Il Kenya, paese complessivamente stabile e ben avviato allo sviluppo, si trova in una delle regioni più conflittuali e devastate dai cambiamenti climatici del pianeta negli ultimi decenni. Confina con la Somalia, con il Sud Sudan e con l’Etiopia.

Ѐ facilmente raggiungibile dalla zona dei Grandi Laghi che comprende Repubblica democratica del Congo, Rwanda e Burundi. Tutti paesi caratterizzati da crisi ricorrenti, conflitti pluridecennali, genocidi efferati, carestie devastanti. Ha perciò una lunga storia di accoglienza di profughi in fuga, alla ricerca di un posto sicuro dove riorganizzare la propria vita.

Secondo un articolo pubblicato lo scorso settembre dal Refugee Council US – coalizione di 29 organizzazioni americane che lavorano per la protezione dei diritti dei rifugiati – vi si trovano i due campi profughi più popolosi del mondo: Dadaab, nella contea di Garissa, formato da tre insediamenti – Hagadera, Dagahaley e Ifo – in cui vivono complessivamente poco meno di 300mila persone, il 95% delle quali somale, e Kakuma, nella contea di Turkana, dove si trovano circa 185mila persone provenienti da 20 diversi paesi, ma con una maggioranza di sud sudanesi (100mila circa) e una forte minoranza di somali (55mila circa).

Sono campi che si sono formati negli anni Novanta, dove molte persone vivono da decenni e molte altre sono nate e che, nonostante le limitazioni ovvie di simili stanziamenti, li considerano la propria casa.

Periodicamente, il governo keniano dichiara di volerli chiudere. L’ultima richiesta è dello scorso 24 marzo, quando il ministro degli interni, Fred Matiang’i, ha intimato all’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, di presentare entro due settimane un piano per il loro smantellamento, aggiungendo duramente che non ci sono margini di trattativa sulla questione.

La richiesta, arrivata come un fulmine a ciel sereno, è stata giustificata con motivi di sicurezza. Le autorità keniane sostengono infatti da tempo che i campi costituiscono un rifugio sicuro anche per i militanti del gruppo terroristico somalo al-Shabaab, che vi trovano inoltre un terreno fertile per il reclutamento.

Circostanza sostanzialmente smentita dalle organizzazioni della società civile che vi lavorano e di quelle che si propongono la difesa dei diritti dei profughi, le quali mettono l’accento sul fatto che proprio i profughi sono particolarmente impermeabili alle chimere della violenza, di cui sono stati vittime. Fanno notare, piuttosto, che il paese non si è dotato di politiche favorevoli all’inclusione, e che è sull’esclusione sociale che possono radicarsi instabilità e violenza.

Il Refugees Act del 2016, approvato dal parlamento all’indomani di gravissimi atti di terrorismo – l’attacco all’università di Garissa dove ci sono stati 147 morti è dell’aprile 2015; l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi, con 63 morti, è del settembre 2013 – prevede praticamente come unica possibilità di permanenza regolare nel paese il soggiorno nei campi, chiedendo addirittura ai rifugiati urbani – 50mila circa a Nairobi – di ricollocarvisi.

La “campizzazione” è ritenuta politica inadeguata anche da Bill Frelick, direttore del dipartimento sui profughi e i migranti di Human Rights Watch che ha dichiarato: «Potrebbero cominciare con l’aprire, non con il chiudere i campi e permettere a coloro che sono costretti a viverci libertà di movimento» in modo da dar loro la possibilità di integrarsi.

Frelick richiama però anche i donatori al dovere di provvedere finanziamenti adeguati e possibilità di trasferimento nei loro paesi, in modo da sostenere il governo ospite e tener viva la speranza in chi vive da troppo tempo segregato in un campo profughi.

L’ultimatum di Matiang’i ha creato scompiglio tra i residenti dei campi e anche nelle comunità locali che li ospitano, come ci dice Angelo Pittaluga, responsabile del Jesuit Refugees Service (JRS), per il Kenya, organizzazione impegnata da oltre trent’anni a fornire servizi essenziali e di difesa dei diritti umani di base nel campo di Kakuma.

La richiesta del ministro dell’interno ha suscitato reazioni preoccupate anche nel paese stesso. Lo scorso 8 aprile la Corte Suprema ha sospeso per 30 giorni ogni decisione sulla chiusura dei campi, in attesa di una vera e propria sentenza in proposito.

Il procedimento è stato attivato dalla petizione di Peter Gichira, candidato alla carica di presidente in una delle scorse tornate elettorali, dove si afferma che il provvedimento minacciato viola la costituzione e i trattati internazionali cui il paese aderisce.

La Corte Suprema, nel 2017, si era già espressa su un precedente tentativo di chiudere il campo di Dadaab, dichiarandolo “illegale, discriminatorio e anticostituzionale”, in quanto era rivolto solo ai profughi somali. Forse questo può spiegare la richiesta attuale di chiudere anche il campo di Kakuma, dove gli ospiti provengono da molti paesi.

Piuttosto debole per ora la voce della società civile che viene informata periodicamente dall’Unhcr sulle trattative con il governo, ma non è direttamente coinvolta e non si è espressa in modo univoco. Spicca, invece, la presa di posizione della conferenza episcopale del Kenya, come ci dice ancora Angelo Pittaluga, che sottolinea, inoltre, come sia completamente assente dal dibattito la voce dei più diretti interessati, i profughi stessi.

L’Unhcr ha presentato già nei giorni scorsi un piano di chiusura molto graduale dei campi, che punta sul rimpatrio volontario. Ma il governo non l’ha ritenuto adeguato.

D’altra parte un programma di rimpatrio volontario messo a punto nel 2013 e intensificato nel 2016, sotto la minaccia di chiudere Dadaab, si è dimostrato un quasi totale fallimento. Molti dei rifugiati che avevano accettato la proposta sono finiti in campi profughi all’interno della stessa Somalia, dove non avevano potuto reintegrarsi. Moltissimi sono ritornati in Kenya, dirigendosi a Kakuma piuttosto che a Dadaab.

Chiudere i campi non è dunque la soluzione. E non potrebbe esserlo in una regione in cui i flussi di profughi stanno aumentando a causa dell’aumento dell’instabilità. Si impongono piuttosto nuove politiche di sostegno economico e sociale, sia ai governi ospiti che ai profughi stessi. Ma Europa e Stati Uniti negli ultimi anni hanno attivato politiche riprovevoli che rischiano di diventare ora un pessimo esempio nel resto del mondo.

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