Kenya: gli ogiek cacciati dalle loro terre per i crediti di carbonio
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Circa 700 persone sgombrate con la forza dalla foresta Mau con la scusa della conservazione
Kenya: gli ogiek cacciati dalle loro terre per incassare crediti di carbonio
Il governo di William Ruto ha fatto delle risorse forestali un affare lucroso grazie al controverso mercato dei carbon credit, con cui intende ripianare parte dell’ingente debito estero. A farne le spese è ancora una volta l’antico popolo ogiek, a cui il tribunale africano per i diritti dell’uomo e dei popoli aveva riconosciuto il diritto a restare nelle terre ancestrali
14 Novembre 2023
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti
Screenshot da “Ripristinare i diritti fondiari degli Ogiek: una storia di unità e resilienza” (Credit: Ogiek Peoples Development Programme and International Land Coalition)

Non c’è pace per gli ogiek, il gruppo etnico minoritario kenyano stanziato nella foresta Mau, la più importante foresta pluviale di montagna dell’Africa orientale.

All’inizio di novembre è iniziato l’ennesimo round di sfratti dalle terre dove tradizionalmente sono insediati. I provvedimenti sono giustificati con la necessità di conservare e riabilitare il manto forestale che nei decenni scorsi ha subito un massiccio processo di deforestazione.

Ma non certo ad opera degli ogiek, poche migliaia di persone che nella foresta e delle sue risorse vivono da tempo immemorabile. E che da tempo immemorabile ne sono i custodi.

Lo ha riconosciuto anche il tribunale africano per i diritti dell’uomo e dei popoli (African Court on Human and Peoples’ Rights) che nel 2017 ha sentenziato in favore del diritto degli ogiek a rimanere nelle loro terre ancestrali.

Il tribunale è un’importante istituzione continentale. Istituito nel 1998 a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, ha sede ad Arusha, in Tanzania, ed è il braccio giudiziario dell’Unione Africana, il corrispettivo della Corte europea per i diritti dell’uomo.

Ma finora il governo di Nairobi ha disatteso il verdetto. Anzi ha preso provvedimenti che molto hanno danneggiato il gruppo.

Lo ha sottolineato Lucy Claridge, direttrice del Progetto internazionale degli avvocati (International Lawyers Project) che difende legalmente i diritti degli ogiek dal 2010. «Il tribunale è stato anche chiaro nello stabilire che la conservazione non è una giustificazione per lo sfratto», ha aggiunto.

Per di più le operazioni avvengono in violazione dei diritti umani più basilari. Vengono eseguite con la forza, con pochissimo o nessun preavviso. Le case, le poche masserizie, le scorte alimentari vengono distrutte, gli animali dispersi o uccisi e la gente viene lasciata senza nessuna risorsa e senza un riparo.

Questa volta è toccato a circa 700 persone della zona di Sasimwani. I danni alla comunità, tra le più povere ed emarginate del paese, sono stimati in 50 milioni di scellini kenyani (oltre 306mila euro al cambio attuale), una cifra ingente, soprattutto nelle zone rurali del paese.

Daniel Kobei, presidente e portavoce del Programma per lo sviluppo del popolo ogiek (Ogiek People’s Development Program – OPDP), ha dichiarato nei giorni scorsi che gli ogiek «stanno vivendo nel terrore». Eppure non sono responsabili dei gravissimi danni che, nel corso degli anni, sono stati arrecati al loro territorio.

Interessi politici e deforestazione

La devastazione della foresta Mau è iniziata in epoca coloniale ed è proseguita dopo l’indipendenza con politiche di lottizzazione a scopi elettorali, in particolare durante la lunga, e autoritaria, presidenza di Daniel arap Moi.

Politiche che hanno favorito l’ipersfruttamento della terra con piantagioni di alberi per il legname e di prodotti agricoli per il mercato interno e per l’esportazione (tè e fiori recisi, tra i più famosi ed importanti). Molte di queste attività sono di proprietà delle famiglie più in vista della zona o del paese.  

Per il lavoro nelle piantagioni, fin dall’epoca coloniale, è stata favorita l’emigrazione interna dei gruppi etnici più capaci nelle attività agricole. I nuovi abitanti si sono sistemati in villaggi ricavati disboscando zone di foresta.

Ad ogni lavoratore è stato assegnato, nella foresta, un pezzo di terra da coltivare; un metodo di produzione familiare conosciuto in Kenya come “shamba system” che ha favorito gli insediamenti illegali e la distruzione delle risorse forestali, tanto che è stato bandito per legge per ben due volte, nel 1987 e nel 2003.

Ma potrebbe essere reintrodotto su pressione dell’attuale vicepresidente, Rigathi Gachagua, essenzialmente per guadagnare consenso tra i gruppi etnici che costituiscono la sua base elettorale e che potrebbero avvantaggiarsene.

Il presidente William Ruto, invece, a neanche un anno dal suo insediamento, lo scorso agosto ha annunciato la cancellazione della legge che proibisce di abbattere alberi, imposta nel 2018 dal governo precedente, di cui era vicepresidente.

Lo ha proclamato durante una funzione religiosa a Molo, una cittadina ai piedi della foresta Mau, nella Rift Valley, suo bacino elettorale, ben consapevole che lo sfruttamento delle risorse forestali è un affare lucroso per la zona. Per ora la Corte suprema del paese ha bloccato il provvedimento.

Crediti di carbonio

Dunque l’interesse per la protezione delle foreste sembra essere piuttosto ambiguo per l’attuale governo kenyano. Anche per l’ondata di sfratti ai danni degli ogiek potrebbero esserci interessi ben diversi da quelli della conservazione ambientale, pubblicamente dichiarati.

Justin Kenrick, direttore del Programma per i popoli delle foreste, afferma che il controverso mercato dei crediti di carbonio (espediente contestato dagli ambientalisti come farisaico in quanto consente le emissioni di gas serra in cambio di denaro, molto denaro) potrebbe essere la chiave di quanto sta succedendo.

Con lo sfratto degli ogiek il governo di Nairobi starebbe cercando di affermare il suo completo controllo, territoriale e finanziario, su un bene sempre più redditizio.

Lo suppone anche Lucy Claridge, che cita trattative per un importante contratto del governo kenyano con la Blue Carbon, una compagnia con sede a Dubai – dove dal 30 novembre si terrà il summit dell’ONU sul clima (COP28) – che commercia in crediti di carbonio, appunto.

Alla richiesta di un commento sullo sfratto degli ogiek, il portavoce della Blue Carbon ha detto di non aver nessun contratto in Kenya.

Ѐ plausibile che i crediti di carbonio, più che la protezione ambientale, siano la vera ragione per l’attuale attivismo del governo e del presidente kenyano, che lunedì 13 novembre, nuova festa nazionale di colore ambientalista, si è dato un gran da fare per piantumare alberi in giro per il paese.

Ha promosso l’idea, e l’affare, nell’African Climate Summit che si è svolto recentemente a Nairobi e pensa di coprire con la riscossione dei crediti di carbonio una parte del debito estero del paese.

Dunque potrebbe aver ragione Justin Kenrick quando dice che «gli ogiek sono in prima linea rispetto ad una soluzione climatica falsa, usata per giustificare continui sfratti ed emissioni».

 

 

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