Nel Corno d’Africa e dintorni il 2020 si chiude tra tensioni crescenti destinate a protrarsi nel 2021 e probabilmente molto oltre.

Fronte Etiopia

Nelle ultime settimane la crisi etiopica ha catalizzato la preoccupazione della comunità internazionale e potrebbe essere al centro dell’attenzione per molto tempo ancora, sia per la sostanza del conflitto, che riguarda la governance stessa di un paese etnicamente e politicamente complesso in equilibrio costantemente precario, sia per il modo con cui le divergenze sono state affrontate. L’intervento militare del governo centrale di Addis Abeba nella regione del Tigray potrebbe essere solo l’inizio di una deriva che potrebbe mettere in forse la stabilità complessiva del paese.

Potrebbe essere stato inteso da alcuni gruppi di opposizione e dai circoli più radicali delle forze armate e di sicurezza come il modo per gestire anche altri conflitti locali che, nel corso degli ultimi anni, hanno causato instabilità e numerose vittime in diverse parti del paese. Lo farebbe pensare, ad esempio, la violenza dei recenti scontri interetnici nella regione del Benishangul-Gumuz, in cui i morti si contano a centinaia e sono stati causati sia dalle milizie locali sia dall’intervento dell’esercito nazionale.

Nel Tigray stesso i problemi sono tutt’altro che risolti. Lo dimostrano due recenti provvedimenti governativi che contraddicono le dichiarazioni ufficiali secondo le quali nella regione è ormai stato ristabilito l’ordine. Il primo è la taglia sulle teste dei leader del Tplf che, evidentemente, sono riusciti a sfuggire all’operazione normalizzatrice e sono ancora considerati un pericolo. Il secondo è la recentissima decisione della commissione elettorale (National Electoral Board of Ethiopia – Nebe) che fissa per il prossimo 5 giugno la data delle elezioni in tutto il paese, tranne che nel Tigray, dove, per ora, non è possibile prevedere la fine dello stato di emergenza.

L’operazione nel Tigray ha causato anche problemi nelle relazioni diplomatiche. La decisione di intervenire militarmente è stata portata avanti senza aprire nessun confronto né con l’Unione Africana né con l’organizzazione regionale Igad, in cui l’Etiopia ha sempre giocato un ruolo di rilievo per la composizione delle crisi degli altri paesi membri.

Inascoltati anche gli appelli alla ricerca di una soluzione politica del conflitto da parte del segretario generale dell’Onu, dell’Unione Europea e dei paesi confinanti. Particolarmente irritato il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, attuale presidente dell’Igad, che ha addirittura interrotto una visita di stato ad Addis Abeba.

Il Sudan ha alcuni complessi dossier aperti con l’Etiopia. Basti citare la gestione del flusso delle acque del Nilo con l’entrata in funzione dell’impianto idroelettrico della Gerd (Great Ethiopian Rennaisance Dam), e un fertile territorio conteso sul confine dello stato sudanese di Gedaref.

L’attuale atteggiamento intransigente del primo ministro Abiy Ahmed potrebbe aver provocato il consolidamento dell’alleanza con l’Egitto sulla questione delle acque del Nilo e, pare ormai appurato, l’appoggio del Cairo alla decisione di Khartoum di riprendere il controllo dell’area contestata di al-Fashaga.

Così ora c’è un altro fronte aperto nella regione. Negli ultimi dieci giorni l’esercito sudanese è avanzato in vaste zone del territorio conteso, dove non era presente da un quarto di secolo, scontrandosi con milizie locali etiopiche appoggiate dall’esercito governativo. Ovviamente la questione non potrà essere risolta unilateralmente e manu militari. E’ perciò prevedibile che la tensione tra i due paesi aumenterà nel corso del prossimo anno.

Somalia

Anche la Somalia, che si prepara ad una difficile tornata elettorale prevista per il prossimo febbraio, rischia un serio impatto per la crisi etiopica dal momento che Addis Abeba ha deciso di ritirare il proprio contingente nella missione di pace dell’Unione africana per dispiegare i suoi uomini nel Tigray. L’ha fatto discriminando i militari tigrini, di fatto messi agli arresti nelle loro baracche, provocando così scontri anche al di fuori del proprio territorio.

La decisione etiopica si somma al ritiro, entro il 15 gennaio, del contingente americano – circa 700 uomini addetti ad azioni antiterrorismo, condotte soprattutto con droni teleguidati – annunciato recentemente dal presidente Trump. E’ facile prevedere che per il governo di Mogadiscio sarà difficile garantire il minimo di sicurezza necessaria per condurre elezioni libere e credibili. Già ora infatti il gruppo terroristico al Shabaab è in grado di attaccare ovunque nel paese.

Ma nella regione i motivi di apprensione non sono solo quelli legati alla crisi etiopica. Molto tese sono anche le relazioni tra Somalia e Kenya. Nel prossimo anno il verdetto della commissione sui confini marittimi – e sulla sovranità su un triangolo di mare ricco di giacimenti di gas e petrolio – e l’apertura di un consolato di Nairobi nel Somaliland che si proclama indipendente da Mogadiscio, potrebbe aggravare la già difficile situazione.

Sudan e Sud Sudan

In Sudan va a rilento la transizione democratica mentre il processo di pace non è ancora completato: mancano ancora accordi con l’Splm-N di Abdel Aziz al Hilu e con il Sudan liberation movemenet (Slm) di Abdul Wahid al Nur. Suscita particolare preoccupazione la fine, il 31 dicembre, della missione di pace Unamid in Darfur, mentre violenze, abusi e veri e propri attacchi militari si registrano quotidianamente in tutta la regione.

In Sud Sudan il processo di pace sembra arenato mentre aumentano gli allarmi per l’ennesima crisi umanitaria che potrebbe colpire il paese giá nelle prossime settimane.