Rd Congo
Un’azienda elvetica, la Argor-Heraeus, è accusata di aver raffinato l’oro estratto nell’area orientale del paese. Una filiera criminale prevede anche il coinvolgimento di aziende e istituzioni ugandesi. Difficili le indagini: il minerale è storicamente il più trafficato ed è il più complicato da monitorare.

Dicevano gli antichi che l’oro passa fulmineo tra le guardie, e potente può abbattere muri e confini. Il saccheggio delle risorse in Repubblica democratica del Congo non conosce embargo, alimenta traffici illeciti e finanzia le milizie criminali. I beneficiari restano spesso anonimi, i criminali quasi sempre impuniti. La storia che stiamo per raccontare comincia nelle miniere dell’Ituri, nell’est del paese, e finisce nei caveau delle banche elvetiche. È una storia come tante, o forse no: questa volta ci sono nomi e cognomi. Anzi, ci sarebbero. Il condizionale è d’obbligo in una vicenda tanto complessa che comincia il primo novembre scorso quando, al tribunale di Ginevra, Bénedict de Moerloose, avvocato della Track impunity always (Trial), organizzazione non governativa svizzera che indaga sui traffici illeciti, deposita una denuncia contro la Argor-Heraeus, società di Mendrisio tra le più importanti nella raffinazione e trasformazione dell’oro, fino al 1973 controllata dall’istituto di credito Ubs e ora acquisita da Commerzbank (il secondo gruppo bancario tedesco) e Austrian Mint.

L’ufficio del procuratore federale elvetico, dopo aver esaminato le prove, ha aperto un procedimento penale a carico della società «per sospetto riciclaggio di denaro sporco connesso a crimini di guerra». Secondo le accuse, la Argor-Heraus avrebbe trasformato in lingotti l’oro congolese pur sapendo della provenienza illecita del metallo e questo la renderebbe complice di un traffico internazionale. La società rischia cinque milioni di franchi svizzeri di multa e il carcere per i responsabili dell’illecito.

 

I fatti risalgono al biennio 2004-2005, quando il Comitato per la sicurezza delle Nazioni Unite, su segnalazione del suo Gruppo di esperti per la regione dei Grandi Laghi, indicò la Argor-Heraus tra i responsabili della razzia e del traffico di oro in Rd Congo. Era in corso, all’epoca, la guerra dell’Ituri – sanguinoso strascico della Seconda guerra del Congo, terminata nel 2003 – che contrapponeva Hema e Lendu in uno scontro etnico che celava interessi ben diversi. Lo scontro tra milizie, in Ituri come ancora oggi in Kivu, è sempre un conflitto per interposta persona. Le milizie controllano il territorio e le sue risorse, talvolta cooperando (pur se formalmente nemiche) per conto di governi stranieri, come quello ugandese o rwandese, e trafficano verso quei paesi le risorse depredate. In quel 2004, il governo di Kinshasa aveva un controllo solo nominale sull’Ituri, i veri padroni erano le milizie criminali. Tra queste, il Fronte nazionale integrazionista (Fni), espressione dell’etnia Lendu e vicino agli interessi ugandesi, ben assestato nei pressi di Mongbwalu, dove si trova l’omonimo giacimento aurifero: un tesoro custodito in circa 9mila kmq che Kinshasa aveva dato in concessione – la cosiddetta Concessione 40 – alla sudafricana AngloGold Ashanti. Il piano di Kinshasa era semplice: non potendo controllare l’area, si limitava a fare cassa vendendo concessioni minerarie ad aziende straniere. Ma era il Fni a controllare la miniera nella quale lavorava, ridotta in schiavitù, la popolazione locale, specialmente bambini che meglio potevano infilarsi negli impervi e pericolosi cunicoli scavati nel fango. Non sorprende, quindi, che AngloGold Ashanti sia poi risultata – secondo le accuse mosse da Human Rights Watch nel 2005 – coinvolta nel finanziamento al Fni, vero controllore della miniera.

