(Credit: Voice of America / Wikipedia)

Il terremoto di magnitudo 7,2 che ha colpito Haiti il 14 agosto, seguito dalle tempesta tropicale Grace, ha sconvolto il mondo con la perdita di 2.189 vite, più di 12.200 feriti, molti dei quali in condizioni critiche, e 332 dispersi. Come per altri fenomeni naturali, sorprende tragicamente la velocità distruttiva con cui ha trasformato un orizzonte vivacemente soleggiato, in lugubri macerie.

Ma ciò che è più impressionante è il colpo paradossale che la storia ha inferto a questo paese. Da un lato l’implacabile casualità della natura e la povertà estrema, e dall’altro l’eroismo e la resilienza umana di fronte a un malessere che diventa contenuto visivo per il consumo dei media.

Da una parte, la scena tragica: la violenza della natura che supera la regolarità statistica tracciata dagli specialisti. Tutto questo ci ricorda il terremoto, della stessa magnitudo ma molto più distruttivo di quello recente, che ha devastato il lato opposto del territorio haitiano. Era il pomeriggio del 12 gennaio 2010, quando più di 316mila persone morirono, 350mila rimasero ferite o menomate, e più di 1,5 milioni persero la casa.

A questo si aggiungono altri elementi sociali che la storia recente mette in evidenza: la povertà economica, superiore a quella di tutta l’America Latina e la terza del mondo; la precarietà ambientale che impedisce lo sviluppo estensivo dell’agricoltura; la debolezza politica e istituzionale che ha portato recentemente all’assassinio del presidente Jovenel Moïse; la presenza pervasiva di gruppi armati che controllano e terrorizzano la popolazione; la marcata espansione del traffico di vari prodotti illegali, tra gli altri.

Dall’altra parte, viene alla ribalta l’eroismo della resistenza che molti media, purtroppo, trasformano in commedia. In questo contesto scopriamo l’Haiti della prima indipendenza nera del mondo che con la rivoluzione haitiana iniziò il processo di abolizione della schiavitù. Haiti è considerata dalla storiografia come una delle colonie più ricche d’America all’alba di questa epopea, dopo quasi 300 anni di sfruttamento e resistenza umana.

Allo stesso modo, la critica moderna non può ignorare la vibrante poetica e la letteratura socio-politica emersa ad Haiti durante il XX secolo, con nomi autori caraibici come Jacques Roumain e la sua emblematica opera Gobernadores del rocío (Signori della rugiada), Jacques Stephen Alexis, René Depestre, Georges Anglade, Dany Laferrière, Frankétienne, Farah-Martine Lhérisson, tra gli altri.

Con il XXI secolo troviamo l’evolversi della sua importante diaspora di imprenditori, attivisti politici, artisti di varie espressioni, scrittori, professori che, grazie a un’eccezionale preparazione accademica, si sono inseriti nelle università di tutto il mondo. Questo esodo riguarda anche masse di persone operose in tutti i tipi di lavoro artigianale e operaio.

Occorre constatare però che dopo ogni disastro naturale, politico o sociale, la parola Haiti risuona nella comunità internazionale, citata dalle istituzioni, dalle potenze mondiali e dagli ex colonizzatori, senza che nessuno di questi porti soluzioni efficaci alla sofferenza di questo paese. (Nigrizia lo denunciava già 11 anni fa, in un editoriale pubblicato dopo il terremoto del 2010, ndr).

Una delle sfide più importanti del nostro tempo è risolvere questo tipo di paradosso della storia. Però in questo caso il paradosso sfida la volontà di trasformare la povertà, l’esclusione e l’abbandono, in regola di bene comune, in giustizia e in solidarietà autentica.

In definitiva, il 70% della popolazione mondiale è economicamente povera e interpretata molto male dalle statistiche di coloro che impongono la contabilità globale. Questa grande popolazione si riflette nello specchio di Haiti.

Tutti noi guardiamo a quell’immagine, piena di zone oscure. Non è possibile osservare impunemente questo stato di disagio: la memoria grida una riconciliazione dignitosa; questa memoria è di tutti, la responsabilità è di tutti.

 

 

 

 

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