Egitto / Cristiani Copti
Prosegue la violenza contro la minoranza cristiana copta vittima di attacchi da parte di formazioni islamiste. Il governo si serve della situazione per giustificare più pervasive forme di repressione politica nei confronti delle opposizioni.

La scorsa domenica la polizia egiziana ha ucciso 19 miliziani, incluso l’uomo armato sospettato di aver ammazzato sette cristiani e di averne feriti 19 nell’attacco, avvenuto durante il loro pellegrinaggio verso il monastero di San Samuele nel governatorato di Minya, lo scorso 2 novembre.

Secondo la ricostruzione del ministero dell’Interno, i miliziani hanno aperto il fuoco contro i poliziotti quando si sono resi conto di essere stati accerchiati. Il ministero ha pubblicato fotografie in cui vengono mostrati i cadaveri degli uomini uccisi, insieme ad armi. In altre foto, si vedono gli interni di una tenda in cui campeggiano bandiere dello Stato islamico (Isis), accusato dell’attacco. Il gruppo affiliato all’Isis e attivo nel Sinai, Beit al-Meqdisi, ha più volte preso di mira copti e sufi nel paese.

Gli attentati contro i copti non si sono mai fermati anche dopo il colpo di stato militare del 3 luglio 2013. Uno dei motivi per cui i militari hanno ripreso il potere con la forza in seguito all’arresto del primo presidente egiziano eletto, Mohammed Morsi, sarebbe stato quello di garantire la sicurezza per la minoranza cristiana copta nel paese. In realtà gli attentati alle chiese e ai luoghi di culto cristiani in Egitto, a partire dagli attentati di Embaba e Moqattam del 2011, sono stati innescati proprio per favorire la retorica della necessità del ritorno alla stabilità.

Spesso le cattedrali copte del paese, a partire da Alessandria e fino alla chiesa di San Marco al Cairo, attaccata nel dicembre 2016, sono state lasciate a loro stesse, senza le dovute misure di sicurezza da parte della polizia. E così gli episodi di settarismo tra cristiani e musulmani, innescati a orologeria, sono serviti ai militari per giustificare nuove e più pervasive forme di repressione politica nei confronti delle opposizioni.

La Chiesa copta in Egitto ha appoggiato Abdel Fattah al-Sisi nella sua ascesa al potere dal 2014 in poi. Tuttavia, molti sono stati i cristiani egiziani, il 10% circa della popolazione, a prendere parte alle proteste del 25 gennaio del 2011. Uno degli attacchi più gravi contro i contestatori in Egitto ha avuto luogo proprio alle porte della televisione di Stato (Maspiro) nell’ottobre del 2011, causando la morte di decine di cristiani, incluso l’attivista Mina Daniel.  

Già nel maggio 2017, un attacco contro i pellegrini diretti al monastero di San Samuele aveva causato 29 morti. E così, il presidente egiziano si è mostrato incapace di fermare le violenze contro i cristiani, in particolare nelle aree rurali e periferiche dove è cresciuto negli ultimi anni un sentimento anti-cristiano anche in relazione alla costruzione di nuove chiese e al restauro di luoghi di culto esistenti.

Non si fermano poi le violazioni dei diritti umani nel paese. Lo scorso primo novembre, le forze di sicurezza hanno arrestato 19 avvocati per i diritti umani e attivisti, tra cui Huda Abdelmonem, Mohamed Abu Horira, e sua moglie Aisha al-Shater, figlia di uno dei leader carismatici della Fratellanza musulmana, Khairat al-Shater. I tre arrestati lavorano per il Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà (ECRF), una ong che si occupa di aiutare e documentare le vittime e i casi di abusi.

Amnesty International ha parlato di “determinazione spietata” da parte delle autorità egiziane di smantellare il movimento a difesa dei diritti umani in Egitto. I due direttori di ECRF, Ezzat Ghoneim e Zazouz Mahgoub, sono scomparsi dallo scorso 14 settembre.

Infine, lo scorso 24 ottobre, è stata estesa la detenzione di Abdel Khalek Farook, economista e autore del libro L’Egitto è davvero un paese povero, insieme all’editore del libro, Ibrahim al-Khateeb. Farook è stato accusato di “diffondere notizie fase” per le espressioni critiche usate nel testo rispetto alle decisioni di politica economica del governo in carica che non favoriscono di certo le classi più disagiate del paese.

Nella foto: una donna piange i suoi cari durante il funerale dei sette cristiani copti uccisi a Minya. (apnews.com / Amr Nabil)