In base alle accuse, la società sudafricana vendeva l’oro, illecitamente ottenuto dal Fni, alla Hussar Ltd – azienda britannica con sede nell’isola di Jersey, paradiso fiscale nel canale della Manica – che lo faceva raffinare dalla South Africa’s Rand Refinery (di cui la AngloGold Ashanti è tuttora cliente, come si legge nel sito internet della società). Nell’estate del 2004 la South Africa’s Rand Refinery – sospettando la provenienza illecita del metallo – ha interrotto i rapporti con la Hussar Ltd, cui però serviva qualcuno che raffinasse l’oro grezzo di Mongbwalu. Fu allora che si rivolse ad Argor-Hereaus. Nel 2005 la società di Mendrisio finì nel mirino del Gruppo di esperti dell’Onu, ma dalle indagini la società elvetica risultò estranea alla vicenda poiché “non sapeva che la provenienza del metallo fosse illecita”.

 

Le reazioni. In un comunicato stampa l’azienda elvetica reagisce alle nuove accuse mosse dalla Trial spiegando come “i fatti contestati risalgono al 2004-2005 quando il nome della Argor-Heraeus era comparso in un rapporto di indagine da parte di un Gruppo di esperti del Comitato di sicurezza dell’Onu che indagavano su alcune partite di oro della società britannica Hussar Ltd, provenienti dall’Uganda e lavorate presso gli stabilimenti della Argor-Heraeus. Le successive e approfondite verifiche compiute dal Seco, dall’Onu e dall’Autorità di controllo (oggi Finma) avevano portato allo stralcio di Argor-Heraeus dal report”. E conclude: “Già nel 2005 l’azienda aveva deciso di rifiutare precauzionalmente presso i propri impianti materiale originario di quella regione e di cessare ogni rapporto commerciale con la Hussar Ltd”.

E allora perché adesso l’azienda di Mendrisio si è trovata oggetto di una denuncia penale per riciclaggio? Per quelli della Trial la risposta è semplice: non è vero che l’azienda elvetica ha interrotto i rapporti con la Hussar; non è vero che non sapeva della provenienza illecita dell’oro; non è vero che ha smesso di approvvigionarsi dal mercato illecito.

A sostegno delle accuse ci sarebbero “nuove prove” fornite da Kathi Lynn Austin, membro del Gruppo di esperti dell’Onu fino al 2012, che ha continuato le indagini sulla Hussar e sulla Argor-Heraeus anche dopo aver lasciato il proprio incarico, grazie al supporto della Open Society Justice Initiative. Nell’atto di accusa si legge: «La Argor-Heraeus ha continuato a raffinare metallo grezzo fornito dalla Hussar anche dopo il gennaio 2005, ben sapendo che la Hussar era coinvolta nel saccheggio e nel traffico di oro (…) e che l’Uganda produce molto meno oro di quanto ne esporta». Ciò significa che la provenienza di gran parte dell’oro ugandese è illecita. Non che sia una novità: già nel 2010 l’Unodc, agenzia Onu che monitora il crimine organizzato, mostrò come Kampala produce in media 0,05 tonnellate d’oro l’anno esportandone 6,9 tonnellate. Da dove arriva l’oro ugandese? Dai traffici illegali provenienti dall’Rd Congo, ovviamente, per un giro d’affari di circa 100 milioni di dollari.

 

Il giro dell’oca. Ecco che le nuove prove fornite consentirebbero di accendere una luce sull’intera filiera criminale dell’oro di Mongbwalu. Secondo gli attivisti di Trial il metallo prezioso, una volta estratto, sarebbe stato portato in Uganda da Kambale Kisoni, imprenditore congolese proprietario dell’omonima compagnia aerea che si occupava del trasporto della merce dalla miniera verso l’Uganda, operando in diretto supporto del Fni e di concerto con essa. Una volta giunto in Uganda una società, la Uganda Commercial Impex Ltd (UCI), lo acquistava e lo rivendeva alla Hussar che a sua volta si rivolgeva alla società di Mendrisio per la raffinazione e trasformazione in lingotti i quali, tornati alla società britannica, sarebbero stati venduti a banche elvetiche di cui, al momento, non si sa ancora il nome.

