Senegal / Business e politica
Sei anni di carcere al figlio dell’ex presidente, riconosciuto colpevole di arricchimento illecito. Ma non di corruzione: per cui è eleggibile e rimane il candidato del Partito democratico alle elezioni presidenziali che si terranno probabilmente nel 2017.

Sono quasi le 12 di lunedì 23 marzo, quando nella sala n.4 del Palazzo di Giustizia di Dakar il verdetto rompe violentemente il silenzio che aveva regnato durante le due ore di lettura del dossier giudiziario fatta dal presidente della Crei (Commissione di repressione dell’arricchimento illecito), Henri Grégoire Diop: Karim Wade è condannato a sei anni di prigione e circa 210 milioni di euro di multa per il reato di arricchimento illecito.

Una lunga vicenda giudiziaria. Si conclude così, dopo 8 mesi, il processo più seguito della storia del paese, che ha visto come protagonista il banchiere 47enne divenuto uno degli uomini più noti e influenti del Senegal, dopo esservi approdato nel 2000 dalla Francia in seguito all’elezione del padre Abdoulaye Wade alla testa del paese (tuttora leader indiscusso del Partito democratico senegalese – Pds -, principale partito d’opposizione) e aver iniziato così una carriera politica a dir poco eccezionale, culminata nel 2009 con la gestione del 20% del budget nazionale grazie alla nomina a capo di quattro ministeri (infrastrutture, trasporti aerei, energia, cooperazione Internazionale).

Il travagliato iter giudiziario, ricco di colpi di scena, spesso boicottato da Karim e dai suoi quattro avvocati, era iniziato quasi due anni fa. Karim Wade dimora infatti nel carcere Rebeuss di Dakar dall’aprile 2013, quando fu accusato di aver accumulato, in gran parte illecitamente, un patrimonio di circa 1,05 miliardi di euro. La Crei ha poi ridimensionato il patrimonio dell’accusato a circa 178 milioni di euro, di cui 105 sarebbero quelli ottenuti in modo illecito.

Tra le ricchezze non giustificate, compaiono beni immobiliari, veicoli, gioielli, una trentina di conti in banca a Monaco (di cui solo uno figura essere formalmente a nome di Karim Wade). A questi, si aggiungerebbero i soldi derivanti dalla proprietà segreta di certe società (Aviation Handling Service (Ahs), An Media ecc.), grazie ad alcuni complici gli hanno fatto da prestanome. Di questi ultimi, nove sospettati inizialmente dalla Crei, ne sono stati condannati sette. Tra loro compare il noto uomo d’affari libanese, Ibrahima Aboukhalil (alias Bibo Bourgi), condannato a cinque anni di carcere e ad un’ammenda pari a quella inflitta all’amico Karim.

La Crei ha invece assolto Karim Wade dal reato di corruzione su cui la Crei aveva indagato per un affare legato al possesso di un conto bancario di 47 miliardi a Signapore: in questo modo Karim non è stato privato dell’esercizio dei suoi diritti civili e politici (tra cui quello di essere eleggibile), come al contrario aveva suggerito il procuratore speciale della Crei il 17 febbraio scorso.

Fra accuse di complotto politico e trionfo della giustizia. Dal canto suo, Abdoulaye Wade, i suoi sostenitori e gli avvocati di Karim hanno sempre accusato il governo e la giustizia di attuare un complotto politico attraverso una “giurisdizione speciale”, quale la Crei, che considerano antiquata e non rispettuosa dei principi democratici e delle regole del diritto positivo del paese.

«È un’ingiustizia! Karim Wade non ha rubato, ha lavorato tanto per il Senegal ed è figlio di un presidente che ha fatto molto per questo Paese. Macky ha paura di Karim, è per questo che l’ha fatto, perché Karim sarà il futuro presidente del Senegal!», grida Khadi Dieye, membro del Pds, tra la folla davanti al tribunale subito dopo la condanna. E in effetti, è stato proprio il 21 marzo che, senza grandi sorprese per l’opinione pubblica, il Pds ha annunciato l’investimento di Karim Wade come candidato alle prossime elezioni presidenziali, che, se avrà esito positivo il referendum che proprio Macky Sall vuole indire nel 2016 per ridurre il mandato presidenziale da sette a cinque anni, avranno luogo nel 2017.

Dopo il processo, fuori dal Palazzo di Giustizia e nelle strade di Dakar i commenti dei senegalesi non sono univoci: «Io applaudo la Giustizia, ha fatto il suo lavoro. Qui non ci sono “figli di presidenti”, la legge è uguale per tutti. Sono i militanti del Pds che fanno politica accusando Macky Sall di complotto. Al contrario, questa condanna è un segnale forte per il potere in carica, perchè nessuno oserà più toccare i soldi dello Stato, e Macky non sarà risparmiato… è un passo avanti per la nostra democrazia. Riguardo alla candidatura di Karim, nessuno lo voterebbe, noi senegalesi non l’abbiamo mai amato, è stata una mossa strategica il fatto di candidarlo appena prima del processo. Abdoulaye Wade ha sempre cercato di mettere suo figlio alla testa del paese!», dichiara Pape Samb, un funzionario.

Gli avvocati di Karim Wade reagiscono. Dalle strade ai palazzi, la discussione è controversa. Ad avvalorare l’argomento del complotto politico, sono gli avvocati di Wade, assenti al processo come il loro assistito: «Ci stiamo avviando verso una repubblica dittatoriale, in cui la giustizia è al servizio del potere esecutivo», dichiara l’avv. Ciré Cledor Ly, in apertura della conferenza stampa che ha avuto luogo dopo il processo. «Siamo più sereni e combattivi che mai. Da questo pomeriggio faremo appello alla Corte suprema», continua il collega, Seydou Diagne, denunciando l’impossibilità, secondo la giurisdizione speciale della Crei, di fare ricorso alle sue sentenze.

Per tutta risposta, la ministra della giustizia Sidi Kaba, ha sostenuto pubblicamente l’indipendenza della giustizia sullo svolgimento del processo a Karim Wade e annunciato la continuazione dei lavori della Crei: «I giudici si sono pronunciati in tutta indipendenza (…). Se fosse esistito un progetto politico, è evidente che l’obiettivo non è stato raggiunto, visto che l’esercizio dei suoi diritti civici e politici previsti dall’art. 34 del Codice civile non sono stati oggetto di sanzioni. (…) Questo dossier non è stato il primo e non sarà neanche l’ultimo a essere trattato dalla Crei».

E mentre Macky Sall continuerà dunque a dichiarare di essere coerente con le sue promesse elettorali di tre anni fa, attraverso la promozione della buona governance e la lotta contro la corruzione, Abdoulaye Wade, sul piede di guerra, incita i suoi a continuare la lotta: l’appuntamento, per loro, è venerdì 27 in piazza a Dakar.

Nella foto in alto i titoli dei giornali all’indomani della condanna di Karim Wade. Periferia di Dakar, 24 marzo. (Foto di Luciana De Michele) Nella foto sopra Karim Wade. Nella gallery una serie di foto di Luciana De Michele che raccontano gli eventi.