GIUFÀ – FEBBRAIO 2020
Gad Lerner

Come la finanza si distacca dall’economia reale col rischio di soffocarla, così la politica di potenza si è distaccata dalla geografia. Esemplare è il caso delle plurime guerre del Medioriente, propagatrici di focolai di tensione e instabilità a largo raggio, dal Mediterraneo all’Africa subsahariana.

Provate a metterne in fila i protagonisti. La Turchia, di fatto, rompe l’alleanza atlantica e aggiorna in foggia islamista la nostalgia del sultanato, con l’incoraggiamento dell’amica/rivale Russia, tornata a sua volta protagonista militare e diplomatica.

Per fronteggiare i progetti egemonici sciiti dell’Iran, assunti come minaccia principale agli interessi occidentali, gli Stati Uniti di Donald Trump si affidano a un’alleanza talmente innaturale da risultare non dichiarabile pubblicamente: quella fra Israele e le petromonarchie sunnite del Golfo.

A ben pensarci, in questi stati (Arabia Saudita) e staterelli (Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Oman) s’impersonifica il culmine dei paradossi contemporanei: sono allo stesso tempo semifeudali e tecnologicamente all’avanguardia, da noi armati fino ai denti e proiettati al controllo proprietario dei nostri consumi culturali di massa, trincerandosi, però, dietro le sbarre oscurantiste del wahhabismo.

Alle artificiali superpotenze cresciute su fazzoletti di terra desertica intrisa di petrolio, e santificata dalla custodia della Mecca, viene affidato il compito di tenere a bada l’espansionismo degli eredi di due imperi millenari, il persiano e l’ottomano.

Qui mi fermo nella superficiale panoramica del terremoto mediorientale che ha il suo epicentro insanguinato in Siria e in Iraq. Mio scopo è solo quello di evidenziare quanto fragili siano le opzioni di breve periodo cui i nostri governanti si affidano per conservare uno status quo che dovrebbe risparmiarci il contagio. La realpolitik ha il fiato corto. La Libia è lì a dimostrarcelo: basti pensare al tanto decantato Memorandum rinnovato tacitamente, ma nel frattempo già ridotto a carta straccia.

Memorandum
Il 2 novembre 2019 è scattato il rinnovo automatico del cosiddetto Memorandum tra Italia e Libia sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni con il capo del governo provvisorio di Tripoli Al-Sarraj per limitare gli sbarchi dal Nordafrica. Il Memorandum impegna l’Italia ad addestrare la guardia costiera libica, a fornirle mezzi e fondi. Quanti? Secondo il dato fornito dalla ong Oxfam sono 150 milioni di euro in 3 anni, a cui ne vanno aggiunti altrettanti forniti dall’Unione europea.