Tra le prove a suffragio di questa tesi ci sarebbero alcuni documenti della Hussar che testimonierebbero del ruolo di Kambale Kisoni e del Fni; i permessi di importazione che indicano la provenienza congolese dell’oro; le testimonianze di Kathi Lynn Austin e rilevanze del ministero per le miniere dell’Uganda. Secondo l’avvocato della Trial, Bénedict de Moerloose, i guadagni da parte della Argor-Heraeus sarebbero stati ridotti ma quello che la ong vuole fare è lanciare un segnale affinché le aziende elvetiche comprendano che non possono riciclare materie prime rubate.

L’oro, infatti, è il minerale storicamente più trafficato ed è il più difficile da monitorare: può essere facilmente trasportato, rapidamente convertito in denaro, gode di un mercato stabile. Durante la Seconda guerra del Congo (1998-2003) è stato oggetto di predazione da parte delle potenze confinanti. Scriveva l’Unodc, nel report sull’Africa centrale del 2011: “sia l’esercito ugandese sia quello rwandese invasero e occuparono parti del Congo nord-orientale e immediatamente cominciarono a predare risorse dalla regione, prendendo anche il controllo diretto delle miniere d’oro. Si stima che l’Uganda abbia rubato un quantitativo d’oro pari a circa 9 milioni di dollari”. Per quel furto, nel 2005, il governo di Kinshasa ha chiesto un risarcimento, mai ottenuto. Quando nel 2002 le truppe ugandesi lasciarono l’Rd Congo, seguite nel 2003 da quelle rwandesi, esse tuttavia “mantennero il controllo delle miniere d’oro attraverso le milizie da loro finanziate”.

Un controllo più facile da mantenere in virtù della dimensione artigianale dell’attività mineraria nella regione. Nel report dal titolo The curse of gold (2005) l’organizzazione Human Rights Watch sottolinea come la produzione mondiale d’oro artigianale si aggiri intorno alle 12 tonnellate l’anno, di cui un terzo è estratto nelle regioni orientali della Repubblica democratica del Congo. Una cifra considerevole, ma comunque irrisoria se si considera che nel sottosuolo della regione la Banca mondiale stima risorse ancora non sfruttate pari a 850 tonnellate (in Growth with governance in mineral sector, 2010).

 

Schiavi d’oro. Nelle miniere artigianali scavatori e cercatori, generalmente minori, vengono costretti a lavorare con la forza estraendo a mani nude il prezioso metallo dagli intestini della terra. Questi ragazzi, noti come orpailleurs, sono anche coinvolti nel traffico dell’oro: si tratta di attività ben remunerate per gli standard congolesi (secondo l’Unodc, fino a 1.600 dollari l’anno) che rendono appetibile la carriera criminale per i giovani. L’oro non richiede particolari specializzazioni né logistica per essere trafficato, per la sua leggerezza è facile da trasportare e ricettare. Ogni transazione dovrebbe essere registrata (e debitamente tassata) al Centre d’évaluation, d’expertise et de certification (Ceec), di pertinenza del ministero delle miniere congolese. Ma le vie del contrabbando sono infinite: a “tassare” le merci illecitamente trasportate oltre frontiera ci pensa, infatti, l’esercito regolare congolese (Fardc) che, oltre a essere pesantemente coinvolto nei traffici, favorisce il saccheggio da parte delle milizie criminali con cui si trova spesso a cooperare. Scrive il Gruppo di esperti dell’Onu nel report 2012 sull’Africa centrale: «Sembra che personale delle Fardc abbia preso il controllo di gran parte del mercato illegale dell’oro nel Congo orientale. Le alleanze tra i gruppi operanti nella regione cambiano frequentemente e singoli individui defezionano e partecipano ad altri gruppi a seconda della convenienza, oppure ne formano di propri». La presenza dell’esercito regolare non quindi è garanzia di legalità.

La vicenda dell’oro raffinato a Mendrisio, della cui veridicità solo la magistratura potrà dare conferma, rappresenta la punta di un iceberg su cui è difficile far piena luce ma che dura tutt’oggi grazie alle connivenze di molti attori politici, economici e criminali. I lingotti insanguinati dell’Ituri tuttavia esistono, come esiste l’oro grezzo estratto. Dove finisca il metallo non è dato saperlo, perso nei mille rivoli del mercato illegale: forse riposa in qualche paradiso fiscale, forse nei caveau della Confederazione. L’oro davvero è fulmineo e potente, ma è anche troppo spesso silenzioso.