Kenya: la Northern Rangeland Trust e il controverso progetto NKRCP
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Il business dei crediti di carbonio ancora sotto accusa
Kenya: la Northern Rangeland Trust e il controverso progetto NKRCP
Dopo il caso delle comunità ogiek nella foresta Mau, un altro progetto per il commercio dei crediti di carbonio è contestato dalle popolazioni locali che lamentano la perdita di sovranità su vasti territori consegnati alla gestione di compagnie straniere
16 Maggio 2024
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 6 minuti

Alcune settimane fa la pagina degli affari del Daily Nation, il quotidiano più diffuso del Kenya, ha pubblicato un articolo sui crediti di carbonio dal titolo eccitante: Pastoralists earn Sh1.7bn from carbon credits in three years (Pastori nomadi guadagnano 1,7 miliardi di scellini (12,6 milioni di dollari, ndr) in 3 anni per i crediti di carbonio).

È il risultato vantato dalla Northern Rangelands Trust (NRT), organizzazione che si presenta come una rete di 45 riserve naturalistiche comunitarie – poste in gran maggioranza nel nord del Kenya, con una recente espansione in Uganda – il cui obiettivo dichiarato è proteggere l’ambiente e la fauna selvatica attivando le comunità locali. Interessante notare che tra i clienti del progetto si trovano Meta Platforms, Netflix e la banca inglese NatWest.

L’operato della NRT è stato analizzato già alla fine del 2021 in un rapporto dell’Oakland Institute – Stealth game. “Community” conservancies devastate land & lives in northern Kenya (Partita segreta. Le riserve “comunitarie” devastano terra e vite nel Kenya settentrionale) in cui si sostiene che le riserve gestite dalla NRT sono in realtà territori privatizzati a scopi turistici a scapito dei diritti della popolazione locale che viene di fatto privata dell’uso della propria terra ancestrale. Nel documento le testimonianze sono innumerevoli.

Il progetto NKRCP

Tra i numerosi progetti della Northern Rangeland Trust, uno riguarda il business dei crediti di carbonio. È il Northern Kenya Rangelands Carbon Project (NKRCP), descritto dai titolari come il più importante del genere al mondo, che si propone “di rimuovere dall’atmosfera 50 milioni di tonnellate di CO2 nell’arco di 30 anni – l’equivalente dell’emissione annuale di 10 milioni di macchine – e di generare centinaia di migliaia di dollari per le comunità locali”.

Lo “strumento” usato per intrappolare l’anidride carbonica è il terreno di 14 riserve comunitarie che si estende per 1,9 milioni di ettari. Di fatto si tratta del terreno di pascolo di 14 comunità di pastori che vivono di allevamento brado, in genere comunità di popoli nativi come i maasai e altri meno noti.

Per poter aumentare la quantità di anidride carbonica bloccata nel terreno (che ne bloccherebbe di suo naturalmente), il progetto prevede di cambiare le abitudini di pascolo, introducendo una rotazione per permettere una riabilitazione del terreno e una crescita più abbondante dell’erba.

Nella pagina web del progetto si legge che le attività e i risultati sono stati analizzati da Verra, una delle compagnie che verificano gli standard dei crediti di carbonio offerti sul mercato, e ha ricevuto la garanzia di conformità, il Verified Carbon Standard (VCS), nel 2020.  

Nello stesso anno è stato anche premiato con il Triple Gold Status dalla Climate, Community and Biodiversity Alliance (CCBA). Un altro premio al progetto è stato assegnato a COP27, nel 2022. Poi la cronologia si ferma, e ne possiamo presumere il motivo.

Il progetto è stato indagato in una ricerca di Survival International, organizzazione che si occupa dei diritti dei popoli nativi, pubblicata nel marzo del 2023 e di cui anche Nigrizia ha diffuso i risultati.

Il titolo – This people have sold our air (Questa gente ha venduto la nostra aria) – chiarisce la percezione che le comunità interessate hanno del progetto, mentre il sottotitolo spiega la metodologia di attuazione – Blood carbon: how a carbon offset scheme makes millions from indigenous land in northern Kenya (Carbonio insanguinato: come uno schema per crediti di carbonio produce milioni (di dollari, nrd) dalla terra delle popolazioni indigene nel Kenya settentrionale).

Dopo la diffusione del rapporto, la stessa Verra ha sospeso il certificato di conformità in attesa di accertamenti che probabilmente non sono ancora finiti, dal momento che sulla pagina web ufficiale non se ne fa menzione.

Le voci delle comunità locali

La metodologia di attuazione delle attività previste potrebbe però non essere cambiata, almeno a giudicare da un recente articolo di Semafor Africa, un sito indipendente di notizie dal continente africano. Il titolo Communities in Kenya fight carbon project that sold credits to Meta, Netflix ne mette in evidenza il rifiuto da parte delle comunità interessate che affermano di averne avuto scompaginata la vita e precluso l’accesso alla terra ancestrale.

L’articolo riporta le considerazioni di attivisti locali sulle ragioni delle comunità. Una riguarda la terra: “La recinteranno e ci diranno che sconfiniamo… Abbiamo i nostri modi tradizionali di allevare e pascolare il bestiame. È necessario che rispettino il sapere indigeno”.

Altri riguardano il mancato coinvolgimento della popolazione nelle decisioni riguardanti il progetto e l’informazione preventiva sui suoi scopi. La NRT afferma però di avere lettere di consenso adeguatamente firmate. Il problema è sapere da chi, perché e come quelle firme sono state ottenute. 

Nessuna delle testimonianze riportate cita i benefici economici del progetto. Ognuna delle comunità interessate avrebbe ricevuto 324mila dollari per due anni consecutivi, il 2022 e 2023. Una montagna di soldi nelle zone rurali del Kenya, in particolare per le popolazioni pastorali indigene, le più povere ed emarginate del paese. Sarebbe interessante sapere chi e per che cosa ne ha deciso l’uso.

Se non si lavora sulla partecipazione della popolazione, dice l’autore dell’articolo, questo genere di progetti possono essere più dannosi che utili. Tutti i progetti, per la verità, ma in particolare quelli che toccano l’uso della terra, i mezzi di sussistenza e i saperi tradizionali.

Business pericoloso

Altre considerazioni, in un certo senso anche più preoccupanti, vengono accennate nell’articolo. Amos Wemanya, esperto di Power Shift Africa, autorevole organizzazione ambientalista africana, parla di possibili conflitti per l’uso della terra dovuti alla corsa alla capitalizzazione dei crediti di carbonio.

Per quanto riguarda il Kenya, l’articolo cita il caso degli ogiek, abitanti della foresta Mau, nella Rift Valley, che affermano di essere minacciati di espulsione per il disegno governativo di usare quel territorio per i crediti di carbonio.

Wemanya accenna anche alla possibile perdita di sovranità su vasti territori consegnati alla gestione di compagnie straniere che commerciano in crediti di carbonio.

I paesi africani, conclude, che stanno gestendo crisi climatiche sempre più devastanti in minima parte provocate dalle proprie emissioni, dovrebbero invece pretendere fondi a dono dai paesi e dalle compagnie che più inquinano l’atmosfera piuttosto che impegnare il proprio territorio per uno scambio sul mercato finanziario che può essere molto rischioso.

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