Sudan-Qatar
Da Doha altri 70 milioni di dollari per costruire villaggi per gli sfollati. Che, però, non ci vanno. Il sospetto è che quelle abitazioni servano per far arrivare gruppi etnici arabi o arabizzati per cambiare il contesto demografico della zona.

In un momento di oggettiva difficoltà nelle relazioni regionali, il Qatar ha potuto contare sempre sul supporto del Sudan, che non si è unito ai tentativi di isolamento degli altri paesi dell’area, guidati da Arabia Saudita ed Egitto. D’altra parte i legami politici ed economici tra Khartoum e Doha sono stati e continuano a essere importanti. La sintonia tra i due paesi è basata su una visione e un programma radicati nella dottrina dell’islam politico dei Fratelli musulmani e su accordi economici, che offrono un considerevole ed interessante sbocco per gli investimenti qatariani e una boccata d’ossigeno per la sempre più asfittica  economia sudanese.

Maggior banco di prova dell’alleanza, il Darfur. In Qatar è stata condotta la trattativa per la pace nella zona. L’accordo – anche se firmato da gruppi di opposizione armata marginali –  implementato solo parzialmente e in parte fallito, è ancora oggi il documento di riferimento della comunità internazionale per la risoluzione dei problemi della tormentata regione sudanese, pacificata secondo il governo centrale, ancora gravemente instabile ed insicura a detta di una buona parte della sua popolazione e delle notizie che riescono a filtrare attraverso mezzi di comunicazione indipendenti. In Qatar si è svolta, nel 2013, anche la conferenza dei donatori per la ricostruzione. In quell’occasione Doha ha promesso lo stanziamento di gran lunga più consistente tra tutti i donatori presenti. 

Lunedì 21 agosto è stato compiuto a Khartoum un nuovo importante passo nella realizzazione dell’accordo: 70 milioni di dollari del Qatari Fund for Development (Fondo del Qatar per lo sviluppo) per la realizzazione di 10 villaggi modello, in cui trasferire gli sfollati che, ormai da una decina d’anni, si trovano in numerosi, e sempre più precari, campi profughi. Durante la cerimonia, Musa Mohamed Ahmed, assistente del presidente sudanese, Omar El-Bashir, ha dichiarato che lo stato del Golfo è «un partner fraterno che ha contribuito in modo eccezionale nel processo di pace e di ricostruzione della regione del Darfur».

È l’ennesimo stanziamento del genere. Ce ne fu uno anche nel febbraio del 2016. Allora furono donati 88,5 milioni di dollari per interventi di sviluppo e la costruzione di un altro gruppo di villaggi modello, in cui nessuno, o ben pochi, degli sfollati ha accettato di trasferirsi. Lo scorso giugno, ad esempio, gli sfollati del Darfur occidentale, hanno dichiarato che «non si sarebbero mossi di un pollice dal campo», rifiutandosi di andare in uno di questi nuovi insediamenti nelle vicinanze della capitale, El Genina. Gli ospiti dei campi dicono, infatti, che la situazione è ancora troppo insicura per tornare ai loro stessi villaggi di origine e denunciano che sulle loro terre sono stanziati altre persone, provenienti dai paesi confinanti. Trasferirsi nei villaggi modello costruiti in altre località vorrebbe dire rinunciare per sempre alle loro aree di insediamento tradizionale. Senza contare che questi nuovi centri scatenano spesso la reazione dei residenti abituali. Nel dicembre del 2015 gli abitanti di Aro, nel distretto amministrativo di Wadi Azum, nel Darfur centrale, sono scesi nelle strade per opporsi alla costruzione di uno di questi insediamenti. Dunque, questa politica rischia di scatenare nuove tensioni, che si aggiungono a quelle già esistenti.

Allora perché insistere? Proviamo a fare un’ipotesi. Questi nuovi insediamenti prima o poi saranno utilizzati. Se non dai darfuriani, da altri, cui già è stato facilitato l’ingresso nella regione dai paesi confinanti. Gruppi etnici arabi o arabizzati, che, assicurano i gruppi di opposizione al governo di Khartoum e molti analisti politici dell’area, hanno già cambiato il contesto demografico della zona.  E questo potrebbe essere l’obiettivo finale del governo sudanese, che potrebbe puntare a una maggior omogeneità  etnica culturale e religiosa, che gli permetterebbe di consolidare il proprio programma di islam politico. Supportato dai petrodollari qatariani, che certamente Doha riterrebbe ben usati allo scopo di consolidare la comune ideologia in un paese chiave per una vasta regione africana.

L’espulsione della popolazione autoctona sarebbe, in questo vasto disegno, un effetto collaterale che dovrà essere risolto dai paesi vicini – in Ciad ci sono già centinaia di migliaia di profughi che recentemente si sono rifiutati di rientrare volontariamente in Darfur – e dai paesi europei e del bacino del Mediterraneo, dove i sudanesi del Darfur costituiscono già una notevole fetta degli attuali flussi migratori. Con buona pace delle costosissime politiche europee di contenimento, in cui a Khartoum è stato offerto di giocare un ruolo cruciale sulla rotta del Mediterraneo Centrale, quella che arriva sulle nostre coste.