiti sa che a fomentare e finanziare le gang sono stati spesso uomini politici o imprenditori. Uno di loro afferma: «Li hanno resi troppo potenti e ora ne sono terrorizzati. Non avevano calcolato che la situazione gli sarebbe sfuggita di mano».  Port-au Prince, città di circa 3 milioni di abitanti, per il 40% è sotto il dominio delle bande, che si combattono quotidianamente per la conquista del territorio.

Una strada o un quartiere può passare da un giorno all’altro a due diverse gang, oppure capobanda che prima erano acerrimi nemici, possono fare alleanza contro un terzo incomodo e poi tornare alla rispettiva inimicizia. E, naturalmente, viste le condizioni in cui versa il paese, non mancano mai di reclutare nuovi giovani adepti. Dozzine di gang dai nomi più stravaganti: Krache Difé, Torcel, Baz Pilot, 5 Secondes, operano indisturbate, e la più potente è costituita da una federazione di nove bande diverse, la G9 Family and Allies, capeggiata da un ex poliziotto, Jimmy Cherizier, detto “Barbecue”.

Va detto, naturalmente, che le ragioni ultime che spiegano il fenomeno delle gang e della violenza imperante stanno, da un lato, nel venir meno di ogni solida struttura governativa e nelle conseguenti condizioni di insicurezza e illegalità dilaganti, e dall’altro nel perdurare di una crisi economica che vede tuttora Haiti occupare la 170° posizione su 177 paesi, classificati in base all’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (Undp). 

Haiti è un paese con una popolazione di 12 milioni di abitanti, per il 95% di origine africana e per il 5% meticci e bianchi. In questi vent’anni la repubblica, che presenta le stesse bellezze naturali di tutti i paesi dei caraibi, ha visto la natura accanirsi contro di essa, rendendo ancor più precaria la condizione dei suoi abitanti, già in grande povertà.

Nel 2004 fu infatti colpita dall’uragano Jeanne, in gennaio 2010 dal secondo terremoto più distruttivo della storia, nell’ottobre 2016 dall’uragano Matthew e lo scorso 14 agosto da un altro tremendo terremoto di magnitudo 7.2, seguito dalla tempesta tropicale Grace. Con devastazione ambientale, distruzione di infrastrutture pubbliche e private, e soprattutto migliaia di vittime.

L’uccisione del presidente Moïse e il devastante terremoto di agosto avevano per un po’ di tempo rallentato le attività criminose. In ogni caso, dall’inizio dell’anno si sono contati diverse centinaia di rapimenti finalizzati a estorcere denaro, e gli stranieri, come nel caso dei 17 missionari protestanti, sono le prede più ambite, perché con esse le gang possono alzare il prezzo dei ricatti e ottenere maggiori guadagni. A tutto vantaggio degli interessi dei cartelli del narcotraffico che da almeno un decennio hanno eletto Haiti come hub privilegiato per il transito di droga verso il Nord America.

 

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